Categoria: Dieta e Alimentazione

  • Pesticidi. Nuove limitazioni nell’uso per i produttori ortofrutticoli

    Pesticidi

    Nuove regole sui pesticidi per Apot, l’Associazione produttori ortofrutticoli trentini, che annuncia l’eliminazione totale del Clorpirifos etile nel 2018 e l’introduzione di impegni vincolanti come l’obbligo di utilizzo di quantitativi ridotti di acqua ed una serie completa di ugelli antideriva per gli atomizzatori impiegati nella difesa fitosanitaria.

    A questo si aggiungono le limitazioni volontarie per l’impiego di diserbanti in generale, che prevedono una fascia di larghezza massima di 80 centimetri sotto fila su un massimo di un terzo dell’appezzamento e l’impiego del glifosato, sostanza controversa, con dose ridotta a 2,4 litri su ettaro in un unico trattamento o due interventi a metà dose.

    «Con questi passi si aprono nuove prospettive per l’introduzione di macchine per il controllo meccanico del cotico erboso, verso cui il sistema intende puntare e investire», si legge in una nota di Apot, che rende note le attività 2018 previste nell’ambito del progetto «Trentino frutticolo sostenibile». Anche nel 2018 è prevista la compilazione informatica dei ‘Quaderni di campagnà, così come l’obbligo di estirpazione di piante sintomatiche per la presenza di scopazzi nei frutteti e la revisione periodica degli atomizzatori e dei dispositivi di diserbo.

    «Le limitazioni volontarie introdotte orientano decisamente verso una frutticoltura rispettosa della salute e dell’ambiente, ma anche delle necessità operative dei frutticoltori. Non possiamo, infatti, scordare, che la competitività del sistema produttivo è il punto centrale per garantire effetti positivi per la qualità dei prodotti, la società e il territorio, con conseguenze importanti per l’indotto», dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot.

    Nel corso del 2018, inoltre, si completerà l’analisi e la certificazione della biodiversità dei suoli trentini coltivati a frutta diversa dal melo, che finalizzerà ulteriormente la certificazione della biodiversità dei suoli coltivati a melo, concessa nel dicembre 2017 dall’Istituto di controllo e certificazione del settore biologico che opera a livello internazionale nell’ambito di un progetto di «Partnership europea per l’innovazione».

  • Per il vino biologico balzo record delle vendite

    Per il vino biologico balzo record delle vendite


    Coldiretti: 2017 anno della svolta green. Vigneti “al naturale” raddoppiati in Italia negli ultimi 5 anni.
    uvaSvolta green nel bicchiere dove mai così tanto vino biologico è stato versato dagli italiani con un balzo record del 45% nelle vendite del 2017 rispetto all’anno precedente, per un totale di 3,84 milioni di litri venduti nella grande distribuzione a livello nazionale.

    È quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Infoscan Census che svela la rivoluzione nei consumi in atto in occasione del Vinitaly dove all’apertura di domenica 15 aprile dalle ore 9,30 al Centro Servizi Arena – nel corridoio tra i padiglioni 6 e 7, saranno mostrate in anteprima le straordinarie innovazioni ed i trend del vino con i numeri del Made in Italy e la prima “Borsa” delle bottiglie italiane.

    L’aumento della domanda interna riguarda anche le bollicine con le vendite di spumante biologico che crescono del 41% per un totale di 361469 litri nel 2017.

    “Il tasso di crescita in valore delle vendite per il vino biologico nel 2017 è stato superiore di venti volte quello della media del settore a dimostrazione che la ricerca della naturalità – sottolinea la Coldiretti – è la nuova tendenza in espansione sul mercato del vino in Italia e all’estero, con il vino biologico Made in Italy che è infatti anche un fattore chiave di successo per le esportazioni soprattutto in mercati “maturi” come la Germania”.

    Una domanda alla quale l’Italia può rispondere positivamente anche grazie allo sforzo dei viticoltori con i vigneti coltivati a biologico o in conversione che hanno raggiunto 103545 ettari, dei quali 66133 biologici e 37412 in conversione, secondo il Sinab 2017.

    Le vigne Made in Italy al “naturale” sono praticamente raddoppiate negli ultimi cinque anni con Sicilia. Puglia e Toscana che salgono nell’ordine sul podio delle Regioni con maggiore superficie biologica a vigneto e rappresentano insieme i 2/3 del totale nazionale.

    “E a crescere – precisa la Coldiretti – sono anche le aziende agricole con i vigneti coltivati secondo le tecniche della biodinamica codificate nel 1924 da Rudolf Steiner tra fasi lunari, corna di vacca e soluzioni omeopatiche, che rappresentano ben il 20% delle oltre quattromila realtà presenti in Italia”.

    L’aumento delle vendite di vino biologico è determinato dalla sensibilità ecologica che si sta diffondendo tra i cittadini come dimostra il fatto che 6 italiani su 10 che nel 2017 secondo l’indagine Coldiretti/Ixè hanno acquistato almeno qualche volta prodotti bio, segno di una maggiore attenzione all’impatto ambientale dei propri comportamenti.

    “Una richiesta che – continua la Coldiretti – trova attento il mondo del vino nel suo complesso come dimostrano i risultati dell’ultimo controllo ufficiale degli alimenti realizzato dal Ministero della salute che dalle analisi non ha rilevato in Italia alcun campione di vino irregolare per la presenza di residui chimici”.

    Un primato che sarà al centro dello stand della Coldiretti dove fino alla chiusura del Vinitaly si alterneranno nei diversi giorni esposizioni, dimostrazioni pratiche, mostre ed analisi mirate alla promozione e difesa del vino italiano nel mondo. L’attenzione per l’impronta ecologica delle produzioni ha portato la Coldiretti a promuovere il primo marchio che certifica le uve e i vini ottenuti con criteri di sostenibilità, per la conservazione delle risorse naturali, la biodiversità, la salute e la cura del paesaggio collinare. “The Green Experience” sarà presentato al Vinitaly dalla Coldiretti Cuneo lunedì 16 aprile alle ore 16.45 presso l’area istituzionale della Regione Piemonte con il presidente nazionale della Coldiretti Roberto Moncalvo.

  • VAIRANO PATENORA – Alberghiero Marconi, “Risate & Risotti”, cena per celiaci e non

    VAIRANO PATENORA – Alberghiero Marconi, “Risate & Risotti”, cena per celiaci e non

    VAIRANO PATENORA (di Nicolina Moretta) – “Risate & Risotti” all’Istituto Alberghiero G. Marconi di Vairano Scalo (CE) una cena per celiaci e non è prevista per il giorno 20 aprile 2018, alle ore 20.00. Sarà la dimostrazione che si possono degustare piatti saporitissimi, realizzati con prodotti tipici locali, anche in questo settore alimentare. I ragazzi dell’Alberghiero effettueranno una ‘prova di realtà’ in cucina affiancati dai migliori chef del territorio: Massimiliano Barattiero, Alberto Cozzolino, Antonio Ruggiero, Angelo Napolitano, Angela Imperadore, Angela Fedele, Cecilia Magnante, Gilormo Di Fusco. La serata sarà resa ancora più lieta dalla partecipazione del comico Nino Taranto; l’evento è aperto a tutti previa prenotazione ai numeri: 3409658607- 3391828887. Sempre all’Istituto Alberghiero, nella mattinata del 20 aprile, la prof.ssa Ilaria Bertinelli terrà una conferenza/lezione per i ragazzi delle classi quarta e quinta a indirizzo cucina e al termine vi sarà un coking show con degustazione di piatti per celiaci e diabetici. Entrambi gli avvenimenti sono ottime occasioni di erudimento culinario. La stessa Bertinelli è l’autrice del libro:”Uno Chef per Gaia” scritto sulla base dell’esperienza fatta da madre di una bambina con diabete e celiachia.


     

     

     

  • Celiachia. La “gluten free diet” terapia per curarla


    Celiachia. Il morbo celiaco  o celiachia è una enteropatia infiammatoria permanente, con tratti di autoimmunità provocata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti. Il MC colpisce circa 1% della popolazione mondiale ed è caratterizzata da uno specifico quadro istologico della mucosa duodenale. La “dieta senza glutine” (GFD) costituisce, a tutt’oggi l’unica terapia utile al suo trattamento. Una corretta dieta senza glutine si avvale di “alimenti naturalmente privi di glutine”, prodotti non trasformati (carne, pesce, uova, legumi, alcuni tipi di formaggio, legumi, tuberi, frutta e ortaggi, oltre ai cereali senza glutine come riso e mais e a pseudo cereali come quinoa o amaranto), alimenti trasformati o lavorati che vantino in etichetta la dicitura “senza glutine” perché certificati con un contenuto di glutine inferiore a 20mg/Kg. Di questo secondo gruppo esistono due sotto categorie: “alimenti adatti ai celiaci” e “alimenti specificatamente formulati per celiaci”. I nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA), i cui decreti regionali sono in corso di attuazione su tutto il territorio italiano, indicano che il Sistema Sanitario Nazionale garantisce ai celiaci con diagnosi certificata l’esenzione dal pagamento delle prestazioni di cura e la fornitura gratuita di prodotti sostitutivi dei derivati di cereali contenenti glutine con tetti di spesa mensili definiti secondo i fabbisogni nutrizionali legati alla diverse fasce di età.
    Purtroppo la mappa dei disturbi collegati al glutine è ben più articolata della sola celiachia e può essere suddivisa in tre grandi gruppi di patologie: le autoimmuni (celiachia, dermatite erpetiforme), quelle su base allergica (ascrivibile alle allergie al grano: respiratoria, alimentare, orticaria da contatto) e la cosiddetta Gluten Sensitivity (né autoimmune né allergica). A questo cospicuo gruppo di pazienti, cui viene prescritta l’astensione dal glutine per ragioni mediche, si aggiungono un discreto gruppo di “volontari” che si auto-prescrivono la dieta aglutinata con la sola motivazione della scelta personale: sono circa 6 milioni gli italiani “celiaci per moda”.
    Secondo il NIH (Nutritional Istitutes of Health) il trattamento ideale per la celiachia si avvale di sei parole chiave: Controllo con un dietista esperto, Educazione sulla malattia, Lifelong dieta senza glutine, Identificazione dei deficit nutrizionali, Accesso a un gruppo di sostegno tra pari (in Italia l’AIC: Associazione Nazionale Celiachia), Continui follw-up del team multidisciplinare.  Come ogni regime dietetico restrittivo, però anche la dieta senza glutine si accompagna a rischi di malnutrizione sia per difetto sia per eccesso. In primo luogo è necessario sconsigliare regimi restrittivi ai soggetti che non ne abbiano necessità: è quindi doveroso dissuadere i “celiaci per moda” nel loro intento auto-prescrittivo. In caso di MC certificato è altrettanto importante individuare corretti criteri di monitoraggio dello stato nutrizionale. In primo luogo il controllo del peso: a fronte di un potenziale sottopeso dei soggetti celiaci, con l’instaurarsi della GFD migliora l’assorbimento di tutti i nutrienti, questo comporta spesso un aumento ponderale sino al sovrappeso o all’obesità; i prodotti dietetici senza glutine del commercio sono spesso resi più palatabili dall’elevato contenuto di grassi e zuccheri semplici e dal basso contenuto di fibre. Quindi le carenze: innanzitutto ferro e acido folico che si manifesta con sensazioni di stanchezza da tenere a bada con integratori, quindi vitamine del gruppo B (B1, B6, B12) supplementabili artificialmente o ricorrendo ai cosiddetti pseudo-cereali come la Quinoa o l’Amaranto; la carenza di vitamina D, calcio e fosforo. In ultimo le carenze di rame, zinco e magnesio. Nella nostra casistica clinica si presentano in ambulatorio di nutrizione clinica soggetti celiaci certificati prevalentemente sovrappeso e obesi che, a fronte di una riduzione dei sintomi gastroenterici grazie alla GFD non accompagnata da adeguata attività fisica faticano a mantenere il BMI al di sotto di 25. Grazie all’attività di sorveglianza supportate dell’associazioni di pazienti la ricerca di nuove tecnologie alimentari applicate ai prodotti senza glutine sta comunque compiendo evidenti passi avanti per sviluppare prodotti sostitutivi (pane, pasta ecc.) opportunamente fortificati capaci di assicurare qualità nutrizionale almeno sovrapponibili ai corrispondenti prodotti del commercio con glutine.

    Paola Golzio

    fonte: Nutrizione33

  • Donne, cibo e varizioni ormonali: parte dalla Calabria il tour “Cyciclity Diet”

    Donne, cibo e varizioni ormonali: parte dalla Calabria il tour “Cyciclity Diet”

    La dieta cicicla “Cyclicity Diet” per mantenersi in forma e migliorare le aspettative di vita: al via il tour dalla Calabria

    Per mantenersi in forma bisogna capire bene come funzionano i nostri ormoni. Lo assicurano Ennio Avolio e Claudio Pecorella, ideatori del metodo Cyclicity Diet, una strategia alimentare che, assecondando le variazioni ormonali del ciclo ovarico, associa i cibi che non minano il peso, ma mirano al benessere generale della donna, in un’ottica di longevità. È la prima dieta che permetterebbe alla donna di fare pace col cibo. Non ci sono cibi da demonizzare, ma cibi con effetti diversi: alcuni macronutrienti in un determinato istante possono incidere maggiormente sul bilancio energetico e quindi sul peso, per via delle condizioni fisiologiche legate alla danza degli ormoni, cui ogni donna è sottoposta dall’età fertile alla menopausa. Ormoni e alimentazione sono quindi legati a doppio filo, proprio perché il meccanismo biologico degli ormoni coinvolti nel ciclo ovarico (estrogeni, progesterone e androgeni), correlato a diverse funzioni del cervello (asse ipotalamo-ipofisi-ovaio), influenza il comportamento alimentare della donna e quindi il suo conseguente equilibrio nel peso. Estrogeni e progesterone la fanno da padrone. Gli estrogeni perché riducono l’appetito e l’intake (fabbisogno) energetico e il progesterone perché ha un effetto appetito-stimolante. Questo significa che ci si può mantenere in forma, migliorando aspettativa di vita e invecchiamento, anche assumendo un’alimentazione più ricca di grassi, come il cioccolato fondente, se si è nella fase premestruale – con più alti livelli di progesterone e più voglia di cibi grassi e dolci – ma riducendo i carboidrati raffinati e preferendo i cibi proteici per appagare la sensazione di fame, se si è in quella follicolare – con livelli di estrogeni più elevati, in cui dovremo optare per cibi dall’effetto più diuretico, per contrastare la ritenzione idrica, per fare un esempio. Ad approfondire l’argomento in modo scientifico è il libro “Cyclicity Diet” di Ennio Avolio e Claudio Pecorella (disponibile su Amazon € 20,00), edito da Falco Editore, che sarà presentato sabato 14 aprile alle 18.30 presso la Libreria Ubik di Cosenza, con un tour promozionale che proseguirà in tutta Italia, partendo proprio dalla Calabria (date in continuo aggiornamento sul profilo Facebook Cyclicicty Diet). Cyclicity Diet è, di fatto, il primo libro in Italia che racconta in modo chiaro e documentato il collegamento delle variazioni cicliche degli ormoni femminili e della dieta, con suggerimenti pragmatici da introdurre immediatamente nella vita quotidiana, con un piano alimentare scandito in 28 giorni e durante la menopausa, che contrasta l’infiammazione di origine metabolica al fine di ripristinare le normali vie biochimiche. “Grazie a mirati interventi su dieta, esercizio fisico e fattori modificabili dello stile di vita, assecondando gli sbalzi ormonali, la paziente potenzierà al contempo la massa magra e ridurrà quella grassa, contrastando gli effetti infiammatori correlati all’obesità, in un’ottica di longevità – ha dichiarato uno degli autori, Ennio Avolio, Biologo nutrizionista, Dottore di ricerca in biologia animale e specialista in Patologia Clinica presso l’Università della Calabria–. Questo è l’approccio forse più innovativo della nostra prescrizione dietetica”.
    Cyclicity Diet non è una lotta ai chili di troppo – prosegue Claudio Pecorella, biologo nutrizionista e co-autore del libro – perché paradossalmente avere una parte di tessuto adiposo nella donna è fisiologicamente sano, per questo vuole essere un metodo per acquisire un’alimentazione più corretta, per mantenersi in forma più a lungo, associando ad ogni fase ovarica la più appropriata attività fisica”.
    Perchè Cyclicity Diet. Si parte dall’assunto che durante le prime due settimane, cioè dal 1° giorno della mestruazione al 12° giorno, periodo di ovulazione, grazie agli estrogeni il metabolismo è più attivo e anche l’equilibrio glicemico è migliore, infatti ci sentiamo più energiche, più scattanti, più toniche, dopo la fase mestruale. Durante le due settimane successive all’ovulazione, cioè dal16° al 28° giorno (se il ciclo è regolare), si comincia a percepire una sorta di “frenata”, aumento del gonfiore e ritenzione idrica, oltre che voglia di dolci: colpa del calo di serotonina che provoca anche un calo dell’umore. È proprio in questa fase che il metabolismo e la gestione degli zuccheri da parte dell’insulina cambia. Supercibi antietà. Via libera, quindi, nelle diverse fasi del ciclo – nelle fasi di transizione alla menopausa e durante la menopausa – ai cibi, ricchi di proprietà antiossidanti come cioccolato fondente, olio extra vergine d’oliva, frutta secca, avocado, frutti di bosco, curcuma, perché contrastano l’infiammazione “silente” che è correlata alle disfunzioni metaboliche e cardiovascolari, oltre ad essere fonti di vitamine e minerali.
    È importante assumere cibi ricchi di omega 3 come pesce azzurro e olio di canapa, perché aiutano a prevenire malattie cardiovascolari, ischemie, tumori, in particolare al seno e al colon, patologie neurodegenerative in donne di tutte le età, ma soprattutto aiutano a ridurre le vampate di calore in menopausa.
    Via con carboidrati a basso indice glicemico (frutta e verdura) e cibi ricchi di proteine altamente digeribili, come il pane di segale o integrale, la quinoa, i semi di zucca o di girasole.
    Via libera anche ai cibi ricchi di ferro, da associare a cibi ricchi di vitamina C che ne facilitano l’assorbimento, per compensare le perdite ematiche della fase mestruale, ma anche calcio, limitando l’apporto di sodio, che ne ostacola l’assorbimento. Quindi, rucola a volontà, agretti, verdure a foglia verde (cicoria catalogna, cime di rapa, rucola e lattuga), broccoli, sedano da costa, finocchio, cavoli e porri.
    Infine, attenzione a garantire il giusto apporto di vitamina D, contenuta in buone quantità nei legumi secchi, carciofi, cardi, indivia e spinaci. Questa vitamina, infatti, nell’età senile diminuisce, nel caso, va integrata secondo le linee guida, per la protezione della salute delle ossa, soprattutto in menopausa, dove si promuovono i benefici di fitoestrogeni, fibre solubili e altri componenti.
    Via libera anche ai digiuni intermittenti di 16 ore (nella fase follicolare tardiva con assenza di colazione), perché l’azione antinfiammatoria è il fine ultimo di questa dieta. Il digiuno permette la formazione dei corpi chetonici che sono utilizzati come fonte energetica per il cervello . Lo scopo del digiuno controllato nella donna ha l’effetto di favorire l’innalzamento dell’umore e combattere lo stress ossidativo e i livelli d’infiammazione insieme al mantenimento del peso e al rafforzamento del sistema immunitario. Una restrizione calorica controllata permette al corpo della donna di controllare l’infiammazione perché, l’infiammazione cronica, diventerebbe nel corso del tempo dannosa per il nostro organismo.
    Menopausa. La perdita di estrogeni dopo la menopausa, indipendentemente dall’invecchiamento, aumenta la sintesi del tessuto adiposo totale e ne modifica la distribuzione, portando la donna ad aumentare di peso anche mangiando quantità di cibo esigue. Il cambiamento nella concentrazione di questi ormoni ovarici nella menopausa tende ad alterare anche quello che è il bilancio energetico ed è per questo motivo che le donne in post-menopausa tendono ad aumentare velocemente il peso se non sottoposte a regimi alimentari controllati.

    Esercizio fisico. L’attività fisica consigliata oscilla in base alla capacità prestativa della donna: ridotta (1-4) e potenziata tra il 16° e il 28° giorno. Si parte quindi da walking streching, tecniche di rilassamento, yoga; passando da
    un allenamento [fase follicolare (5-11)]: gradualmente più intenso con circuiti specifici e allenamenti con i pesi 2 giorni alternati, attività cardio fitness 2-3 giorni (ad es. aerobico anaerobico alternato tipo circuito) visto il graduale miglioramento delle capacità prestative prevalentemente di tipo aerobico con la presenza di più acidi grassi circolanti e un minor catabolismo proteico; fase periovulatori (12-15) allenamento moderatamente pesante. Fase luteale (16-28) L’alta capacità prestativa si prolunga per una settimana circa in questa fase in cui si consiglia di proseguire con allenamenti di controresistenza moderatamente pesanti fino al giorno 21 circa. Il consiglio è di alternare allenamenti con i pesi con un allenamento cardiovascolare con l’obiettivo di ottimizzare il dispendio energetico già fisiologicamente più alto in questa fase soprattutto se finalizzato al dimagrimento. Dal giorno 22 inizia una graduale diminuzione delle capacità prestative no alla fase mestruale dove si consiglia la riduzione progressiva dei carichi di lavoro.
    Gli Autori: Ennio Avolio e Claudio Pecorella, entrambi biologi specializzati nelle migliori Università italiane ed estere ed autori di numerosi lavori scientifici su prestigiose riviste mediche internazionali, hanno dedicato negli ultimi anni le loro attività di studio sui meccanismi di controllo dietetico in risposta alle variazioni ormonali femminili. Sono gli ideatori della metodologia dietetica ciclica conosciuta come Cyclicity Diet e collaborano inoltre con Università italiane ed americane tra cui la University of California San Diego con la quale hanno attualmente in corso diversi progetti riguardanti la nutrizione e le patologie metaboliche.

  • Alimentazione e stile di vita per prevenire le malattie

    Alimentazione e stile di vita per prevenire le malattie

    Alimentazione e stile di vita per prevenire le malattie

    Tra diete e miti da sfatare: “Siamo quello che mangiamo. L’intestino è come un cervello”


    Silvio Nanni, 33 anni, farmacista e biologo nutrizionista. Una scelta, la sua, in direzione di una passione che lo accompagna da sempre: mangiare bene. Perché, spiega in questa intervista che anticipa una rubrica dedicata di volta in volta a temi del settore, “Tutto quello che mangiamo lo trasformiamo in noi stessi”. Dalle intolleranze alle diete dimagranti e al rischio di interazione con i farmaci: il dottor Silvio Nanni anticipa anche i miti da sfatare sulla dieta mediterranea, “a larghissima prevalenza vegetale, con un po’ di pesce e pochissima carne e solo bianca…”.

    “Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei”. Un aforisma, una massima, che Silvio Nanni riuscirebbe a decifrare caso per caso, persona per persona. O meglio: paziente per paziente. Malgrado abbia solo 33 anni, ha già una doppia laurea. La prima in Farmacia, alla Sapienza di Roma. La seconda in Scienze della Nutrizione Umana, conseguita all’università Tor Vergata. Dopo diversi anni divisi fra lo studio, con risultati sorprendenti, la passione per la recitazione, che lo ha portato a calcare palcoscenici famosi e affiancare attori quotati, e il lavoro dietro al bancone della farmacia di famiglia, la strada che ha imboccato è quella della alimentazione. Mangiare bene e in modo da soddisfare non solo il piacere dei sensi ma anche le esigenze della salute, con un occhio ai centimetri: insomma, è biologo nutrizionista.

    Leggo sul suo curriculum che lavora in ben tre studi: uno a Roma, uno a Frascati e uno a Termoli.
    «Mi divido tra il Molise e la città in cui ho studiato e dove ho scelto in parte di restare per esigenze professionali. Trascorro un po’ di tempo in Basso Molise e un po’ di tempo nel Lazio. E va bene così, per ora».

    In sostanza lei studia ed elabora diete dimagranti per le persone?
    «Non solo. Mi occupo dell’alimentazione in senso generale. Dalla classica dieta dimagrante alla dieta per stati patologici particolari fino alla dieta per sportivi. Mi interessa in modo particolare l’interazione tra alimenti e farmaci».

    Ci sono alimenti che possono condizionare l’efficacia di determinati farmaci?
    «Certo, ci sono alimenti come per esempio il succo di pompelmo, il più noto da questo punto di vista, che vanno ad agire su degli enzimi coinvolti nella metabolizzazione del farmaco e possono aumentarne gli effetti collaterali, a cominciare dagli antiaritmici, farmaci per l’ipertensione arteriosa, antibiotici e fluidificanti del sangue. La lista degli alimenti che possono interagire con i farmaci è lunga e possono sia aumentarne che diminuirne l’efficacia. Il rischio, quando non si considera adeguatamente questo aspetto, quindi l’interazione, è di vanificare la terapia o di aumentare gli effetti collaterali».

    Lei è esperto di diete per particolari stati patologici. Mi potrebbe fare un esempio?
    «Per esempio sono specializzato, perché è stato anche oggetto della mia tesi di laurea e me ne sono occupato a lungo e continuo a farlo sistematicamente con gli aggiornamenti, di dieta per donne che hanno avuto il tumore al seno. Ho fatto uno studio personale sulla diminuzione della recidiva del cancro al seno con la dieta e lo stile di vita. Sappiamo che una donna che ha avuto questo tipo di tumore ha una aumentata probabilità di subire una recidiva nell’arco di 10 anni. Un rischio che si abbassa notevolmente con una alimentazione e uno stile di vita adeguati».

    Dottor Nanni, cosa è uno stile di vita? Lei come lo definirebbe?
    «Il complesso di abitudini che mettiamo in pratica tutti i giorni. Da quello che mangiamo a come e quanto riposiamo la notte, dallo sport che pratichiamo o dalla vita sedentaria che facciamo fino al lavoro, se è più o meno stressante. Nello stile di vita si fa rientrare anche la dieta, ma dal mio punto di vista l’uno senza l’altra ha poca efficacia».

    Eppure spesso sentiamo parlare di diete che promettono miracoli in assenza totale di attività fisica. O di persone che dimagriscono senza necessariamente praticare sport o fare una vita, come dice lei, segnata da uno stile migliore…
    «Prima di tutto una premessa: il dimagrimento senza attività fisica è in alcuni casi rischioso. Con determinate diete si può perdere peso, è vero, ma si perdono soprattutto liquidi e massa muscolare, praticamente la stessa dieta che fa il paziente allettato in ospedale e che, come è intuibile, non è una dieta sana. Ne parleremo prossimamente nei vari approfondimenti che Primonumero mi ha invitato a fare a beneficio dei lettori molisani. Intanto qualche indicazione di massima. La dieta deve essere accompagnata da una moderata attività fisica, che può consistere anche in 30 minuti al giorno di passo svelto, non necessariamente sport a livello professionale. Una dieta dimagrante vera va a togliere massa grassa, non certo tessuto muscolare che è la parte del nostro corpo che consuma energia. Posso usare una metafora forse un po’ azzardata?»

    Prego
    «Quando andiamo in macelleria ci rendiamo conto che, a parità di volume, una bella fetta di carne pesa di più di un mucchietto di trippa. Bene, con le diete è la stessa cosa. La bilancia non basta per vedere se si è dimagriti e anzi, è l’ultima cosa. Si può perdere e si perde massa grassa anche aumentando leggermente di peso, perché si va a tonificare il muscolo. Si pensi ad un uomo obeso alto 1.70 m che pesa 100 kg e ad un bodybuilder alto sempre 1.70 m e che pesa sempre 100 kg. Vediamo ad occhio nudo la differenza, ciò che conta è la composizione corporea, da una parte abbiamo molto tessuto adiposo e dall’altra molta massa muscolare anche se il peso è lo stesso: la bilancia può ingannare».

    Lei che tipo di pazienti tratta?
    «Un po’ tutti i tipi, sia donne che vogliono dimagrire dopo una gravidanza o che vogliono dimagrire per togliere svariati chili che uomini che magari dopo i 30 o 35 anni hanno smesso di fare sport ma non hanno smesso di mangiare come quando facevano sport. Tratto poi molto gli sportivi in varie discipline, soprattutto ciclisti e calciatori».

    Esiste una alimentazione diversificata da individuo a individuo, una dieta ideale per ognuno di noi?
    «Arriveremo certamente a una alimentazione completamente personalizzata e personalizzabile, a un tipo di nutrizione che tenga conto del genoma. In realtà adesso questo non è ancora possibile, malgrado si vedano in circolazione test per una alimentazione personalizzata su base genetica. Beh, la verità è che non sono sinceri…».

    Praticamente i test per le intolleranze sono delle truffe?
    «No, non sto dicendo questo, dico che la maggior parte dei test genetici in circolazione non ha una base scientifica solida. Ma facciamoci caso: quando uno fa un test di intolleranza risulta intollerante a tutto, e questo ovviamente non è possibile. Il fatto è che tutti gli alimenti quando arrivano nell’intestino lo infiammano, ma si tratta di una infiammazione controllata e di conseguenza inevitabile. D’altra parte l’intolleranza non dovrebbe fare ingrassare: se una persona è realmente intollerante dimagrisce, come avviene nella celiachia per malassorbimento. La perdita di peso avviene perchè i soggetti, convinti di essere intolleranti, eliminano interi gruppi di alimenti come i latticini (con molti grassi saturi) o i farinacei che apportano molte calorie a porzione. Le intolleranze sono diventate un alibi per non cambiare i propri comportamenti sbagliati».

    Ci sono tuttavia dei test di intolleranza che funzionano?
    «Ci sono, penso a quello del lattosio. O al test genetico per la celiachia, la cui positività è, tra l’altro, una condizione necessaria ma non sufficiente per diagnosticare la malattia. Ripeto, ci sono pochissimi test genetici scientificamente validi per le intolleranze alimentari. E comunque con ogni probabilità la colpa dei chili di troppo non è da imputare a una intolleranza».

    Intolleranze che oggi sembrano aumentate a dismisura. Nella popolazione ci sono sempre più casi di persone che non possono mangiare la pizza, che stanno male ogni volta che mettono in bocca un pezzo di pane…
    «La malattia celiaca è sicuramente in aumento, ma è aumentato soprattutto il numero di diagnosi perché ci si sta molto più attenti e c’è un maggiore controllo e una maggiore consapevolezza.

    D’altra parte l’industria alimentare ha cambiato le farine, aumentando la quantità di glutine nelle stesse perché questo le rende più lavorabili. Tuttavia non esiste una correlazione scientificamente dimostrata tra l’aumento del quantitativo di glutine nelle farine e l’aumento di casi di celiachia. Nel caso del lattosio è un po’ diverso…»

    Cioè?
    «Noi abbiamo un enzima, la lattasi, che va a scindere il lattosio e ci permette di assorbirlo. Quando questo enzima non c’è, perché magari non lo produciamo più, il lattosio resta nell’intestino e causa gonfiore, dissenteria e malessere. La lattasi è un enzima che dipende geneticamente ed è inducibile. In commercio esistono tantissimi integratori a base di lattasi che si prendono quando si vuole mangiare una mozzarella o un latticino, e funzionano bene. L’importante è prendere un tot di compresse in base al quantitativo di latte che si va ad assumere».

    Parleremo in maniera più approfondita anche di questo. Intanto le chiedo: cosa pensa degli integratori?
    «Partendo dal presupposto che in un’alimentazione sana e corretta e in assenza di stati patologici non c’è bisogno di integratori, dico che avendo lavorato diverso tempo in farmacia e parafarmacia sono diventato esperto di fitoterapia, integrazione alimentare e integrazione alimentare per sportivi e per celiaci. In determinati casi gli integratori sono utili, ma diffido dal prenderli in maniera arbitraria e in assenza di un consiglio di un medico o di un nutrizionista».

    Esiste una formula per l’alimentazione ideale?
    «Una dieta sana ed equilibrata resta sempre la dieta mediterranea, sulla quale però ci sono da sfatare parecchi miti. Possiamo accennare a questo, che è una dieta a larghissima prevalenza vegetale, con un po’ di pesce e pochissima carne e solo bianca. Insomma, ventricina bandita!».

    Salumi banditi, formaggi banditi, grassi banditi, tutto quello che di più buono c’è sembra che faccia male… Però così il cibo perde la sua caratteristica di piacere, no?
    «Il cibo è un meraviglioso piacere, ma deve rimanere tale e non deve diventare un killer silenzioso. Bene preferire la qualità rispetto alla quantità, e c’è sempre da dire che se una volta a settimana si fa uno sgarro non è un problema. Il problema è quello che facciamo tutti i giorni».

    Perché secondo lei oggi è così importante l’alimentazione?
    «Perché noi riversiamo nel cibo quello che non sempre riusciamo ad avere a livello di gratificazione. Il cibo è un piacere semplice come il sesso, ma non lo devi chiedere a nessuno: il frigorifero in genere dice sempre sì. Vorrei però riflettere su un dato che è questo: fino a un bel po’ di anni fa una famiglia spendeva la metà del proprio stipendio in cibo. Ora spendiamo un decimo dello stipendio, forse anche meno, perché sono cambiati i consumi e i costumi, certo. Ma c’è anche un discorso di qualità, che ci può portare a scegliere cibo spazzatura pur di avere, faccio un esempio, l’iPhone. E questo non è certo un bene».

    Questo è anche il motivo per cui i molisani sono il popolo più obeso d’Italia, in percentuale?
    «Non credo che in questo caso dipenda solo da una questione di alimenti, quanto da una questione psicologica. Azzardo: il Molise è un posto culturalmente un po’ depresso e il cibo è un riempitivo, potrebbe essere un’ipotesi».

    Prima di iniziare la sua rubrica con consigli e approfondimenti su diversi temi legati all’alimentazione, ci darebbe una dritta su come mangiare meglio?
    «Intanto impariamo a leggere le etichette e i valori nutrizionali di quello che acquistiamo e che portiamo a tavola, informiamoci sempre, ricordiamoci che quando mangiamo trasformiamo il cibo in noi stessi e che l’intestino è il nostro secondo cervello». (mv)

  • “Dieta crash”: funziona, ma attenzione ai danni che può provocare al cuore

    “Dieta crash”: funziona, ma attenzione ai danni che può provocare al cuore

    Molto, se non tutto, è già nel nome: «crash diet». Ovvero una dieta «schianto»: nel senso che può ridurre in maniera drastica le curve del corpo, ma mettere pure a repentaglio il cuore, soprattutto in chi è già sofferente. Questo è quanto hanno dimostrato alcuni ricercatori dell’Università di Oxford, indagando con la risonanza magnetica la distribuzione del grasso a livello addominale, epatico e cardiaco in 21 persone obese, alle quali per otto settimane è stata fatta seguire una dieta con un introito energetico giornaliero compreso tra 600 e 800 chilocalorie. I controlli sono stati effettuati in tre diversi momenti: all’inizio dello studio, dopo una e otto settimane.

     

    Gli effetti della dieta
    I benefici in termini di riduzione della massa grassa sono apparsi subito evidenti. Già dopo una settimana, infatti, il grasso totale, quello viscerale e quello epatico avevano subìto drastiche riduzioni: rispettivamente del 6, dell’11 e del 42 per cento. Tutto ciò accompagnato da una migliore risposta delle cellule all’insulina (in termini di assorbimento degli zuccheri circolanti nel sangue) e da livelli ridotti (dunque più adeguati) di colesterolo totale, trigliceridi, zuccheri e pressione sanguigna. Risposte che indicano un miglioramento complessivo del profilo metabolico di questi pazienti.

     

    Il problema è che però anche la componente di grasso che avvolge il cuore – e che ha sia funzione energetica sia di cuscinetto – è risultata quasi dimezzata. Un aspetto che è stato associato a una riduzione della funzionalità cardiaca: a partire dalla capacità di pompare il sangue in tutto il corpo attraverso le arterie. Risultati analoghi, ma di minore portata, sono stati osservati allo scadere delle otto settimane.

     

    Cosa può essere accaduto?
    Gli effetti – strutturali e funzionali – sul cuore di una dieta mirata a un rapido dimagrimento non erano mai stati studiati prima. Risulta dunque semplice capire perché in occasione della presentazione dei risultati, avvenuta nel corso del congresso della Società europea di imaging cardiovascolare tenutosi a Barcellona, gli specialisti abbiano predicato a più riprese la massima prudenza. «Diete simili si sono molto diffuse negli ultimi anni – ha spiegato Jennifer Rayner, ricercatrice nel dipartimento di imagin cardiovascolare dell’Università di Oxford.

     

    Quello che abbiamo scoperto può apparire curioso, perché a fronte di un miglioramento del profilo metabolico ci si aspetta una conseguenza analoga anche sul piano cardiovascolare. Invece l’attività generale del cuore è risultata peggiorata già sette giorni dopo l’inizio della dieta.

     

    Questo perché l’improvviso rilascio di grasso dai diversi distretti, necessario per sopperire al ridotto apporto energetico, ha fatto probabilmente sì che il cuore di queste persone lo immagazzinasse, andando così a peggiorare le performance del muscolo». Il tutto ha avuto comunque un carattere transitorio, perché al controllo effettuato dopo otto settimane le performance risultavano migliorate, sebbene comunque ancora inferiori a quelle registrate prima dell’avvio della dieta.

     

    In cosa consiste la dieta «crash»
    Le diete di questo tipo sono basate quasi esclusivamente sul ricorso ai pasti sostitutivi: barrette o bevande. In questo modo si prova a fornire tutti i nutrienti necessari, riducendo però in maniera drastica l’apporto di energia all’organismo. Tant’è che – soprattutto se si ha di fronte un paziente gravemente obeso: con un indice di massa corporea superiore a 40 – non sono sconsigliate in senso lato, perché i benefici in termini di perdita di peso spesso ci sono: anche se poi occorre evitare che nel tempo i chili smaltiti vengano riacquisiti. Alla luce di quanto scoperto, però, estrema cautela deve essere posta nei confronti di chi soffre già di cuore.

    Twitter @fabioditodaro