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  • Gli odori delle malattie spiegati dalla scienza

    Gli odori delle malattie spiegati dalla scienza

    Una donna scozzese che ha stupito i medici con la sua capacità di rilevare la malattia di Parkinson attraverso l’olfatto ha aiutato gli scienziati a trovare le cause dell’odore.

    I ricercatori di Manchester hanno affermato di aver identificato le molecole sulla pelle legate all’odore e di sperare che ciò possa portare a una diagnosi precoce.

    Lo studio è stato ispirato da Joy Milne, un’infermiera in pensione di 68 anni di Perth.

    Notò per la prima volta l’odore “muschiato” di suo marito Les, a cui fu diagnosticata la malattia di Parkinson anni dopo.

    Parkinson - Odori delle malattie
    Joy, che ha lavorato per tre anni con l’Università di Manchester nella ricerca, è stato nominato in un articolo pubblicato sulla rivista ACS Central Science.

    È stata anche nominata docente onoraria all’università grazie ai suoi sforzi per aiutare a identificare l’odore rivelatore.

    Joy Milne - Odori delle malattie
    La ricerca ha rivelato che un numero di composti, in particolare acido ippurico, eicosane e octadecanal, sono stati trovati in concentrazioni più elevate del solito sulla pelle dei pazienti con Parkinson.

    Sono contenuti nel sebo, la secrezione oleosa che ricopre la pelle di tutti, ma che è spesso prodotta in maggiore quantità da persone con Parkinson, rendendoli più propensi a sviluppare un disturbo cutaneo chiamato dermatite seborroica.

    L’autrice principale, Prof. Perdita Barran, della facoltà di chimica dell’Università di Manchester, ha dichiarato alla BBC Scozia: “Ciò che abbiamo scoperto sono alcuni composti che sono più presenti nelle persone che hanno il morbo di Parkinson e il motivo per cui li abbiamo scoperti è perché Joy Milne sentiva l’odore della differenza.

    “Poteva sentire l’odore delle persone che hanno il morbo di Parkinson.

    “Quindi abbiamo progettato alcuni esperimenti per imitare ciò che Joy fa, per usare uno spettrometro di massa per fare ciò che Joy può fare quando annusa queste cose sulle persone con Parkinson.”

    Una persona su 500 nel Regno Unito ha il Parkinson e che sale a circa una su 100 tra gli over 60.

    Attualmente non esiste una cura e nessun test definitivo per la malattia, con i medici che diagnosticano i pazienti osservando i sintomi.

    La professoressa Barran ha affermato di sperare che i “biomarcatori volatili” che hanno identificato possano portare a un semplice test di diagnosi precoce per la malattia, come passare il collo di una persona con un tampone e testare le molecole distintive.

    Ha detto: “Ciò che potremmo sperare è se possiamo diagnosticare le persone prima, prima che arrivino i sintomi motori, che ci saranno trattamenti che possono prevenire la diffusione della malattia. Quindi questa è davvero l’ambizione finale”.

    L’infermiera in pensione ha collegato l’odore alla malattia solo dopo aver incontrato persone con lo stesso odore distintivo in un gruppo di supporto del Parkinson nel Regno Unito.

    Altre informazioni riguardo alimentazione e malattie:
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    FONTE: www.bbc.com
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  • Come risvegliare le cellule staminali del cervello

    Potremmo chiamarla la “proteina dei ricordi”: si chiama Sox2 e da oggi ha dimostrato di essere importante per lo sviluppo del nostro cervello, soprattutto per quella porzione chiamata ippocampo che è coinvolta nel mantenimento della memoria a lungo termine. Ad annunciarlo è un lavoro finanziato da Telethon e pubblicato su Nature Neuroscience* da Silvia Nicolis, ricercatrice dell’Università di Milano Bicocca.

    In particolare, la proteina Sox 2 è risultata capace di indurre la produzione di molecole-segnale coinvolte nel mantenimento delle cellule staminali neurali anche dopo la nascita. L’ippocampo è infatti una di quelle porzioni del cervello che continua a formarsi e a “plasmarsi” anche dopo che siamo nati, proprio a partire dalle cellule staminali presenti.

    Come spesso accade, questa scoperta di un meccanismo biologico importante è stata possibile grazie allo studio di una condizione molto rara in cui il meccanismo è difettoso. Nicolis e il suo gruppo sono infatti partiti anni fa (leggi il comunicato) dall’osservazione dell’effetto che la mutazione nel gene Sox2 produce nell’uomo: i bambini portatori di questo difetto genetico (poche decine in tutto il mondo) hanno una sindrome caratterizzata da epilessia, cecità, problemi cognitivi e mancato sviluppo dell’ippocampo. In altri casi, mutazioni di Sox2 sono state riscontrate in pazienti affetti da malattie dell’ipofisi.

    Dopo aver riprodotto questo difetto genetico nel topo, i ricercatori sono riusciti a curare in buona parte la malattia fornendo nei primi giorni di vita dell’animale un farmaco che mima l’azione di Sonic hedgehog (Shh), una delle molecole-segnale stimolate da Sox2 che viene a mancare quando Sox 2 non funziona. Nel topo malato, in assenza di trattamento le cellule staminali nell’ippocampo vengono perse quasi completamente. Una volta somministrato il farmaco, invece, i ricercatori sono riusciti a “salvarle” in buona parte e a promuovere la formazione di nuovo tessuto nervoso e la crescita dell’ippocampo. In topi normali, invece, il farmaco non ha alcun effetto.

    Attualmente è difficile pensare a un utilizzo immediato di questo tipo di farmaci nei pazienti con difetti in Sox2: i malati, infatti, hanno tutti mutazioni de novo e quindi inattese, in quanto non sono ereditate ma avvengono nelle cellule germinali dei genitori. Tuttavia, gli esperimenti effettuati nel topo hanno mostrato come molecole di questo tipo siano specifiche e possano avere effetti significativi se somministrate nei primi giorni di vita.

    Dall’altra parte, conoscere a fondo il ruolo di Sox2 nel sistema di controllo del mantenimento e differenziamento delle cellule staminali neurali potrebbe rivelarsi importante per il disegno di terapie contro diversi tipi di tumori cerebrali infantili, come il glioblastoma, il neuroblastoma e il medulloblastoma. In questi tumori – piuttosto frequenti in età pediatrica, molto aggressivi e spesso resistenti alle terapie convenzionali – Sox2 mostra di essere molto attivo e potrebbe avere un ruolo “rovesciato”: gli scienziati ipotizzano infatti che potrebbe contribuire al mantenimento delle cellule tumorali, analogamente a quanto avviene per le cellule normali. Se questo fosse confermato, Sox2 potrebbe diventare un nuovo bersaglio farmacologico, forti anche di quanto già osservato in laboratorio: riducendo l’attività di Sox2 nelle cellule tumorali si riesce a ostacolarne la moltiplicazione.

    In prospettiva più lunga, infine, conoscere i meccanismi genetici che regolano le funzioni delle cellule staminali neurali è il primo passo verso un possibile impiego di queste cellule nella terapia rigenerativa di malattie neurologiche come, per esempio, il morbo di Alzheimer o di Parkinson.

    * Rebecca Favaro, Menella Valotta, Anna L M Ferri, Elisa Latorre, Jessica Mariani, Claudio Giachino, Cesare Lancini, Valentina Tosetti, Sergio Ottolenghi, Verdon Taylor, Silvia K Nicolis, “Hippocampal development and neural stem cell maintenance require Sox2-dependent regulation of Shh”. Nature Neuroscience, 2009; doi: 10.1038/nn.2397.