Tag: Rettore Lateranense

  • Mons. dal Covolo, presentato volume sul cardinale August Hlond

    Roma, all’Accademia Polacca delle Scienze, si è svolta la presentazione del volume “Il Primate di Polonia card. August Hlond di fronte ai grandi conflitti dell’epoca: la seconda guerra mondiale e la guerra fredda”. A presentare il libro, Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, che ha approfondito i rapporti intercorsi tra il Primate Hlond e i papi Pio XI e Pio XII, evidenziando la portata storica di questi legami e la loro reale incidenza nelle dolorose vicende del Novecento.

    Mons Dal Covolo
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Ans il 14 giugno 2013

    Martedì 11 giugno, presso l’Accademia Polacca delle Scienze a Roma, si è svolta la presentazione del volume “Il Primate di Polonia card. August Hlond di fronte ai grandi conflitti dell’epoca: la seconda guerra mondiale e la guerra fredda”, curato dal prof. Leszek Kuk, Direttore dell’Accademia Polacca, insieme al prof. Stanisław Zimniak, sdb, Membro dell’Istituto Storico Salesiano.

    A presentare il libro sono stati, mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense (PUL); ed Alberto Monticone, già professore ordinario di storia moderna, ex senatore e Presidente emerito dell’Azione Cattolica. Ai due relatori si è aggiunta la testimonianza di Stanisław August Morawski, Presidente della “Fondazione Romana J. S. Umiastowska”, cofondatore e membro del Direttivo del Centro per gli Studi e le Relazioni Internazionali e del Centro Incontri e Studi Europei.

    Il volume 127° della serie “Conferenze”, pubblicata dall’Accademia Polacca di Roma, raccoglie gli atti del convegno internazionale tenutosi nella sede dell’Accademia il 14 dicembre 2009, dedicato alla figura del cardinale August Hlond, salesiano, primate di Polonia negli anni 1926-1948.

    Mons. dal Covolo ha approfondito i rapporti intercorsi tra il Primate Hlond e i papi Pio XI e Pio XII, evidenziando la portata storica di questi legami e la loro reale incidenza nelle dolorose vicende del Novecento. Il Rettore della PUL ha anche messo in luce la capacità dei tre ecclesiastici di vivere e praticare senza cedimenti la missione propria della Chiesa: difendere la verità sull’uomo dalle tentazioni del potere, anche quando questo produce realtà disumane come quelle create dai regimi totalitari tedesco e sovietico del XX secolo.

    Il prof. Monticone, da parte sua, ha delineato la cornice storica del tutto particolare nella quale si trovò ad agire il card. Hlond. Personaggio molto apprezzato sia negli ambienti ecclesiastici, sia in quelli della società civile – ritenuto addirittura papabile da alcuni – si trovò ad essere Primate della Polonia in un periodo estremamente complicato, quando, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale i paesi vittoriosi imposero un nuovo ordine geopolitico che comportava spostamenti forzati di enormi masse di popolazione, senza badare alle ferite provocate dalla guerra e dagli stermini etnici.

    L’analisi sulla sua figura richiede perciò un’attenta analisi delle risorse archivistiche. Grazie a tale procedimento si è potuto, tra l’altro, verificare la delicata questione delle facoltà pontificie che furono concesse al Primate, le quali già contemplavano il nuovo ordine politico prodotto in Europa dalle Conferenze di Yalta e Potsdam (febbraio e luglio-agosto 1945), anche se questo non venne mai garantito in modo definitivo dai trattati di pace.

    Concludendo, il prof. Monticone ha evidenziato l’importanza di questo volume che completa il quadro storiografico, offerto dal volume pubblicato nel 1999, contribuendo notevolmente al recupero della figura del cardinale Hlond nella storiografia europea. Rimangano, tuttavia, ancora molti campi degni di essere esplorati, per poter descrivere sempre meglio il peso avuto dal cardinale salesiano August Hlond nella storia della Chiesa e della società del Novecento.

    FONTE: Ans

  • Enrico Dal Covolo, Lumen fidei, lettura del Rettore dell’Università del Laterano

    La luce della fede” è il libro-intervista sulla recente Enciclica di Papa Francesco, scritto dal vescovo Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Lo scritto è dedicato idealmente ai giovani e fa riferimento al Meeting dei giovani cattolici per la giustizia social che ha visto l’Università del Papa proporsi come un’agorà internazionale di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo caratterizzati da apertura affettuosa, da capacità di ascolto e di dialogo, da volontà di comunicare. Il libro scorre parallelamente ai contenuti dell’Enciclica. Mons Dal Covolo risponde alle domande della sua interlocutrice con puntualità teologica ed entusiasmo pastorale.

    Dal Covolo_ragazzi

    Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Korazym il 22 gennaio 2014.

    «Quando neanche la luce del sole riesce a rischiarare le tenebre, la luce della fede “pretende” di farlo». È questo uno dei passaggi più significativi de “La luce della fede”, libro-intervista sulla recente Enciclica di Papa Francesco, scritto dal vescovo Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense.

    screen

    In quattro capitoli (più un’introduzione), editi dalla Lateran University Press, il presule salesiano risponde alle domande di Susanna Lemma, cronista del Tg1, sviluppando «una vera e propria catechesi sulla fede – spiega nell’introduzione il Cardinale Vicario per la Diocesi di Roma, Agostino Vallini –, nella quale non mancano i riferimenti ai Padri della Chiesa (dal Covolo è un riconosciuto patrologo a livello internazionale, ndr), alle esperienze vissute in prima persona, la citazione di testi letterari famosi che rendono – aggiunge il porporato – la lettura scorrevole, permettendo al lettore di vedere quanto il documento abbia da offrire all’uomo di oggi, in particolare ai giovani, con i quali Mons. dal Covolo è abituato a dialogare da sempre».

    Proprio ai giovani il libro è dedicato idealmente. Dal Covolo lo spiega all’inizio del primo capitolo, quando fa riferimento al primo Meeting dei giovani cattolici per la giustizia sociale che, dal 20 al 24 marzo 2013, ha visto l’Università del Papa proporsi come un’agorà internazionale di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo caratterizzati da apertura affettuosa, da capacità di ascolto e di dialogo, da volontà di comunicare.

    Ma il libro non esclude dalla riflessione anche l’universo degli adulti, di educatori – osserva dal Covolo – «scoraggiati da ragazzi sfiduciati e depressi e schiavi di dipendenze nocive», a cui egli chiede di non stancarsi mai di educare: «Anzitutto con l’esempio, e poi con le parole».

    Il libro scorre parallelamente ai contenuti dell’Enciclica. Dal Covolo risponde alle domande della sua interlocutrice con puntualità teologica ed entusiasmo pastorale.

    Particolarmente significativa risulta l’analisi dell’ultima parte della Lumen Fidei, quella che il Rettore definisce «la più attualizzante». Tuttavia, dal Covolo ricorre ancora una volta ai Padri per rispondere alla domanda: “Come un cristiano deve vivere nella società?”

    Cita la lettera A Diogneto, scritto anonimo della seconda metà del II secolo, nella quale si parla, per la prima volta, di doppia cittadinanza del cristiano: “Egli è chiamato ad essere cittadino della terra, ma anche del cielo”.

    Queste indicazioni – ribadisce il presule – restano valide lungo i secoli e i millenni della Chiesa, per definire il ruolo del cristiano nella società. E finisce citando il discorso di Papa Francesco all’Episcopato brasiliano, il 27 luglio 2013, alla Gmg di Rio: «Nell’ambito della società, c’è una sola cosa che la Chiesa chiede con particolare chiarezza: la libertà di annunciare il vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo». Quel contrasto che la solo la luce della fede può sanare.

    FONTE: Korazym

  • Pontificia Università, Intervista al Rettore lateranense

    Intervista a Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense a Specchio Economico: “Oggi l’idea stessa di università è molto diversificata. L’università è nata nel Medioevo in casa-Chiesa, «universitas scientiarum» che al vertice e come punto di reductio ad unum prevedeva la sintesi filosofico-teologica. Molte università hanno rinunciato a ciò. L’università Lateranense, invece, si propone di conservare integra l’idea genuina di università”.

    Dal Covolo_Rettore

    Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    «La mia storia è abbastanza semplice ed è racchiusa nello stemma della mia prima famiglia, un’antica famiglia veneta che risale addirittura ai tempi di Carlo Magno. Sono l’ultimo di 10 figli, 5 maschi e 5 femmine. La mia seconda famiglia è quella salesiana e la terza è la lateranense, che mi ha affidato il Papa. Sono nato a Feltre, nel Bellunese, tra l’altro diocesi di Papa Luciani, che era un amico di famiglia e veniva spesso a trovarci; ricordo che voleva insegnarci i giochi della dama e degli scacchi, ma noi eravamo vivaci e non abbiamo imparato nulla. Era un sacerdote molto simpatico e mai avrei pensato che sarebbe diventato papa e che io sarei diventato il suo postulatore. Poi ci siamo trasferiti a Milano perché mio papà era magistrato e lì ho conosciuto i salesiani e ho deciso di entrare a farne parte». Così inizia l’intervista a monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Ha professato i voti nel 1973; nel 1974 si è laureato in Lettere Classiche ed è stato ordinato sacerdote nel 1979. Ha conseguito il dottorato in Teologia e Scienze Patristiche e insegnato nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana di cui è stato preside-decano e, in seguito, vicerettore. Nel 2003 è stato nominato Postulatore generale per le cause dei Santi della Famiglia Salesiana. L’allora Papa Benedetto XVI l’ha nominato nel 2010 Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, elevandolo alla dignità episcopale ed assegnandogli la sede titolare vescovile di Eraclea.

    Domanda. Come ricorda di essere entrato nel sacerdozio?

    Risposta. All’Opera Salesiana di Arese vidi ragazzi perduti trasformarsi completamente; mi dissi che ne valeva la pena e cominciai a frequentarli diventando prima salesiano, poi prete. Dopo alcuni anni feci il preside di un istituto tecnico per le arti grafiche, lontano dalle mie specificità umanistiche; dopo quell’esperienza fui trasferito alla Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana. Sono stato poi preside e decano, vicerettore, postulatore generale e infine rettore e vescovo dell’Università Lateranense.

    D. Che cambierebbe ora nella scuola?

    R. Insegno dai miei 19 anni di età e adesso ne ho 63; quello che manca alla scuola è la famiglia, che per la Chiesa è la priorità più grande, intesa come cellula vivente della società. Non ho imparato i valori sui banchi di scuola, ma nella convivenza con i miei familiari. Ricordo le gite in montagna con papà davanti, noi in ordine gerarchico e la mamma che chiudeva, e sempre il rispetto profondo del passo dell’ultimo, che ero io. Così si imparano i valori. Se manca la famiglia il resto è suppletivo, si riesce a fare quello che si può, ma è la famiglia il nucleo fondamentale.

    D. Forse perché la donna è proiettata verso altri obiettivi?

    R. Forse è anche per questo motivo.

    D. La Pontificia Università Lateranense garantisce agli studenti una crescita culturale, umana e pastorale. Sono queste le linee guida da dare alle nuove generazioni?

    R. Certamente. Questa Università risponde alla missione affidatale di un un’offerta formativa a 360 gradi. Non solo informazioni da fornire, che si dimenticano poco tempo dopo, ma un apparato formativo che metta gli studenti in condizione di rispondere alle sfide esistenziali attuali. Non è impresa facile, ma è ciò a cui l’Università punta, mettendo al primo posto una sintesi del sapere che non può non essere di tipo filosofico-teologico e non può non rispondere agli interrogativi umani: chi sono, perché vive, qual è il senso del dolore e della morte, come spendere nel modo migliore le mie risorse.

    D. Che differenza c’è tra la Lateranense e un’università pubblica?

    R. Hanno un denominatore comune, ma oggi l’idea stessa di università è molto diversificata. L’università è nata nel Medioevo in casa-Chiesa, «universitas scientiarum» che al vertice e come punto di reductio ad unum prevedeva la sintesi filosofico-teologica. Molte università hanno rinunciato a ciò. L’università Lateranense, invece, si propone di conservare integra l’idea genuina di università.

    D. Per quanto riguarda il settore accademico, quali sono le facoltà?

    R. Quelle tradizionali delle università pontificie sono Sacra Teologia, Filosofia e Diritto Canonico. Si aggiunge la Facoltà di Diritto Civile, che insieme a quella di Canonico costituisce l’Istituto Utriusque Iuris che ha, a sua volta, un percorso di studio proprio, il cui Corso di laurea magistrale in Giurisprudenza è, per decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica della Repubblica Italiana, equipollente al titolo rilasciato dagli atenei italiane. Infine, c’è l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis, puntato alla formazione soprattutto dei sacerdoti, perché abbiano una dimensione pastorale capace di rispondere alle sfide del momento. Non abbiamo mai pensato ad altre facoltà perché l’ordinamento didattico è sotto l’egida di una costituzione ecclesiastica che è la Sapientia cristiana e che privilegia proprio queste facoltà tradizionali.

    D. In che modo questa istituzione può svolgere nel mondo digitale un ruolo da protagonista?

    R. È quanto stiamo perseguendo mediante le specializzazioni del Redemptor Hominis; ha ottenuto un particolare riconoscimento proprio il master in giornalismo digitale, sponsorizzato, tra l’altro, dai massimi organismi giornalistici non solo italiani. Siamo contenti, perché chi frequenta questo master trova più facilmente occupazione nell’odierno disastrato mercato del lavoro di oggi, anche per gli agganci che si creano con professori e personalità che invitiamo e per i tirocini pratici presso prestigiose realtà giornalistiche.

    D. L’aspetto «globale» dato dalla rete di sedi e collaborazioni dell’Università, oltre alla dimensione culturale e spirituale, può essere inteso come un messaggio universale?

    R. Certo, nel senso che il nostro scopo è la maturazione della persona umana in tutti i livelli, e cioè un umanesimo integrale che rischia oggi di essere schiacciato dalle prepotenze tecnologiche, ma anche da quelle ideologiche, di mercato. Ciò fa vittime soprattutto tra i giovani, verso cui si dirige una propaganda spesso nefasta da parte dei media, delle istituzioni mondiali, perché da sempre i giovani sono la parte più appetibile, e manipolare i cervelli significa avere successo. Ma se il successo è a fini commerciali o ideologici, non può essere un successo. Noi puntiamo non tanto a convertire i cervelli quanto a farli ragionare alla luce di una ragione che non si ripieghi però su se stessa, ma si dilati negli spazi della fede e dell’amore, secondo l’insegnamento del grande papa emerito Benedetto XVI.

    D. Quanti giovani che vogliono entrare alla Lateranense sono preparati al ragionamento?

    R. La scuola oggi non prepara granché i giovani alla ricerca universitaria, quindi dobbiamo studiare formule propedeutiche di avvicinamento, cercando di non abbassare la qualità ma rendendo fruibile l’insegnamento che proponiamo, altrimenti si creerebbero discrasie insanabili. Si aggiunge che la Pontificia Università Lateranense è rivolta non solo alla cultura italiana ma a tutte le culture: c’è anche la barriera linguistica e culturale da superare. Abbiamo cercato di creare livelli di conoscenza della lingua italiana e della cultura di base comuni a tutte le università pontificie romane. È un traguardo raggiunto lo scorso anno e che stiamo collaudando con successo. L’impressione è che si tratta comunque di lavori continui in corso, perché le sfide sono tante e in continua evoluzione.

    D. Si possono conciliare la fede e la scienza?

    R. Rimando all’Enciclica «Lumen fidei» che, fin dai primi paragrafi, ne parla esaurientemente. Scienza e fede possono e devono andare d’accordo: la scienza, come la ragione, se si ripiega su se stessa, diventa la morte dell’uomo perché narcisistica e autoreferenziale. Dovrebbe dilatarsi, rimanere aperta su orizzonti più ampi, anche se non di sua stretta competenza, non precludere l’apertura agli orientamenti della fede e dell’amore, elementi costitutivi e innegabili della persona umana.

    D. C’è qualche conflitto tra la scienza e la fede?

    R. C’è almeno un’area in cui lo scienziato «ateo» ma onesto, e con il credente onesto si può trovare un terreno di dialogo, che è il dubbio, perché nessuno scienziato onesto potrà mai affermare che è tutto qui, perché tante cose gli sfuggono. Nessun credente che sia veramente tale potrà sfuggire all’interrogativo del dubbio: «Ma è veramente così?». Persino Giovanni Battista se lo chiese in carcere: «Ma sei veramente tu Colui che doveva venire?». Il dubbio tocca ogni credente, tocca anche me che pure sono vescovo: «Tu Dio ci sei davvero e mi ascolti oppure no?». L’area del dubbio è, secondo me, l’area del dialogo più efficace tra il credente e il non credente, perché almeno in questo tutti e due si trovano d’accordo. È il punto d’incontro e questo è il pensiero espresso in maniera magistrale in «Introduzione al cristianesimo» di Benedetto XVI: Benedetto è senza dubbio il teologo più importante che oggi abbia la Chiesa.

    D. L’agnostico Benedetto Croce affermava che «non possiamo non dirci cristiani», eppure oggi l’Occidente non sembra più avere un’impronta cristiana. Ritiene che certi valori siano in pericolo, che sia in atto uno scontro di civiltà? Come dovrebbe reagire la Chiesa?

    R. La crisi esiste ed è impossibile negarla. Crisi economica ma soprattutto di valori e ogni sbaglio nella gerarchia dei valori comporta gravi perdite proprio a livello di antropologia. A mio parere la convivenza civile non può essere fondata che su una scala di valori condivisa, ma oggi i valori vengono sottoposti al parere della maggioranza, quindi il valore più importante è la tolleranza. Sarà il valore più condiviso nell’opinione comune, ma una tolleranza che diventa poi dittatura delle minoranze uccide la democrazia e uccide l’uomo. Bisogna ricomporre tutto il discorso, ritornare a una scala dei valori veramente efficace. A mio parere e alla luce di quanto detto prima, circa una ragione aperta alla fede e all’amore, il massimo valore non può che essere l’amore con la «A» maiuscola. Anche la libertà è certamente un valore che distingue l’uomo dalla bestia, un valore altissimo ma non può essere assolutilizzato. Se non ci rimettiamo d’accordo su una scala di valori condivisa, temo che la convivenza civile diventi sempre più un «homo homini lupus».

    D. Come siamo arrivati a questo? Cosa si può fare per riportare un equilibrio in questa società?

    R. Siamo arrivati a questo punto attraverso le tragedie gravissime che hanno contrassegnato il XX secolo: le guerre mondiali, i totalitarismi, il nazismo, il comunismo esasperato; e siamo giunti a un capitalismo liberistico che ripercorre piste sbagliate e che oggi ha una forza imponente dal punto di vista economico e di gestione dei cervelli, forse mai verificata prima. Si pensi all’ideologia del gender: se si avesse il cervello adatto, si capirebbe subito che è sbagliata dal punto di vista umano, e qui non c’entra la fede, c’entra la persona. Siamo arrivati a questo punto a causa di una propaganda massiccia da parte di alcune lobby che hanno interesse a destabilizzare la convivenza civile, perché così riuscirebbero ad avere potere ed economia più liberi. Secondo me, si consuma una grandissima battaglia e l’unica risposta che so dare è l’educazione. Bisogna riprendere con coraggio l’educazione dei giovani secondo il sistema preventivo di Don Bosco, che segue la ragione, la religione e l’amorevolezza. Benedetto XVI parla di ragione, fede e amore, ossia la stessa cosa trasferita nel contesto culturale di oggi, passando attraverso la vicinanza profonda con i giovani, i quali devono sentire che la Chiesa non è lontana, ma è dalla loro parte, che è la loro madre, l’istituzione che li segue con maggior passione e non li lascia mai soli.

    D. Mancano forse educatori religiosi adeguati, che conoscano il linguaggio dei giovani?

    R. Purtroppo è così, incontro spesso educatori e genitori scoraggiati, e li capisco. Innanzitutto ci vuole una forte dimensione spirituale; non avendo un riferimento alla fede, al Signore, ai Sacramenti, alla Grazia, non si riesce a stare in piedi. In secondo luogo occorre un’alleanza tra le varie agenzie educative. Non si può andare in ordine sparso: Chiesa, parrocchia, centri giovanili, famiglia, università, dovrebbero avere un progetto educativo comune.

    D. Nel rapporto tra fede e politica si giocano molte questioni di ordine culturale, etico, morale, legislativo. Il suo punto di vista?

    R. Ultimamente si è fatto poco per la formazione politica dei giovani e in essi vedo sempre più diminuire la passione per l’impegno politico. Cerco di proporre ipotesi, corsi, formazione in questo senso, ma ci vorrebbe una passione maggiore e condivisa. Temo che oggi, soprattutto i più giovani che incontro nella facoltà di Diritto civile, continuino a pensare che in fondo la politica è un affare sporco di interessi personali nel quale si promuovono i propri guadagni. Questo purtroppo è quello che emerge, ma vorrei che questa università fosse un centro nel quale si formano i giovani anche ad un’attività politica seria e cristianamente ispirata. Per questo ho messo in piedi due iniziative: l’area di ricerca sulla dottrina sociale della Chiesa «Caritas in veritate», dal titolo dell’ultima Enciclica di Benedetto XVI, e l’area di studi per lo sviluppo della cultura africana, dipartimento dedicato alla formazione di persone impegnate nella politica per l’Africa, dove purtroppo è gravissima la tentazione della corruzione in politica.

    D. Può tracciare un bilancio del Pontificato a un anno dall’elezione del primo pontefice che ha scelto di chiamarsi come il Santo dei poveri, San Francesco d’Assisi?

    R. Papa Francesco raccoglie l’eredità di Benedetto XVI in modo egregio; e per trovare un papa dal punto di vista dottrinale come Benedetto XVI, che è un padre della Chiesa, credo che bisogna risalire addirittura a Leone Magno nel quinto secolo dopo Cristo, per trovare un equivalente di questo livello. Come tutti i papi, Francesco ha uno stile personale, guidato soprattutto da una misericordia incredibile e misteriosa di Dio, che trasmette a tutti i livelli con il suo pontificato.

    D. Che cosa significa, dal punto di vista filosofico, la parola «misericordia»?

    R. Evoca dal punto di vista biblico le viscere di misericordia del nostro Dio, che nella zona del cuore ha un sussulto interiore di passione per le persone. Il nostro Dio è fatto così. Se siamo fatti a immagine e somiglianza del nostro Dio, anche noi dobbiamo provare tale sussulto soprattutto nei confronti dei meno abbienti e di chi ha bisogno di essere seguito. La misericordia è una virtù, una caratteristica che deve contraddistinguere il figlio di Dio.

    D. C’è una linea d’unione tra Benedetto XVI e papa Francesco?

    R. Certamente, è stabilita dalla continuità precisa della dottrina. Lo scorso anno io, che sono particolarmente legato per motivi affettivi e tanto altro al Papa emerito, ero fortemente turbato; ho rivolto una preghiera speciale al Signore e allo Spirito Santo in particolare, affinché ci desse un pastore in grado di raccogliere e comunicare efficacemente la dottrina di Benedetto XVI, soprattutto ai giovani che maggiormente mi interessano per il mio ministero. A un anno di distanza, devo dire che sono stato perfettamente esaudito dal Signore.

    FONTE: Specchio Economico

  • Mons Dal Covolo, Festeggiamenti Solennità Maria Ausiliatrice

    Festeggiamenti per la Solennità di Maria Santissima Ausiliatrice, a presiedere la Santa Messa S.E. Mons Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense. Grande attenzione ai giovani, alla loro formazione spirituale e sociale secondo il solco tracciato da San Giovanni Bosco.

    Mons Dal Covolo

    Grande attenzione ai giovani, alla loro formazione spirituale e sociale secondo il solco tracciato da San Giovanni Bosco. Cultura, aggregazione, arricchimento del tessuto sociale, questa l’opera dei Salesiani alla Parrocchia di Santa Maria della Speranza in via Cocco Ortu la cui chiesa si apre su piazza Antonio Fradeletto, III Municipio.

    Il 24 maggio aprono i festeggiamenti per la Solennità di Maria Santissima Ausiliatrice, alle 18 con Rosario e Vespri Solenni, alle 19 con la Santa Messa presieduta da S.E. Monsignor Enrico Dal Covolo. Dopo, la processione solenne. Grande momento di comunità domenica, con la Santa Messa del «Grazie» (ore 10,30) poi manifestazioni sportive, gastronomia, spettacolo (programma su http://speranza.donbosco.it).

    È una realtà importante quella della parrocchia, oggi fulcro di molte attività giovanili grazie all’oratorio e ai campi sportivi anche del contiguo Pontificio Ateneo Salesiano che è stato vitale per la nascita del primo nucleo parrocchiale, quando ancora il quartiere era al suo primo abbozzo e ancora oggi è fondamentale per le attività della comunità. Santa Maria della Speranza è stata decretata il 3 aprile 1968, l’erezione canonica il 3 ottobre 1972, ma i salesiani era già presenti dal 1965 appoggiandosi alla struttura dell’Ateneo. Lo racconta Giuseppe Bertorello, oggi responsabile del Centro Stampa dell’Università salesiana, sin dall’inizio presente nel gruppo parrocchiale: «Quasi 50 anni fa qui c’erano pochi palazzi, erano campi sterminati, anche due pastori con i greggi. Lavoravamo sodo e sempre con entusiasmo. Riuscimmo, con l’andare del tempo e con il quartiere in crescita, a dare vita a ben 60 squadre di calcio. L’entusiasmo ci ha caratterizzato e ci caratterizza sempre».
    Parrocchia e Oratorio Centro Giovanile sono sempre stati un binomio inscindibile, come confermato da don Alvaro Forcellini, ordinato nel 1977, prime esperienze nelle Marche e in Abruzzo, da tre anni parroco di Santa Maria della Speranza: «Qui ogni azione è animata sul carisma di Don Bosco, la sua particolare attenzione ai giovani. L’attività culturale è ampia, il primo impegno, naturalmente, è sulla catechesi e l’aggregazione». Cultura intesa anche come musicale, teatrale e danza grazie anche alla struttura del Teatro Viganò.

    Bassissima la presenza di extracomunitari anche se è in aumento ma crescono le esigenze delle famiglie italiane per le difficoltà del momento. «Molto alta la richiesta di aiuto, si cura la raccolta di pacchi viveri per un centinaio di famiglie – continua il parroco – Aumentate le richieste di lavoro. Il quartiere ha mezzo secolo di vita, l’età media è alta anche se c’è un ricambio, ma lento, con coppie giovani: qui la mortalità supera del doppio la natalità». Realtà parrocchiale molto viva, grazie anche al Teatro Viganò (posto sotto il tempio) che ha preso vita con la nuova chiesa consacrata nel 1995, «il tutto grazie alla generosità dei fedeli e alla disponibilità della congregazione salesiana – continua Don Alvaro – Molteplici i gruppi, dalla Caritas all’oratorio cui fanno capo anche tutte le attività sportive, il Movimento giovanile salesiano che valorizza le potenzialità dei singoli e li porta a dare agli altri quell’insegnamento che hanno ricevuto. Poi il vitale legame con le Figlie di Maria Ausiliatrice, aperte verso il quartiere nell’assistenza, l’animazione, il servizio. Gli ex alunni salesiani e i Salesiani cooperatori, laici che si aggregano con la promessa di vivere nella società secondo il progetto apostolico di don Bosco». Poi la Asd Don Bosco Nuovo Salario che aggrega in attività sportive circa 400 ragazzi e ragazze dai 5 anni in su.

    FONTE: Il Tempo

  • Enrico Dal Covolo Chiesa e comunità politica A cinquant anni dal Concilio

    Simposio “Chiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio”. In apertura il saluto di Mons.Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense: “Vogliamo onorare, con questo Simposio, il duplice giubileo – sacerdotale ed episcopale – del Card. Agostino Vallini, ex-allievo, docente, e ora Gran Cancelliere di questo Ateneo.”

    Riportiamo di seguito il saluto di monsignor Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense al Simposio Chiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio.

    Dal Covolo_ragazzi

    Vogliamo onorare, con questo Simposio, il duplice giubileo – sacerdotale ed episcopale – del Card. Agostino Vallini, ex-allievo, docente, e ora Gran Cancelliere di questo Ateneo.

    L’insigne opera di giurista svolta dal Cardinale è riassunta dai Curatori dalla raccolta di studi che ieri gli è stata offerta, cioè dai proff. Dalla Torre e Mirabelli, in Verità e metodo in giurisprudenza, LEV, Città del Vaticano 2014, pp. 9-10.

    Svolgo soltanto un’osservazione preliminare riguardo ai contenuti del nostro Simposio, intitolatoChiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio.

    Sembrerà scontato ma, quando trattiamo della Chiesa, specie riferendoci al suo profilo istituzionale, facilmente si incorre nell’errore di intenderla solo come gerarchia ecclesiastica e non anche come comunità di fedeli chiamati, ciascuno secondo la propria condizione, a compiere nel mondo la missione ricevuta con il battesimo, ossia quella di annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime (can. 747 § 2 Codice di Diritto canonico). Tutti conosciamo quanto il Concilio Vaticano II, in particolare attraverso la Costituzione Gaudium et spes al n. 76, ha proclamato sul rapporto tra Chiesa e comunità politica, entrambe a servizio della vocazione personale e sociale delle persone.

    In relazione a questo rapporto – sempre antico e sempre nuovo – vorrei focalizzare la nostra attenzione sull’aspetto profetico del pontificato di Papa Francesco, che è sotto gli occhi di tutti.

    Come non ricordare, anzitutto, che una delle prime cose che ha voluto fare Francesco, dopo essere diventato Pontefice, è stata la visita a Lampedusa, segno della presenza della Chiesa laddove, tutt’ora, si fugge da guerre, povertà e carestie… E ancora l’altro giorno, l’occasione dell’ennesimo barcone affondato e delle nuove vittime del mare, ha portato Papa Francesco a compiere un richiamo alla politica nazionale ed europea, proprio quando si discute sulle responsabilità che l’Unione Europea dovrebbe assumere nelle tragiche vicende del mediterraneo. Perciò, al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso, Papa Francesco ammoniva: Si mettano al primo posto i diritti umani e si uniscano le forze per prevenire queste stragi vergognose; mentre giovedì, dinanzi ai nuovi ambasciatori intervenuti in Vaticano, ha ribadito con fermezza che è giunto il momento di affrontare questo problema con uno sguardo politico serio e responsabile, che coinvolga tutti i livelli: globale, continentale, di macro-regioni, di rapporti tra Nazioni, fino al livello nazionale e locale.

    Alquanto emblematica, inoltra, risulta quella scossa alla politica – sebbene celata e indiretta – che Papa Francesco ha rivolto ai parlamentari italiani, lo scorso 27 marzo 2014, riferendosi agli interessi di partito, alle lotte interne e alla corruzione che avevano colpito una certa classe dirigente al tempo di Gesù, con il rischio che quest’ultima possa continuare ad investire anche i nostri tempi.

    Sia nella lettura dell’esistente, sia nella proposta da realizzare, si avverte la centralità dell’aspetto profetico nel rapporto di Francesco con la politica: non l’anticipazione del futuro, ma la capacità di portare nel presente, con autorità, un messaggio eterno di cui la Chiesa si fa custode da oltre duemila anni. È la buona novella del Vangelo, che Papa Francesco è capace di trasmettere in modo credibile, rendendola attuale e non una mera utopia, attraverso una cultura dell’incontro declinata nella quotidianità. Il suo richiamo all’autenticità della fede, in piena continuità con il Concilio e con il magistero sociale, apre orizzonti nuovi anche all’impegno politico e sociale del cristiano, proponendo un’ideale di politica che, pur essendo laica, e che tale deve rimanere, non può fare a meno della dimensione trascendente. Il dovere cogente di giustizia sociale impone ad entrambi, Chiesa e comunità politica, di operare per ricomporre le relazioni impari e difettose, e di promuovere, attraverso una sana cooperatio, un mondo più umano, che abbia a cuore il bene comune inteso, come fine dell’azione politica ed ecclesiale.

    FONTE: Zenit

  • Sofia, laurea honoris causa a Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Pontificia Università Lateranense

    Sofia, al convegno internazionale “Policies for management of cultural heritage. Communication and socialization through education”, l’Università di Sofia, per la prima volta, ha conferito la laurea ad un vescovo cattolico, Mons Enrico Dal Covolo. Subito dopo il riconoscimento il Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Lateranense, Dal Covolo ha tenuto una su “L’idea di Università”.

    Dal Covolo_3

    “Policies for management of cultural heritage. Communication and socialization through education”. È il titolo del convegno internazionale che a Sofia in Bulgaria, ha visto tra i protagonisti il Rettore della Pontificia Università Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo.

    Organizzato dall’Università statale di “Library Studies e Information Technologies” della capitale bulgara, l’evento è stato caratterizzato dal conferimento della laurea honoris causa a monsignor dal Covolo che subito dopo il riconoscimento ha tenuto una lectio magistralis su “L’idea di Università”. Il prestigioso titolo, che viene assegnato per la prima volta ad un vescovo cattolico, è stato conferito in passato ai patriarchi di Mosca e Costantinopoli.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo, convegno presso PUL

    Per celebrare la ricorrenza del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale e del 25° di ordinazione episcopale del cardinale vicario Agostino Vallini, si terrà a Roma un convegno di studi sul tema «Chiesa e comunità politica a cinquant’anni dal Concilio». Due giornate dense di riflessioni, in programma per il 16 e il 17 maggio, la prima presso l’Università La Sapienza. La seconda giornata, 17 maggio, il convegno si svolgerà presso l’Aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense. A dare il benvenuto ai partecipanti il Rettore Magnifico, Mons Enrico Dal Covolo.

    Dal Covolo_Vaticano

    Due iniziative in vista dell’importante anniversario che ricorre il prossimo 13 maggio: il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale e il venticinquesimo di ordinazione episcopale del cardinale vicario Agostino Vallini. Per celebrare la ricorrenza, il porporato presiederà una solenne celebrazione eucaristica nella basilica di San Giovanni in Laterano, in programma martedì 13 alle ore 17.

    Al cardinale vicario, alla guida della diocesi dal 27 giugno del 2008, è dedicato anche un convegno di studi sul tema «Chiesa e comunità politica a cinquant’anni dal Concilio». Due giornate dense di riflessioni, in programma per il 16 e il 17 maggio, la prima presso l’Università La Sapienza e la seconda alla Pontificia Università Lateranense.
    A dare il via ai lavori, alle 16.30, nell’Aula Magna in piazzale Aldo Moro 5, sarà il rettore del primo ateneo romano, Luigi Frati; quindi Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, presenterà i lavori della due giorni. Seguiranno le relazioni di Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Consulta; del cardinale Lluís Maria Martinez Sistach, arcivescovo di Barcellona; infine di Janne Haaland Matlary, già segretario di Stato per gli Affari esteri della Norvegia. Quindi la comunità accademica di Roma, nella quale il cardinale Vallini ha svolto il ruolo di docente presso la facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Lateranense, omaggerà il porporato con un volume di scritti giuridici in suo onore dal titolo Verità e metodo in giurisprudenza. A consegnarlo al vicario del Papa per la diocesi di Roma sarà Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa.

    La prima giornata di lavori si concluderà con un concerto dell’Orchestra MuSa Classica e del Coro Franco Maria Saraceni. Nella giornata del 17 maggio il convegno proseguirà invece in mattinata, a partire dalle 9, nell’Aula Paolo VI della Lateranense. A dare il benvenuto ai partecipanti il rettore, il vescovo Enrico dal Covolo. I lavori, introdotti da Gian Piero Milano dell’Università di Tor Vergata, saranno suddivisi in tre sessioni dedicate rispettivamente a «Chiesa e comunità politica»; «Chiesa e comunità internazionale» e «La libertà religiosa». La conclusioni saranno affidate ad Augusto Rinella della Lumsa. Il convegno è promosso dagli atenei di Roma in collaborazione con il Vicariato.
    Il cardinale Vallini, originario di Poli (diocesi di Tivoli), è stato ordinato sacerdote per l’arcidiocesi di Napoli il 19 luglio 1964 dall’allora ausiliare di Napoli, monsignor Vittorio Longo. Fu nominato vescovo ausiliare di Napoli il 23 marzo 1989 e consacrato il 13 maggio dello stesso anno.

    FONTE: Roma Sette

  • Enrico Dal Covolo: Seminario di Studio “Gloria Crucis”

    Seminario di Studio promosso dalla Cattedra “Gloria Crucis” sul tema “Uomo – Donna. ‘I due saranno una carne sola’ (Gn 2,24). Trattazione di antropologia biblico-teologica”. Il Rettore Magnifico della Pontifica Università Lateranense, Mons Enrico Dal Covolo: “”E’ minacciata l’essenza stessa della persona umana”.

    Dal Covolo_Messa

    Riprendiamo di seguito l’indirizzo di saluto tenuto dal Rettore Magnifico della Pontifica Università Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo, nell’apertura del Seminario di Studio promosso dalla Cattedra “Gloria Crucis” sul tema “Uomo – Donna. ‘I due saranno una carne sola’ (Gn 2,24). Trattazione di antropologia biblico-teologica”.

    Con molto interesse prendo parte a questo Convegno, dal momento che la tematica che gli illustri Relatori andranno a sviluppare dovrà inevitabilmente misurarsi con la profonda crisi antropologica che a diversi livelli deturpa la dignità dell’essere umano. Di solito la crisi può aiutare a mettere in discussione il cammino compiuto e a farne verifica; ma in questo caso la crisi antropologica è il risultato di esasperate ideologie, che contribuiscono a relativizzare la natura stessa dell’essere umano definendolo come un non-definibile. Basti pensare all’ideologia gender, che in questi anni sta giocando le sue carte sulla non-definibilità dell’essere umano per promuovere una cultura che non fa più leva sulla condizione creaturale perché ritenuta obsoleta. Pertanto ritengo che una simile ideologia ha artificiosamente creato un prototipo gender che poco ha a che fare con l’essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio.

    La rivelazione biblica, a partire dai primi capitoli della Genesi, non permette alcuna concessione alla cosiddetta ideologia del gender. Tale ideologia sostiene che non esiste una reale differenza, fisica e biologica, tra maschio e femmina. Uomo e donna sarebbero assolutamente uguali da ogni punto di vista. Le variazioni morfologiche non sarebbero distintive: al contrario, esse sarebbero irrilevanti, e i “generi maschile e femminile” esito di un pregiudizio arbitrario.

    Si tratta di una vera e propria “rivoluzione antropologica”, che pretende di emancipare l’uomo e la donna dalla loro identità sessuale, e – in definitiva – dal progetto del Creatore sulla creatura. E’ negata la sacramentalità del corpo sessuato, ed è avviata una contestazione radicale alla fede cristiana.
    Oggi, nel nostro orizzonte euratlantico, è forse questa la sfida più pericolosa e aggressiva. E’ minacciata l’essenza stessa della persona umana; è destabilizzata la famiglia, fin dalle sue basi. Non solo: l’ideologia del gender è un vero e proprio attentato alla convivenza civile e all’organizzazione della società.
    Viene da domandarsi come e perché possano prosperare nella nostra cultura simili teorie distruttive; come si giustifichi il consenso che esse incontrano in larghi spazi della pubblica opinione; e come sia possibile che, alla fine, esse vengano assunte dalla legislazione civile.

    Qui il discorso si fa lungo e complesso.
    Certo, alla base c’è la libidine di onnipotenza dell’uomo, e il coerente rifiuto di Dio e della sua legge. Detto in altri termini, ci sono – ancora una volta – la potenza di Satana e la triste eredità del peccato originale. Il clima culturale di sfrenato relativismo, poi, crea l’ambiente vitale per la proliferazione di simili teorie. Ci sono ancora gli interessi di poteri più o meno occulti, che colgono nello sfilacciamento del tessuto sociale l’occasione propizia per imporre il loro potere e i loro commerci. C’è infine il qualunquismo colpevole di chi – ivi compresi non pochi cristiani – rifiuta di comprendere che la posta in gioco non è il legittimo rispetto delle minoranze, bensì la tutela dell’intera società.

    Non vale perciò lo pseudo-ragionamento, che spesso viene avanzato: personalmente, io non mi sposerei mai con una persona del mio sesso; ma perché devo impedirlo ad altri, che desiderano farlo?
    Sono proprio questi i ragionamenti che demoliscono la logica democratica. In democrazia, ognuno è chiamato ad esprimere secondo coscienza il proprio voto per il bene comune, non per consentire ad altri la possibilità di imporre scelte malsane, che alla fine distruggono la convivenza civile.

    Siamo di fronte a una problematica che deve essere affrontata da noi tutti in modo chiaro edeterminato, perché dalle nostre risposte si possono creare le basi di una sana antropologia che restituisca all’essere umano, all’uomo e alla donna di ogni tempo, il volto autentico della loro intangibile singolarità. Nessuno può strumentalizzare e manipolare la singolarità che l’essere umano ha ricevuto in dono. Siamo soltanto depositari di un dono!

    In questo itinerario di ricerca rimane indispensabile collegarsi a una lunga tradizione trasmessaci dai Padri della Chiesa, che da sempre ha offerto una lettura sull’uomo e sul mondo capace di andare “oltre” le mode del tempo per trovare la pienezza di senso che risiede nell’essere umano. Siamo così invitati a guardare ogni cosa spostando lo sguardo sempre in avanti, sicuro del fatto che la realtà oltre a come appare ha un dimensione trascendente che si può scorgere solo andando “oltre”.

    L’Ecce Homo che contempleremo nella settimana santa – il trait-d’union fra questo particolare convegno e la missio accademica della Cattedra Gloria Crucis che lo ha organizzato – ci aiuta a fissare lo sguardo su di Lui, per comprendere che quell’umanità apparentemente sconfitta e vilipesa può divenire occasione di rinascita a una vita nuova, cioè piena di senso.

    FONTE: Zenit