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  • Al Complesso del Vittoriano, dal 17 luglio al 7 settembre, un’esposizione racconta Irene Petrafesa

    Roma, 5 luglio 2014 – Dal 17 luglio (anteprima stampa e visita alla mostra mercoledì 16 luglio alle 18.00) il Complesso del Vittoriano ospita Irene Petrafesa con la personale dal titolo “TRA TERRA E MARE – Opere 2001-2014, in programma nella splendida cornice di Via di San Pietro in carcere fino al 7 settembre prossimo (orario 9.30 – 19.30; ingresso libero). L’esposizione – che è stata patrocinata dalla Regione Lazio, da Roma Capitale, dalla Provincia di Bari, dalla Provincia di BAT (Barletta, Andria e Trani) e dal Comune di Andria – offre la possibilità al grande pubblico di ammirare da vicino i lavori di un’artista che ha raggiunto ormai da tempo un ruolo di primo piano nell’arte contemporanea italiana e internazionale ottenendo riconoscimenti significativi.

    Pittrice poliedrica e dalla spiccata sensibilità, Irene Petrafesa è cresciuta in un contesto familiare sensibile all’arte che ha notevolmente condizionato la sua successiva attività in un groviglio di percorsi emozionali scaturenti da un forte impulso alla creatività. Si tratta di tracciati che sono frutto di una ricerca interiore piuttosto emotiva e ricca di implicazioni sociali che trovano un retroterra autorevole in artisti come Pasolini, Moravia, Antonioni e Bertolucci, a buon diritto considerati dalla Petrafesa come suoi “padri spirituali”. Abile tanto nella sperimentazione quanto nella tecnica, questa pittrice è dotata di un talento multiforme e non comune, prodigioso e assolutamente originale, capace di esplodere in un’arte che sa comunicare le sue più intime emozioni.

    “Materia, spazio, ricordo, istinto, immagini captate e sedimentate nella memoria – scrive la Petrafesa – vengono evocate nell’atto creativo”. E, interessata come è a narrare non il reale immediato, ma l’anima della realtà, la dimensione più oscura della vita, la magia delle cose, spiega: “Non descrivo quel che accade ma cerco di collocare me stessa e l’osservatore nell’evento, tentando di coinvolgerlo emotivamente, creando un effetto estetico seducente che lo inviti a lasciarsi trasportare dai propri sensi”.

    La mostra – curata da Claudio Strinati e Nicolina Bianchi – punta a raccontare la prorompente forza creativa di questa pittrice attraverso un’ampia raccolta di opere, circa 40, che sono il risultato degli ultimi quattordici anni di lavoro e rappresentano l’espressione più recente della sua preziosa produzione. Essenziali per una ottimale comprensione delle sue opere le fasi proposte all’interno del percorso espositivo: dal ciclo “Mediterraneo” a “Frammenti Metropolitani”, da “Paesaggi industriali…ciminiere” passando per “What identity”, “Profili” fino a “Respiri”, “Passeggeri e “Sospeso”, serie quest’ultima in cui, come spiega l’artista stessa “qualsiasi suono viene ovattato, attutito, qualsiasi movimento o immagine perdono di intensità, diventano fluidi ed è lì che io immagino possa anche avere origine la vita”.

    Così accanto a opere che sono “istantanee” mentali capaci di trasudare poesia, “scatti” in cui a rubare il posto alla natura è “un orizzonte buio e fumoso, spesso opaco e rotto solo da fabbriche e gru” – come affermano critici di chiara fama che si sono interessati alla sua arte – si impongono all’attenzione dello spettatore quadri i cui protagonisti sono esseri che sembrerebbero vivere sospesi nel cosmo e trascorrere la propria esistenza tra terra e mare, tra essere umano e natura, e ancora creazioni pittoriche più attuali che vedono campeggiare sulla tela personaggi inediti, passeggeri ideali, “figure sospese – come scrive Nicolina Bianchi nel suo testo editoriale a catalogo – in un’etere di intime simbologie, silenziose ma prepotentemente presenti nella mente e nell’animo di Irene”. Si tratta, continua ancora la Bianchi nel suo testo, di “visioni poetiche che dialogano con i luoghi delle sue nostalgie, con i colori evanescenti delle sue atmosfere preferite, espressioni immediate e concrete dell’uomo alla incessante ricerca di una realtà di valori, di un mondo interiore ricco di rispetto, di fiducia, d’amore”.

    Nata a Bari nel 1952, Irene Petrafesa trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra questa città e Barletta. Interrotti gli studi alla Facoltà di Giurisprudenza e successivamente il lavoro presso il Ministero delle Finanze, si fa sempre più strada in lei la passione per la pittura che, dal 2000, la porta a intensificare un’attività artistica iniziata da tempo e a trasferire nelle proprie opere quella innata vocazione cromatica e quella passionale cultura espressiva, acquisita frequentando note gallerie e osservando, nei musei più famosi, le opere dei grandi Maestri. Su invito comincia a prendere parte, in Italia e all’estero, a importanti rassegne di arte contemporanea e a eventi espositivi di portata internazionale: Bari, Montichiari, Padova, Reggio Emilia, Forlì, ma anche il Free Trail al Centro d’Arte Sanvidal di Venezia e Nel Respiro del Tempo a Firenze. Di lì a poco arrivano, notevoli e numerosi, i primi successi e i primi riconoscimenti in terra natia: il Premio Barletta Provincia, la Manifestazione internazionale Culture a Confronto al Castello Svevo di Trani. Fanno presto eco i risultati raggiunti al Premio Arte Mondadori a Milano, il Primo Premio di Pittura al Castello di Montegiardino di San Marino, il Primo premio a Bari nella Rassegna Puri e semplici riflessi di Puglia e il Premio Sanremo 2000. Tra il 2001 e il 2002 partecipa al prestigioso Roma New Age a Palazzo delle Esposizioni. In quell’occasione, così come per la Rassegna Internazionale a Palazzo Barberini Le Grandi Mostre a Roma, si aggiudica il Premio della Critica. Altri riconoscimenti arrivano con il Premio Città di Brindisi, alla Rassegna nazionale Natiolum, e nel 2003 con la menzione di Artista Europeo nell’ambito della New Art Summer di Helsinki. Intanto partecipa a eventi artistico-culturali internazionali a Tenerife in Spagna, a Salisburgo e alla Rassegna Away game alla Sendai Mediateque in Giappone. Dal 2004, una dopo l’altra, si susseguono una serie interessante di mostre personali e rassegne: Frammenti metropolitani, Visioni Urbane, Tangenzemozionali, Art/chitetture e paesaggio urbano. Il 2008 è un anno estremamente significativo per la sua pittura: l’intensa e qualitativa attività artistica viene riconosciuta a Roma con la consegna del Premio SEGNI D’ARTE, promosso dalla Direzione dello storico periodico omonimo, una targa con la riproduzione di un disegno del Maestro Montanarini assegnato in passato ai Maestri Attardi, Calabria, Trotti, Leone. Nel 2012 si avvicina al Design e, spinta dall’Architetto Francesco Mancini, inizia interventi pittorici su oggetti da lui creati, Insieme parteciperanno poi a PugliArch 2012. I successivi due anni portano ancora nuove ispirazioni. E’ il periodo del Museo Crocetti e della partecipazione alla sesta edizione della Donna nell’Arte a Monopoli con la personale Ànemos, alla Mostra di Arte contemporanea La spiritualità nell’Arte ad Andria, alla rassegna L’Arte Contro La Violenza e il Dolore presso il Castello Estense a Ferrara in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle donne, e ancora alla Rassegna Murart, alla Rassegna a tema OLIO D’Artista, allestita nello storico Torrione Angioino e frequentata dalle più qualificate firme dell’arte contemporanea, alla manifestazione MINIMALIA. Tra le ultime manifestazioni l’esposizione, a Roma, insieme ai Maestri internazionali del Group exibition art collection, dell’opera Muro, e ancora Rebirth/Rebuild, La bellezza e le radici Biennale di Arte Contemporanea, organizzata dall’Associazione Culturale Mente Contemporanea e a cura di Cosimo Strazzeri, che si snoderà dal 21 luglio presso gli spazi espositivi della Torre delle Saline Margherita di Savoia. Tra le mostre personali e itineranti che meglio sintetizzano il suo percorso creativo: Fossili, Realtà non conforme, Mediterraneo, Ciminiere suggestioni della memoria e l’attuale antologica presso il Complesso Monumentale del Vittoriano Tra terra e mare.

    Irene Petrafesa lavora prevalentemente con olio, ma non disdegna tecniche miste e pigmenti naturali su grandi tele. La sua è una pittura evocativa, un mezzo dell’agire in rapporto diretto con la rappresentazione mentale. L’artista è impegnata a mettere a nudo e trasmettere l’anima della realtà e la magia delle cose ed è sicuramente per questo motivo che il suo pennello dà spazio, piuttosto che alle persone, a ombre passeggere che fanno da quinta alla rappresentazione del vero soggetto dei suoi lavori: “il vuoto” inteso come aridità di sentimenti e smarrimento.

    Di lei hanno detto:

    “Irene Petrafesa rivolge il suo sguardo a quelli che chiama i paesaggi industriali per coglierne un’essenza profonda, un palpito di vita latente, uno stato d’animo come di delicata auscultazione di una materia che sembrerebbe di per sé arida e quasi respingente. Nelle sue immagini sovente ai limiti dell’invisibile la pittrice sembra affrontare l’eterna questione dell’agio e del disagio, dello stare in questo mondo confortati dagli affetti e dall’amicizia o, all’opposto, del trovarsi isolati, inermi, deboli, indifesi. (…) l’ arte della pittrice ha in certi momenti l’aria di una reazione a una minaccia latente che investe gli uomini e le cose. In questo senso la Petrafesa è pienamente un’artista del nostro tempo che non esprime tanto malinconia e sottile angoscia, quanto quello che psicanaliticamente si chiama “disagio della civiltà”. Non sono più i tempi di Metropolis di Fritz Lang o di Quelli che vanno di Umberto Boccioni. Di fatto, però, l’ispirazione è analoga ma la prospettiva espressionista o futurista non ci appartiene più e non appartiene di certo alla Petrafesa. Tuttavia è innegabile che le immagini della pittrice fanno riferimento a una meditazione che ha attraversato il ventesimo secolo e prosegue adesso con nuove e diverse intenzioni ma pur sempre all’interno di un ambito estetico ancora ricchissimo di implicazioni e conseguenze interessanti. (…). E’ una poetica complessa che ha esiti sovente di qualità finissima e di intensa carica comunicativa, proprio là dove sembrerebbe che la pittrice si ritragga per scomparire dietro le sue stesse immagini. Ma è un po’ la quintessenza del suo essere. Non è un’ arte rinunciataria e impalpabile quella che la Petrafesa ha costruito nel tempo e che continua a dipanare come un unico lunghissimo tema che non può trovare un punto culminante o finale. E’ un’ arte, piuttosto, incisiva e determinata”. (Claudio Strinati)

    “La pittura di Irene Petrafesa segue da sempre la vita senza mai imbrigliarsi nel predeterminato, nel programmato, nel definito, e mette in scena un suo processo creativo “ri-vivendone” costantemente lo spirito di una narrazione dove i valori dell’arte vanno oltre la necessità interiore del fare pittura, oltre l’analisi della natura e dell’uomo. Il suo è un continuo esplorare osservare scrutare, dal suo affacciarsi alle prime esperienze artistiche dove già anticipava prepotentemente il messaggio di un piacere spontaneo e geniale del fare pittura fino ad oggi quando immersa nello spirito del nostro tempo, così controverso e contraddittorio, continua a disporre nella sua maniera privilegiata segni e spazi di colore e di forme. (…). Irene sulla tela narra le sue urgenze di costruire e comunicare forme, e soprattutto quell’irrefrenabile piacere spontaneo del dipingere. E lo fa seguendo un processo creativo concreto ed essenziale che si evolve nella seduzione del colore, nelle figure eteree, impalpabili, quasi celate a volte da cromie di perla, ma che conservano sempre all’interno importanti frammenti di vitali anatomie. E’ questa la sua vera esperienza che si evolve nella conquista di una assoluta naturalezza della realtà, di una verità espressiva che non è mai approdo ma continuo progetto dell’andare avanti. Una sottile filosofia che segna tutta la sua storia pittorica sempre ben salda nei suoi ideali, nel suo sviluppo di argomentazioni d’arte, poetiche, ma al tempo stesso logiche e razionali”. (Nicolina Bianchi)

    “(…) Il positivo giudizio della critica e, soprattutto, del pubblico, è oramai una costante nella produzione artistica di Irene Petrafesa, cresciuta in un contesto familiare sensibile all’arte e che ha notevolmente condizionato la successiva attività in un groviglio di percorsi emozionali scaturenti dall’impulso alla creatività, frutto di una ricerca interiore, in alcuni tratti piuttosto emotiva, senza tralasciare implicazioni sociali (…). Nel confermare dunque l’impegno e la sensibilità del Comune di Andria verso le arti, nel solco di una lunga e consolidata tradizione dell’Ente, rinnovo all’amica Irene Petrafesa i più fervidi voti augurali per questa nuova personale, sicuro che saprà conseguire egregiamente il consueto successo di pubblico e critica che l’ha già proiettata in contesti nazionali ed internazionali”. (Nicola Giorgino, Sindaco del Comune di Andria)

    La mostra, a cura di Claudio Strinati e Nicolina Bianchi, è stata patrocinata dalla Regione Lazio, da Roma Capitale, dalla Provincia di Bari, dalla Provincia di BAT (Barletta, Andria e Trani) e dal Comune di Andria. L’organizzazione generale dell’esposizione è firmata da Comunicare Organizzando in collaborazione con il periodico Segni d’Arte.

    Pubblicato da Edizioni SEGNI D’ARTE, il catalogo – al cui interno sono presenti contributi critici di Giusy Caroppo, Claudia Germano, Francesco Salamina, Maurizio Vitiello, Paolo Meneghetti, Vinicio Coppola, Mariangela Canale, Giuliana Schiavone, Francesca Mariotti e interviste a cura di Grazia Lamesta, Oscar Iarussi, Maria Grazia Rongo e Marina Ruggiero – è stato curato da Claudio Strinati e Nicolina Bianchi. Il testo editoriale è a cura di Nicolina Bianchi.

    Complesso del Vittoriano – (www.comunicareorganizzando.it) – Via di San Pietro in Carcere – Roma

    Mostra personale: Mostra antologica di Irene Petrafesa

    Presentazione alla stampa e visita guidata alla mostra: mercoledì 16 luglio 2014 alle ore 18.00

    Patrocinio di: Regione Lazio, Roma Capitale, Provincia di Bari, Provincia di BAT (Barletta, Andria e Trani), Comune di Andria

    La mostra, a ingresso libero, si protrarrà fino al 7 settembre 2014: orario: 9,30-19,30

  • Al Complesso dei Dioscuri al Quirinale, dal 15 al 30 maggio, una mostra racconta Vittoriana Benini, l’artista delle bambole

    Roma, 4 maggio 2013 – Dal 15 maggio il Complesso Monumentale dei Dioscuri al Quirinale rende omaggio a Vittoriana Benini con la mostra dal titolo “Vittoriana Benini – Intima atmosfera del reale”, in programma nella splendida cornice di Via Piacenza 1 fino al 30 maggio prossimo (dal lunedì al sabato, con orario 10.00-13.00 e 14.30-18.00 e ingresso libero). L’esposizione – che nasce da un progetto ideato da Nicolina Bianchi, critico d’arte, editore e direttore responsabile del periodico Segni d’Arte e da Maurizio Fallace, già Direttore Generale del MIBAC per gli Istituti Culturali, Biblioteche e Diritto d’Autore e che è stata patrocinata dal MIBAC – Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il diritto d’autore, dalla Presidenza del Consiglio Regionale, dal Comune di Mordano e dal Municipio I – Centro Storico di Roma Capitale – offre al grande pubblico la possibilità di conoscere uno spaccato importante della vasta e ricca attività pittorica di Vittoriana Benini e di ammirare da vicino i lavori di un’artista che ha raggiunto un ruolo di primo piano nell’arte contemporanea italiana e internazionale, ottenendo riconoscimenti significativi.

    Pittrice e scultrice dalla spiccata sensibilità, ma anche grafica e disegnatrice, Vittoriana Benini è dotata di un talento non comune, che l’ha resa capace, pur attenendosi ai valori ereditati dalla tradizione, di elaborare un linguaggio proprio, sia per le tematiche e i soggetti trattati che per le soluzioni pittoriche adottate, in grado di esprimere sentimenti ed emozioni che trovano il proprio spazio tra il presente della vita quotidiana e la memoria. In questo contesto i suoi quadri rappresentano una vetrina dei sogni in cui la pittura dell’artista – caratterizzata dai colori ricchi di vibrazioni timbriche, ma delicata, morbida e amabilissima nell’approccio con chi la osserva – seppur ancorata alla percezione dell’infanzia, la dilata su scala universale facendone un’intera costruzione figurativa.

    La mostra, egregiamente curata da Nicolina Bianchi, punta a raccontare la prorompente forza creativa della Benini attraverso un’ampia raccolta di lavori, circa 50 opere, che rappresentano un interessante viaggio all’interno delle tematiche della sua produzione. Così accanto alle tante tele che celebrano la donna in una condizione familiare e domestica “dove – per dirla con le parole di Vittorio Sgarbi – sono presenti malinconia, dolore, insoddisfazione, indifferenza nel senso di Alberto Moravia”, si impongono all’attenzione dello spettatore anche pagine autobiografiche e quadri in cui, ad essere ritratti, sono bambini e pagliacci, fiori e nature morte, anziani e contadini fino ad arrivare alle amate bambole, in quest’occasione celebrate anche con una preziosa raccolta di esemplari antichi la cui presenza sottolinea ulteriormente l’amore della pittrice per questo giocatolo, metafora dei più importanti sentimenti e valori della famiglia e della vita.

    Nata a Imola nel 1941, Vittoriana Benini inizia a disegnare e a dipingere giovanissima, tanto che già in quinta elementare vince il primo di una lunga serie di premi e riconoscimenti. Negli anni ’70, dopo aver comunque perfezionato il disegno tecnico e quello a mano libera, si iscrive alla “Scuola di arti e Mestieri” di Massalombarda e all’ “Accademia di Belle Arti” di Ravenna, dove è allieva dei Maestri Folli, De Grada, Spadoni, Zancanaro e Caldari, e si dedica allo studio del corpo umano e particolarmente alla figura femminile. Oltre che quello di Massalombarda e Ravenna, l’artista continua ad avvertire il clima del contesto imolese, animato fino alla metà del ‘900 da artisti di tradizione, quali Amleto Montevecchi, Tommaso Della Volpe e Anacleto Margotti, ma intrattiene anche rapporti con Rossi, Ruffini e Gottarelli, che le danno l’apertura mentale per crescere. Dopo un periodo dedicato all’insegnamento, Vittoriana Benini si indirizza verso la grafica pubblicitaria. Negli anni ’80 decide, poi, di raccogliersi in sé stessa e rielaborare quanto acquisito dagli studi accademici per fonderlo con la preesistente ispirazione soggettiva. Nel decennio successivo arriva a definire una tematica propria nella quale un ruolo di primo piano è affidato alla donna, figura dalla profonda forza interiore consacrata in una condizione che, come scrive Vittorio Sgarbi, ”è la condizione della donna nella storia, una storia che è fatta non combattendo, non facendo la guerra, ma attraverso la costruzione e l’educazione dei figli”.

    Accanto alla figura femminile, acquisisce un ruolo da protagonista la bambola. E’ questo un ciclo di lavori importante in quanto con esso viene in luce la capacità dell’artista di compiere il gesto pittorico con minuzia e con notevole intensità intimistica. “L’idea della bambola – come scrive anche Claudio Strinati nella sua presentazione a catalogo – sembra infatti la vera chiave di lettura di tutto il mondo poetico dell’artista”, un mondo che vede partecipe anche il passato che ritorna, un’umanità fatta di clown, teatranti da strada e maghe capaci di predire la sorte, una carrellata di personaggi che si perdono nella nostalgia. A consacrarla, nel 1997, la mostra “Women and Dolls” alla prestigiosa Feirligh Dickinson University negli Stati Uniti, e l’anno successivo l’esposizione in Arkansas, all’Art Foundation Hot Spring. Nel 2000 l’artista inizia un nuovo percorso: “tra sogno e realtà” e “il teatro della vita”, nel quale si alternano artisti di strada, clown e personaggi del circo. A queste tematiche si affiancano presto quelle rappresentate dalle “vecchie cartoline”, rappresentazioni pittoriche che legano il passato al presente attraverso personaggi reali e di sogno. La sua continua evoluzione la porta nel 2008 a una nuova ricerca della tridimensionalità, nei volumi, nelle luci e nelle architetture dove i suoi personaggi prendono vita. Intanto negli Stati Uniti cresce la notorietà di Vittoriana che registrata un ottimo successo di pubblico e di critica alla mostra in Texas. Significativo anche il successo ottenuto con l’esposizione all’Ambasciata alla Repubblica Araba d’Egitto e quello dell’anno successivo a Palazzo Barberini. Dopo l’ennesima esposizione in Texas, nel 2010, Vittoriana registra un ottimo riscontro anche all’evento ADMO al Palazzo Ducale di Sassuolo (Mo).

    Di lei hanno detto:

    “(…) L’idea della bambola sembra infatti la vera chiave di lettura di tutto il mondo poetico dell’artista. “Mondo”, è lecito definirlo perché Vittoriana Benini ha fortissimo il senso della famiglia e della sua trasposizione pittorica. Dipinge sempre, si sarebbe tentati di dire, un solo soggetto che è, appunto, la sua famiglia, ma logicamente questa famiglia in parte è quella vera, della vita reale, in parte è quella della fantasia della bambina in grado di animare le cose e le persone stesse intorno a lei, secondo un progetto fantastico da giudicare più come quello depositato nella mente che come quello della concreta esistenza. Tutti i personaggi rappresentati da Vittoriana sono in effetti, dal punto di vista pittorica, “pupazzi”. Lo sono le bambole, ovviamente, ma anche le persone autentiche, ma tutti sono presi dall’autrice e immessi in quella specie di teatrino che riguarda tutta la sua parabola di artista e il suo modo di pensare e di esprimersi in pittura ricorda in qualche modo quelle domeniche in cui qui a Roma da bambini andavamo vedere il teatro dei burattini sulla piazzetta del Pincio (…). Vittoriana è rimasta come ancorata a questa percezione dell’infanzia e la dilata su scala universale facendone una intera costruzione figurativa. Anche un po’ inquietante, a volte, sempre l’essere umano è affascinato da quel crinale, per l’appunto preoccupante, che separa l’animato dall’inanimato. La statua che prende vita, il quadro che si muove, il fantasma che trapela nel buio. (…).La pittura di Vittoriana è poeticamente atteggiata, delicata, morbida, con una punta di voluta ingenuità che la rende gradita all’ osservatore e amabilissima nell’ approccio. Eppure una qualche durezza resta latente nel suo delicato universo poetico. Ma è ben logico e, se possibile, ancor più coinvolgente per chi guarda. Perché questa arte non è un banale incantesimo né un bamboleggiante ammiccamento a un’ idea di arte “naif” e in definitiva marginale, ma è un interessante scandaglio lanciato nel profondo pur nella ferma intenzione di tenersi, nell’ ambito della stesura pittorica, su una superficie che non vuol dire superficialità ma morigeratezza dell’ eloquio. Non è male come lezione inevitabilmente impartita dall’ artista ai suoi ammiratori. Si è parlato per lei di una pittrice che si pone il problema del significato della femminilità. Non è un osservazione fuori di luogo ma anzi è una porta di accesso molto diretta a questa arte, intima ma di larghe vedute e di acute idee.”. (Claudio Strinati)

    “L’incontro con la pittura di Vittoriana Benini è un incontro felice. Perché si tratta di una pittrice che sa dipingere e dipinge, non sceglie altre strade. Quindi, facendo proprio l’assioma che l’arte è una promessa di eternità, persegue la tradizione della pittura come capacità di esprimere sentimenti, emozioni e visioni. Quella tradizione secondo la quale la vita quotidiana è fondamento dell’arte, in quanto ogni opera d’arte, come ogni essere umano, ha una propria individualità specifica, che è poi il mistero del suo rapporto con l’atto creativo da cui è nata l’opera stessa. Nella sua pittura calda e pastosa, prevalgono le figure femminili, le figure dei bambini e delle bambole. Forse questo ha un significato che andrebbe approfondito in termini psicoanalitici e psicologici più che in termini critici in quanto si percepisce che l’idea che il dominio di questi dipinti sia non il potere dell’uomo, ma la gentilezza o l’antipotere della donna nella sua dimensione domestica, dove i bambini, che hanno la loro formazione grazie alle donne, rappresentano una posizione intimamente e profondamente femminista espressa da una donna che, probabilmente, non è femminista nella sostanza ideologica ma che ritiene che il ruolo della donna sia un ruolo importante, per cui per la Benini la pittura deve consacrare non un ritratto di una donna importante, protagonista, ma piuttosto deve consacrare una condizione che è la condizione della donna nella storia. (…) La sua è un’analisi emotiva, lirica, personale, dove la profonda umanità e la dolcezza dello sguardo intenso e penetrante fanno trasparire parte della vita interiore, dei sentimenti e delle emozioni della donna rappresentata, che assurge a modello di bellezza. Come Modigliani ha rappresentato il simbolo della bellezza femminile nella pittura, dell’eleganza, della grazia, così Vittoriana Benini rappresenta la bellezza femminile fatta di dolcezza, di poesia, di quei sentimenti puri che si traducono in emozioni. E’ una bellezza inaccessibile come la dolcezza delle parole e della musica, come il corpo femminile, come il rigoglio della natura, come l’eternità del tempo.” (Vittorio Sgarbi)

    “(…) Si respirano gli umori della buona pittura nello studio di Vittoriana Benini, due stanze incastonate nella sua antica casa di Mordano, una piccola oasi immersa nel verde della pianura romagnola. Sparsi in questo ambiente di suggestivo disordine artistico, scaldato da una luce distesa che filtra dall’esterno attraverso la finestra, libri, souvenir, bianchi cavalli a dondolo di legno, piccoli specchi ovali di antiche tolette riflettono una coinvolgente atmosfera ovattata che si distilla nella quiete, quasi in un lirico raccoglimento d’ispirazione. E poi le bambole, le tante bambole d’epoca, di pezza, di cartapesta. Bambole, dolci modelle dagli occhi stupiti, curiosi, divertiti, commossi, molto spesso ammassate le une alle altre come cantori di un grande concerto, che affollano le sue tele, senza mai peraltro alterarne la presenza di piani o personaggi diversi. E’ qui che Vittoriana ancora riesce magistralmente ad inventare quella girandola di personaggi di oggetti e colori che si fondono nel suo ideale universo e nelle sue tele come legati da un’intima intonazione materica. Ogni cosa apporta all’opera l’evocazione di una straordinaria serenità e di una delicata purezza. Ci commuovono quelle maternità di tenera intensità, le musicanti, le giocatrici di carte, quegli artisti di strada, veri interpreti di una vita fuori scena, le sue nature morte con arpe e violini, grandi conchiglie, sveglie dove lancette appena accennate segnano il ritmo infinito del tempo. E poi fiori, coloratissime ortensie, o grandi girasoli che si inchinano al calare del sole quando… è subito sera come nella poetica filosofia di Salvatore Quasimodo.” (Nicolina Bianchi).

    “(…) Ci sono le emozioni nei quadri di Vittoriana?Io li guardo e le sue donne mi affascinano, le sue ragazze mi incuriosiscono, le sue bambole mi inquietano…ci sono le emozioni. E se colpiscono me che vivo a Mordano, in provincia di Bologna, come chi vive nel New Jersey o nell’Arkansas, dove Vittoriana ha esposto con successo, allora non sono s soltanto emozioni, ma emozioni forti. E poi c’è qualcos’altro. Una strana magia per cui quell’emozione provocata da bizzarre combinazioni di segni, suoni nel tempo o forme colorate fa da esca per qualcosa che esplode dentro, si allarga e potrebbe continuare all’infinito, come il Big Bang. (…). Ci sono le storie nei quadri di Vittoriana. Forse non sono le stesse per nessuno, ma non importa. Forse sono tutte diverse per ogni persona che guarda, come lo sono le emozioni e come è giusto che sia. Quando guardo e sento, immagino e mi chiedo, a Mordano come nel New Jersey, allora la cosa funziona. E’ questa la magia”. (Carlo Lucarelli)

    “(…) L’artista, se è artista vero, diventa regista di una sua personale drammaturgia, capace di trasmettere al pubblico idee e sentimenti. Dopo avere delineato scenografie, arredi, luci e colori il regista-pittore può trarre personaggi e storie da un immaginario scrigno alchemico che contiene risorse infinite: la natura, la storia, la tradizione, i ricordi, i sogni, i simboli…Ecco allora che, all’interno dei confini misurabili e chiusi della cornice, il pittore diventa demiurgo e reinventa il mondo secondo la propria sensibilità e i propri ritmi interiori. Vittoriana Benini conosce bene questa straordinaria facoltà e la esercita con una discrezione e una concentrazione tutta femminile, con una sensibilità attenta e paziente che sa scoprire le sfumature e la profondità dei ricordi e recuperare dallo stock della memoria e dell’infanzia figure emblematiche e suggestive”. (Valter Galavotti)

    L’appuntamento per il vernissage è fissato per mercoledì 15 maggio 2013 dalle 18.00 alle 20.30.

    Il catalogo è edito per i tipi di Galeati Industrie Grafiche s.r.l. (Imola). La presentazione del catalogo è a cura di Claudio Strinati.

    Organizzazione: a cura del Periodico SEGNI D’ARTE.