Tag: Mons Dal Covolo

  • Mons Dal Covolo, Festeggiamenti Solennità Maria Ausiliatrice

    Festeggiamenti per la Solennità di Maria Santissima Ausiliatrice, a presiedere la Santa Messa S.E. Mons Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense. Grande attenzione ai giovani, alla loro formazione spirituale e sociale secondo il solco tracciato da San Giovanni Bosco.

    Mons Dal Covolo

    Grande attenzione ai giovani, alla loro formazione spirituale e sociale secondo il solco tracciato da San Giovanni Bosco. Cultura, aggregazione, arricchimento del tessuto sociale, questa l’opera dei Salesiani alla Parrocchia di Santa Maria della Speranza in via Cocco Ortu la cui chiesa si apre su piazza Antonio Fradeletto, III Municipio.

    Il 24 maggio aprono i festeggiamenti per la Solennità di Maria Santissima Ausiliatrice, alle 18 con Rosario e Vespri Solenni, alle 19 con la Santa Messa presieduta da S.E. Monsignor Enrico Dal Covolo. Dopo, la processione solenne. Grande momento di comunità domenica, con la Santa Messa del «Grazie» (ore 10,30) poi manifestazioni sportive, gastronomia, spettacolo (programma su http://speranza.donbosco.it).

    È una realtà importante quella della parrocchia, oggi fulcro di molte attività giovanili grazie all’oratorio e ai campi sportivi anche del contiguo Pontificio Ateneo Salesiano che è stato vitale per la nascita del primo nucleo parrocchiale, quando ancora il quartiere era al suo primo abbozzo e ancora oggi è fondamentale per le attività della comunità. Santa Maria della Speranza è stata decretata il 3 aprile 1968, l’erezione canonica il 3 ottobre 1972, ma i salesiani era già presenti dal 1965 appoggiandosi alla struttura dell’Ateneo. Lo racconta Giuseppe Bertorello, oggi responsabile del Centro Stampa dell’Università salesiana, sin dall’inizio presente nel gruppo parrocchiale: «Quasi 50 anni fa qui c’erano pochi palazzi, erano campi sterminati, anche due pastori con i greggi. Lavoravamo sodo e sempre con entusiasmo. Riuscimmo, con l’andare del tempo e con il quartiere in crescita, a dare vita a ben 60 squadre di calcio. L’entusiasmo ci ha caratterizzato e ci caratterizza sempre».
    Parrocchia e Oratorio Centro Giovanile sono sempre stati un binomio inscindibile, come confermato da don Alvaro Forcellini, ordinato nel 1977, prime esperienze nelle Marche e in Abruzzo, da tre anni parroco di Santa Maria della Speranza: «Qui ogni azione è animata sul carisma di Don Bosco, la sua particolare attenzione ai giovani. L’attività culturale è ampia, il primo impegno, naturalmente, è sulla catechesi e l’aggregazione». Cultura intesa anche come musicale, teatrale e danza grazie anche alla struttura del Teatro Viganò.

    Bassissima la presenza di extracomunitari anche se è in aumento ma crescono le esigenze delle famiglie italiane per le difficoltà del momento. «Molto alta la richiesta di aiuto, si cura la raccolta di pacchi viveri per un centinaio di famiglie – continua il parroco – Aumentate le richieste di lavoro. Il quartiere ha mezzo secolo di vita, l’età media è alta anche se c’è un ricambio, ma lento, con coppie giovani: qui la mortalità supera del doppio la natalità». Realtà parrocchiale molto viva, grazie anche al Teatro Viganò (posto sotto il tempio) che ha preso vita con la nuova chiesa consacrata nel 1995, «il tutto grazie alla generosità dei fedeli e alla disponibilità della congregazione salesiana – continua Don Alvaro – Molteplici i gruppi, dalla Caritas all’oratorio cui fanno capo anche tutte le attività sportive, il Movimento giovanile salesiano che valorizza le potenzialità dei singoli e li porta a dare agli altri quell’insegnamento che hanno ricevuto. Poi il vitale legame con le Figlie di Maria Ausiliatrice, aperte verso il quartiere nell’assistenza, l’animazione, il servizio. Gli ex alunni salesiani e i Salesiani cooperatori, laici che si aggregano con la promessa di vivere nella società secondo il progetto apostolico di don Bosco». Poi la Asd Don Bosco Nuovo Salario che aggrega in attività sportive circa 400 ragazzi e ragazze dai 5 anni in su.

    FONTE: Il Tempo

  • Dal Covolo rettore: Riflessione su “Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Rai Radio 1, nella puntata del 1° giugno 2014 del programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera”, la riflessione di Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Il Rettore Dal Covolo: “Gesù ci ricorda che il senso pieno della vita non è racchiuso nelle cose di quaggiù. Oggi il Signore ci dice che il senso vero di ciò che noi vediamo ed esperimentiamo quaggiù ce lo dà proprio quello che non vediamo, ma che siamo invitati a credere”.

    Dal Covolo_Rettore

    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 1 giugno del programma di informazione religiosa ”Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Celebriamo oggi l’ascensione di Gesù al cielo.
    Domenica scorsa vi ho parlato dei sentieri che conducono alla mèta. Oggi la mèta ce la mostra Gesù Cristo stesso.

    La sua mèta è oltre questa terra (anche se non conviene “fisicizzare” troppo il discorso). Gesù ci ricorda che il senso pieno della vita non è racchiuso nelle cose di quaggiù.
    A questo punto ritornano le domande di sempre: e allora, perché sono al mondo? Perché lavoro, mi impegno, soffro? Perché c’è la morte? C’è qualche cosa dopo la morte? E se sì, che cosa? …
    Oggi il Signore ci dice che il senso vero di ciò che noi vediamo ed esperimentiamo quaggiù ce lo dà proprio quello che non vediamo, ma che siamo invitati a credere.

    C’è una vita che va oltre la morte, e a quella vita noi ci prepariamo ogni giorno.
    I santi ne sono i testimoni. Che senso avrebbe avuto la grande festa delle canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, se non fosse proprio per questo, che essi ci hanno preceduto nel cielo dei santi?

    Raccontano che qualche centinaio di anni fa viveva un frate, molto amato dai suoi confratelli, di nome Giovanni Soto. Ormai era vicino alla morte.
    All’improvviso, con voce flebile, egli chiese ai confratelli che circondavano il suo letto, di portargli un ago. Tutti restarono sorpresi che fra Giovanni volesse un ago proprio in quel momento; ma il desiderio di un morente si esaudisce sempre, e così glielo portarono senza discutere.

    Allora fra Giovanni, con mano tremante, alzò in alto quell’ago, e disse: “Ecco la mia chiave del cielo!”. Perché faceva il sarto della comunità, e per tanti anni aveva lavorato con zelo a quel mestiere. Facendo bene il suo dovere di ogni giorno, aveva raggiunto le vette della santità.

    Anche noi – se compiremo con dedizione e umiltà i nostri doveri quotidiani, senza lasciarci imprigionare dalle cose di quaggiù –, anche noi ascenderemo al cielo, e vivremo per sempre nella gloria di Dio.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo Chiesa e comunità politica A cinquant anni dal Concilio

    Simposio “Chiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio”. In apertura il saluto di Mons.Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense: “Vogliamo onorare, con questo Simposio, il duplice giubileo – sacerdotale ed episcopale – del Card. Agostino Vallini, ex-allievo, docente, e ora Gran Cancelliere di questo Ateneo.”

    Riportiamo di seguito il saluto di monsignor Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense al Simposio Chiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio.

    Dal Covolo_ragazzi

    Vogliamo onorare, con questo Simposio, il duplice giubileo – sacerdotale ed episcopale – del Card. Agostino Vallini, ex-allievo, docente, e ora Gran Cancelliere di questo Ateneo.

    L’insigne opera di giurista svolta dal Cardinale è riassunta dai Curatori dalla raccolta di studi che ieri gli è stata offerta, cioè dai proff. Dalla Torre e Mirabelli, in Verità e metodo in giurisprudenza, LEV, Città del Vaticano 2014, pp. 9-10.

    Svolgo soltanto un’osservazione preliminare riguardo ai contenuti del nostro Simposio, intitolatoChiesa e comunità politica. A cinquant’anni dal Concilio.

    Sembrerà scontato ma, quando trattiamo della Chiesa, specie riferendoci al suo profilo istituzionale, facilmente si incorre nell’errore di intenderla solo come gerarchia ecclesiastica e non anche come comunità di fedeli chiamati, ciascuno secondo la propria condizione, a compiere nel mondo la missione ricevuta con il battesimo, ossia quella di annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigono i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime (can. 747 § 2 Codice di Diritto canonico). Tutti conosciamo quanto il Concilio Vaticano II, in particolare attraverso la Costituzione Gaudium et spes al n. 76, ha proclamato sul rapporto tra Chiesa e comunità politica, entrambe a servizio della vocazione personale e sociale delle persone.

    In relazione a questo rapporto – sempre antico e sempre nuovo – vorrei focalizzare la nostra attenzione sull’aspetto profetico del pontificato di Papa Francesco, che è sotto gli occhi di tutti.

    Come non ricordare, anzitutto, che una delle prime cose che ha voluto fare Francesco, dopo essere diventato Pontefice, è stata la visita a Lampedusa, segno della presenza della Chiesa laddove, tutt’ora, si fugge da guerre, povertà e carestie… E ancora l’altro giorno, l’occasione dell’ennesimo barcone affondato e delle nuove vittime del mare, ha portato Papa Francesco a compiere un richiamo alla politica nazionale ed europea, proprio quando si discute sulle responsabilità che l’Unione Europea dovrebbe assumere nelle tragiche vicende del mediterraneo. Perciò, al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso, Papa Francesco ammoniva: Si mettano al primo posto i diritti umani e si uniscano le forze per prevenire queste stragi vergognose; mentre giovedì, dinanzi ai nuovi ambasciatori intervenuti in Vaticano, ha ribadito con fermezza che è giunto il momento di affrontare questo problema con uno sguardo politico serio e responsabile, che coinvolga tutti i livelli: globale, continentale, di macro-regioni, di rapporti tra Nazioni, fino al livello nazionale e locale.

    Alquanto emblematica, inoltra, risulta quella scossa alla politica – sebbene celata e indiretta – che Papa Francesco ha rivolto ai parlamentari italiani, lo scorso 27 marzo 2014, riferendosi agli interessi di partito, alle lotte interne e alla corruzione che avevano colpito una certa classe dirigente al tempo di Gesù, con il rischio che quest’ultima possa continuare ad investire anche i nostri tempi.

    Sia nella lettura dell’esistente, sia nella proposta da realizzare, si avverte la centralità dell’aspetto profetico nel rapporto di Francesco con la politica: non l’anticipazione del futuro, ma la capacità di portare nel presente, con autorità, un messaggio eterno di cui la Chiesa si fa custode da oltre duemila anni. È la buona novella del Vangelo, che Papa Francesco è capace di trasmettere in modo credibile, rendendola attuale e non una mera utopia, attraverso una cultura dell’incontro declinata nella quotidianità. Il suo richiamo all’autenticità della fede, in piena continuità con il Concilio e con il magistero sociale, apre orizzonti nuovi anche all’impegno politico e sociale del cristiano, proponendo un’ideale di politica che, pur essendo laica, e che tale deve rimanere, non può fare a meno della dimensione trascendente. Il dovere cogente di giustizia sociale impone ad entrambi, Chiesa e comunità politica, di operare per ricomporre le relazioni impari e difettose, e di promuovere, attraverso una sana cooperatio, un mondo più umano, che abbia a cuore il bene comune inteso, come fine dell’azione politica ed ecclesiale.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo: “Tutta la nostra vita assomiglia a una scalata in montagna”

    Meditazione di Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per la puntata del 25 maggio 2014 di “Ascolta si fa sera”, il programma di informazione religiosa di Rai Radio 1. Mons Dal Covolo: “Tutta la nostra vita assomiglia a una scalata in montagna, una scalata piena di rocce pericolose e di crepacci”.

    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 25 maggio del programma di informazione religiosa ”Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Dal Covolo_Messa

    Molti di voi, che mi ascoltate, lo sapete già.
    Io sono nato a Feltre, alle porte delle Dolomiti. Parecchie volte mi è capitato di fare delle belle gite in montagna, insieme con i miei cari.

    Naturalmente, per arrivare alla nostra mèta – di solito la mèta era la cima di una montagna, oppure un laghetto alpino o un verde pianoro – prendevamo i sentieri più sicuri. Di norma essi sono lunghi e tortuosi, perché così si evitano vallate pericolose o pareti rocciose troppo ripide. Lungo quei sentieri, sugli alberi e sui sassi, ci sono dei segni colorati, delle frecce che indicano la strada.

    A volte noi ragazzi chiedevamo al papà, che guidava il cammino: “Ma perché non prendiamo una scorciatoia? Perché dobbiamo fare una strada così lunga e tortuosa? Arriveremmo prima arrampicandoci attraverso i boschi e le rocce… A che servono i sentieri e i segni? Abbiamo la vista buona e le gambe forti, e questo ci basta!”.

    Ma il papà ce lo proibiva sempre. In effetti, quanti turisti imprudenti sono andati incontro a brutte avventure, abbandonando i sentieri segnati…

    Tutta la nostra vita assomiglia a una scalata in montagna, una scalata piena di rocce pericolose e di crepacci.

    I sentieri da percorrere sono segnati dai comandamenti di Dio, incisi nel nostro cuore. Ma quante persone sono tentate di farne a meno, di prendere scorciatoie pericolose…

    Molte persone ragionano così: “Vogliamo essere liberi di scegliere nella vita le strade che ci piacciono di più! A che cosa servono queste indicazioni, sotto forma di comandamenti?”.

    A questa domanda risponde Gesù Cristo stesso, nel Vangelo che abbiamo ascoltato oggi nelle nostre chiese: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. E chi ama sarà amato…”.

    Ecco la chiave della vita: è l’amore!

    I comandamenti sono il sentiero ben segnato per raggiungere questa mèta esigente, che è l’amore.
    Perché, alla fine, solo l’amore vero (che è il dono di sé) realizza fino in fondo la nostra vita.

    FONTE: Zenit

  • Sofia, laurea honoris causa a Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Pontificia Università Lateranense

    Sofia, al convegno internazionale “Policies for management of cultural heritage. Communication and socialization through education”, l’Università di Sofia, per la prima volta, ha conferito la laurea ad un vescovo cattolico, Mons Enrico Dal Covolo. Subito dopo il riconoscimento il Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Lateranense, Dal Covolo ha tenuto una su “L’idea di Università”.

    Dal Covolo_3

    “Policies for management of cultural heritage. Communication and socialization through education”. È il titolo del convegno internazionale che a Sofia in Bulgaria, ha visto tra i protagonisti il Rettore della Pontificia Università Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo.

    Organizzato dall’Università statale di “Library Studies e Information Technologies” della capitale bulgara, l’evento è stato caratterizzato dal conferimento della laurea honoris causa a monsignor dal Covolo che subito dopo il riconoscimento ha tenuto una lectio magistralis su “L’idea di Università”. Il prestigioso titolo, che viene assegnato per la prima volta ad un vescovo cattolico, è stato conferito in passato ai patriarchi di Mosca e Costantinopoli.

    FONTE: Zenit

  • Mons Dal Covolo: La vita e la ricerca debbono rimanere intimamente legate

    Pontificia Università Lateranense, nell’Aula Pio XI si è svolto il convegno “Nascita e rinascita. Elogio della vita”. Ad aprire l’incontro il saluto del Rettore Magnifico, Mons Enrico Dal Covolo: “Vi auguro che questo Convegno, come ogni altra iniziativa, sia il luogo nel quale ognuno “restituisca” quello che ha visto, proprio come fa il ricercatore che è motivato da una sana passione per la verità, e che ognuno di noi prenda consapevolezza sempre più piena che senza eticità anche le ricerche più diligenti divengono “sterili”, e quindi “infruttuose”, per sé e per gli altri”.

    Dal Covolo_3

    Riprendiamo di seguito il testo del saluto rivolto dal Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, monsignor Enrico Dal Covolo, al convegno “Nascita e rinascita. Elogio della vita”, nell’Aula Pio XI

    Sono lieto di portare il mio saluto, all’inizio di questo incontro di studio promosso dalla Facoltà di Filosofia della nostra Università e dal Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche. Devo dire anzi che la tematica di questo Convegno mi interessa molto, dal momento che gli illustri Relatori andranno a sviluppare argomenti intimamente legati alla sensibilità di chi, come me, intende farsi “carico” dei processi educativi, al fine di aiutare ogni singola persona ad acquisire una serena reale conoscenza di sé.

    Nel dibattito attuale, molti sono gli stimoli che ci vengono offerti, anche se – e me ne vado convincendo sempre di più – occorre assumere su di sé la “fatica” di elaborare nuovi modelli educativi, che tengano conto della complessità nella quale oggi la persona è collocata. In questo modo quello che andiamo ad indagare nelle nostre ricerche ha bisogno di essere messo in campo, perché il banco di prova delle nostre indagini è proprio il mondo nel quale siamo inseriti. È a questo punto che inizia la “fatica”, proprio quando dobbiamo verificare se l’abito che abbiamo cucito con le nostre ricerche sia aderente alla realtà concreta della persona che ci è innanzi. Vi dico questo perché molte volte ognuno di noi fa esperienza dell’inflazione di alcuni termini, che spesso sono utilizzati senza conoscerne appieno il loro significato.

    Ad esempio, alla base di ogni percorso formativo c’è una relazione empatica: ma che cosa significa esattamente empatia? Sappiamo bene come si parli spesso di empatia, ma io vorrei capire meglio che cosa essa può provocare, e quale guadagno ne possiamo ricavare.

    Fin dalla nascita, e ancor prima di essa, il bambino fa esperienza di questo processo empatico, e scopre che questo “legame” è di vitale importanza per la sopravvivenza. Già questo deve farci riflettere: l’empatia non è una sterile ricerca fatta a tavolino, ma deve partire dal vissuto quotidiano. La vita e la ricerca debbono rimanere intimamente legate, altrimenti corriamo il rischio di “convincerci” di vivere empaticamente, ma alla fine altro non facciamo che sopravvivere alle relazioni: Di fatto, invece, che molte di esse risultano interrotte. Vivere fino in fondo il processo empatico significa essere inseriti nel mondo e vivere in modo etico, quindi veritativo. Tutta questa ricchezza, derivante da una vita etica, può essere canalizzata nel processo empatico, dove l’altro diviene non solo un “fenomeno” da analizzare, ma un elemento indispensabile alla sopravvivenza della fondamentale relazione dialogica io-tu. Quando avremo assunto questa consapevolezza, le relazioni saranno veritative, o come spesso amo definire, saranno libere e liberanti.

    Tutto questo, che ora qui sinteticamente vi “restituisco”, è stato oggetto di riflessione nel Convegno che abbiamo tenuto lo scorso 18-19 aprile presso l’Università degli Studi di Bari, al quale hanno preso parti alcuni docenti del Laterano, che pure sono qui presenti, e attivi protagonisti del Simposio odierno.

    Vi auguro che questo Convegno, come ogni altra iniziativa, sia il luogo nel quale ognuno “restituisca” quello che ha visto, proprio come fa il ricercatore che è motivato da una sana passione per la verità, e che ognuno di noi prenda consapevolezza sempre più piena che senza eticità anche le ricerche più diligenti divengono “sterili”, e quindi “infruttuose”, per sé e per gli altri.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo: presentazione “Il volto umano del marketing” di G. Manzone

    Pontificia Università Lateranense, alla presentazione del volume di G. Manzone “Il volto umano del marketing. Un approccio etico-antropologico”, il saluto del Rettore Magnifico dell’ateneo,Mons Enrico Dal Covolo. “Il lavoro del prof. Manzone rappresenta un utile contributo alla comune riflessione tra esperti di etica sociale, scienziati sociali, economisti e operatori economici. Comprendere il processo tortuoso e complesso che fa di un “prodotto” un “bene economico” non è mai un’operazione banale, non è mai un sapere scontato, appunto perché si ha a che fare con la persona, con il suo “volto”, con la sua storia” ha affermato il Rettore Dal Covolo.

    Dal Covolo_Rettore

    Riportiamo di seguito il saluto del Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo, alla presentazione del volume di G. Manzone, “Il volto umano del marketing. Un approccio etico-antropologico”, avvenuta venerdì 15 novembre 2013 presso l’ateneo romano.

    1. Il volto umano del marketing è il titolo del nuovo libro pubblicato dal prof. Giovanni Manzone, ordinario di Teologia sociale nel nostro Istituto Pastorale Redemptor hominis.
    Si tratta di un titolo provocatorio, perché verrebbe immediatamente da chiedersi se possa esistere un marketing dal volto umano e, se sì, in che senso e in che cosa esso si distinguerebbe da un marketing dal volto disumano.
    Non entrerò nel merito del volume, né tanto meno credo sia il mio compito quello di offrire elementi di natura tecnica circa il significato di una dimensione peculiare della produzione-distribuzione industriale.
    E’ un tema che richiederebbe competenze specifiche, conoscenze dettagliate e provata professionalità, tutti requisiti che io non possiedo.
    2. Mi limiterò invece a inquadrare il tema circa l’esistenza del prodotto di mercato, la sua qualità, e l’identità di colui o di coloro in forza della cui creatività, capacità organizzativa e lavorativa, il bene stesso vede la luce.
    È opinione condivisa presso gli economisti che un prodotto, in termini economici, diventa un “bene” solo quando è apprezzato sul mercato, quando cioè il potenziale cliente mostra di essere disposto a scambiare una quota del proprio reddito con una quantità definita del bene in questione. Ciò significa che, sotto il profilo squisitamente economico, nessun prodotto assurgerà mai al ruolo di “bene” se non incontra un atto volontario e libero, in virtù del quale il potenziale cliente decide di trasformare una parte del proprio reddito in ricchezza altrui.
    È questa una rappresentazione dei processi economici che mette al centro la “persona umana”, la sua cultura, la sua fede, i suoi valori: in breve, il suo “volto”. Cultura, fedi e valori che vengono assunti dagli operatori economici, sin dal primo e più remoto processo produttivo, come elementi che andranno a formare le aspettative ultime, quelle che il mercato registrerà a trasmetterà come dati. Tali dati sono le informazioni che consentono al potenziale offerente di fare del suo meglio per incontrare la potenziale domanda, e viceversa. In pratica, conoscere le aspettative reciproche, tanto sul fronte della domanda quanto su quello dell’offerta, significa avviare un processo produttivo e di mercato che utilizza nel migliore dei modi le risorse sempre scarse a disposizione dei fruitori, e può indirizzare in maniera efficiente i processi produttivi.
    A questo punto, il primo e fondamentale problema dell’economia e delle istituzioni, come le imprese che in forza di quella logica operano, non dovrebbe essere tanto la “massimizzazione del profitto” – espressione quanto mai equivoca e di dubbia concretezza –, quanto l’ottimizzazione delle conoscenze e delle competenze specifiche, senza le quali nessun processo produttivo di successo potrebbe mai vedere la luce.
    Da questo punto di vista, non si comprende come l’economia nel suo complesso, e le singole dimensioni che ad essa fanno riferimento – e il marketing è indubbiamente una di queste –, non abbiano ex definitione un volto umano. Oggetto e soggetto di qualsiasi processo economico sono la persona in carne e ossa; produttore e cliente sono le persone che accedono al mercato con il carico delle loro aspettative, delle loro culture, della fede e dei valori che esse esprimono.
    3. La riflessione su fenomeni dell’economia, quali l’impresa, il mercato e il profitto imprenditoriale, si rende allora necessaria in vista di un dialogo sempre più urgente tra coloro che tradizionalmente si sono occupati di etica – senza però dedicarsi allo studio della creazione e della diffusione della prosperità – e coloro che hanno sempre ritenuto non di loro competenza la considerazione del come si produce la ricchezza.
    Dal nostro punto di vista, la scienza economica, in quanto parte della prasseologia, ossia la scienza che studia l’azione umana, non può prescindere dalla dimensione antropologica di un uomo unico e irrepetibile, che partecipa con gli altri uomini alla vocazione imprenditoriale, oltre che a quella politica e culturale. In tal modo, le nozioni di valore e di profitto imprenditoriale non sono altro che gli strumenti mediante i quali gli esseri umani misurano il loro contributo, potenziale e effettivo, all’infinito processo di approssimazione alle aspettative, attraverso lo strumento umile e imperfetto dell’impresa economica.
    D’altro canto, alla base di questa impostazione c’è il presupposto che – a causa delle condizioni incerte di un futuro ignoto, ossia del carattere temporale e, in quanto umano, essenzialmente fallibile dell’agire economico – non è affatto vero che la dimensione etica non imponga un prezzo da pagare.
    4. La prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa offre una nozione di impresa, di mercato e di agire economico di matrice personalista. Da essa emerge un’impresa la cui funzione sociale risiede nella propria capacità di creare valori, e il cui apprezzamento etico dipende, come in qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, dal comportamento, dalle motivazioni e, in generale, dall’orizzonte etico degli operatori. In definitiva, questo vuol dire che l’economia senza etica (dal volto “disumano”) non sarebbe neppure configurabile come economia: piuttosto, per usare un’espressione sturziana, ci troveremmo nel campo della “diseconomia”.
    Con ciò non si intende affermare che in caso di “diseconomia” non si possa ottenere un utile – dal nostro punto di vista, la “diseconomia” è del tutto compatibile con l’opulenza –; ma, semplicemente, che quell’utile sarebbe frutto della frode, della malversazione, dell’inganno e non dell’autentico agire economico.
    Il lavoro del prof. Manzone rappresenta un utile contributo alla comune riflessione tra esperti di etica sociale, scienziati sociali, economisti e operatori economici. Comprendere il processo tortuoso e complesso che fa di un “prodotto” un “bene economico” non è mai un’operazione banale, non è mai un sapere scontato, appunto perché si ha a che fare con la persona, con il suo “volto”, con la sua storia.
    Siamo dunque grati al prof. Manzone per averci fornito un valido strumento di studio e di ricerca scientifica.
    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo: Seminario di Studio “Gloria Crucis”

    Seminario di Studio promosso dalla Cattedra “Gloria Crucis” sul tema “Uomo – Donna. ‘I due saranno una carne sola’ (Gn 2,24). Trattazione di antropologia biblico-teologica”. Il Rettore Magnifico della Pontifica Università Lateranense, Mons Enrico Dal Covolo: “”E’ minacciata l’essenza stessa della persona umana”.

    Dal Covolo_Messa

    Riprendiamo di seguito l’indirizzo di saluto tenuto dal Rettore Magnifico della Pontifica Università Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo, nell’apertura del Seminario di Studio promosso dalla Cattedra “Gloria Crucis” sul tema “Uomo – Donna. ‘I due saranno una carne sola’ (Gn 2,24). Trattazione di antropologia biblico-teologica”.

    Con molto interesse prendo parte a questo Convegno, dal momento che la tematica che gli illustri Relatori andranno a sviluppare dovrà inevitabilmente misurarsi con la profonda crisi antropologica che a diversi livelli deturpa la dignità dell’essere umano. Di solito la crisi può aiutare a mettere in discussione il cammino compiuto e a farne verifica; ma in questo caso la crisi antropologica è il risultato di esasperate ideologie, che contribuiscono a relativizzare la natura stessa dell’essere umano definendolo come un non-definibile. Basti pensare all’ideologia gender, che in questi anni sta giocando le sue carte sulla non-definibilità dell’essere umano per promuovere una cultura che non fa più leva sulla condizione creaturale perché ritenuta obsoleta. Pertanto ritengo che una simile ideologia ha artificiosamente creato un prototipo gender che poco ha a che fare con l’essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio.

    La rivelazione biblica, a partire dai primi capitoli della Genesi, non permette alcuna concessione alla cosiddetta ideologia del gender. Tale ideologia sostiene che non esiste una reale differenza, fisica e biologica, tra maschio e femmina. Uomo e donna sarebbero assolutamente uguali da ogni punto di vista. Le variazioni morfologiche non sarebbero distintive: al contrario, esse sarebbero irrilevanti, e i “generi maschile e femminile” esito di un pregiudizio arbitrario.

    Si tratta di una vera e propria “rivoluzione antropologica”, che pretende di emancipare l’uomo e la donna dalla loro identità sessuale, e – in definitiva – dal progetto del Creatore sulla creatura. E’ negata la sacramentalità del corpo sessuato, ed è avviata una contestazione radicale alla fede cristiana.
    Oggi, nel nostro orizzonte euratlantico, è forse questa la sfida più pericolosa e aggressiva. E’ minacciata l’essenza stessa della persona umana; è destabilizzata la famiglia, fin dalle sue basi. Non solo: l’ideologia del gender è un vero e proprio attentato alla convivenza civile e all’organizzazione della società.
    Viene da domandarsi come e perché possano prosperare nella nostra cultura simili teorie distruttive; come si giustifichi il consenso che esse incontrano in larghi spazi della pubblica opinione; e come sia possibile che, alla fine, esse vengano assunte dalla legislazione civile.

    Qui il discorso si fa lungo e complesso.
    Certo, alla base c’è la libidine di onnipotenza dell’uomo, e il coerente rifiuto di Dio e della sua legge. Detto in altri termini, ci sono – ancora una volta – la potenza di Satana e la triste eredità del peccato originale. Il clima culturale di sfrenato relativismo, poi, crea l’ambiente vitale per la proliferazione di simili teorie. Ci sono ancora gli interessi di poteri più o meno occulti, che colgono nello sfilacciamento del tessuto sociale l’occasione propizia per imporre il loro potere e i loro commerci. C’è infine il qualunquismo colpevole di chi – ivi compresi non pochi cristiani – rifiuta di comprendere che la posta in gioco non è il legittimo rispetto delle minoranze, bensì la tutela dell’intera società.

    Non vale perciò lo pseudo-ragionamento, che spesso viene avanzato: personalmente, io non mi sposerei mai con una persona del mio sesso; ma perché devo impedirlo ad altri, che desiderano farlo?
    Sono proprio questi i ragionamenti che demoliscono la logica democratica. In democrazia, ognuno è chiamato ad esprimere secondo coscienza il proprio voto per il bene comune, non per consentire ad altri la possibilità di imporre scelte malsane, che alla fine distruggono la convivenza civile.

    Siamo di fronte a una problematica che deve essere affrontata da noi tutti in modo chiaro edeterminato, perché dalle nostre risposte si possono creare le basi di una sana antropologia che restituisca all’essere umano, all’uomo e alla donna di ogni tempo, il volto autentico della loro intangibile singolarità. Nessuno può strumentalizzare e manipolare la singolarità che l’essere umano ha ricevuto in dono. Siamo soltanto depositari di un dono!

    In questo itinerario di ricerca rimane indispensabile collegarsi a una lunga tradizione trasmessaci dai Padri della Chiesa, che da sempre ha offerto una lettura sull’uomo e sul mondo capace di andare “oltre” le mode del tempo per trovare la pienezza di senso che risiede nell’essere umano. Siamo così invitati a guardare ogni cosa spostando lo sguardo sempre in avanti, sicuro del fatto che la realtà oltre a come appare ha un dimensione trascendente che si può scorgere solo andando “oltre”.

    L’Ecce Homo che contempleremo nella settimana santa – il trait-d’union fra questo particolare convegno e la missio accademica della Cattedra Gloria Crucis che lo ha organizzato – ci aiuta a fissare lo sguardo su di Lui, per comprendere che quell’umanità apparentemente sconfitta e vilipesa può divenire occasione di rinascita a una vita nuova, cioè piena di senso.

    FONTE: Zenit