Tag: farmaco brand

  • Aderenza e persistenza. Il problema della sostituibilità del farmaco

    Nella realtà clinica di tutti i giorni i pazienti tendono spesso a interrompere la terapia prescritta o a eseguirla in maniera scorretta. Nel caso dell’esecuzione scorretta (dosi, orari o modi di assunzione sbagliati) si parla di scarsa Aderenza, mentre quando il paziente tende a sospendere prematuramente il trattamento si parla di scarsa Persistenza. I fattori che più interferiscono con aderenza e persistenza sono legati di solito a un rapporto medico-paziente poco buono ma anche a problematiche legate al farmaco, in particolare la comparsa di effetti indesiderati o la sua scarsa efficacia. Al ridursi di aderenza e persistenza aumentano le complicanze delle malattie e quindi aumentano i costi.

    A complicare ulteriormente la situazione, si è aggiunta la problematica relativa all’impiego dei farmaci generici. I farmaci non brand ai fini di aderenza e persistenza sono favoriti dal fatto che i pazienti non devono pagare la differenza col brand di tasca propria. Il dover pagare, infatti, riduce l’aderenza in misura proporzionale all’esborso economico.

    Tuttavia l’uso dei generici può associarsi a ridotta aderenza: ciò è stato dimostrato per numerose famiglie di farmaci (antidepressivi, bifosfonati, antipertensivi, etc). Le ragioni di questo fenomeno sono complesse e molteplici. In particolare, quando il farmaco originale viene sostituito possono intervenire vari fattori che riducono l’aderenza (quindi l’efficacia).

    C’è innanzitutto il problema della non equivalenza terapeutica tra farmaci generici e farmaci brand: per i farmaci generici infatti non è necessario dimostrare l’efficacia clinica, ma semplicemente la bioequivalenza, cioè la similitudine (non l’identità) tra le concentrazioni plasmatiche nel tempo con un ampio margine di tolleranza rispetto al farmaco originale che va dal -20 al + 25%.

    A ciò si aggiunte il fatto che i generici sono tutti singolarmente bioequivalenti rispetto al farmaco brand ma non lo sono tra loro (fenomeno detto biocreep) e quindi passare da uno all’altro (come spesso succede) può portare a continue oscillazioni dei livelli ematici). Un altro fattore è legato alla confusione che i pazienti fanno quando forma e colore delle compresse sono diversi da quelli cui erano abituati.

    Infine, esistono in letteratura numerose segnalazioni di ridotta efficacia di farmaci generici rispetto ai farmaci originali. Il medico in questa situazione è disarmato in quanto a meno di non utilizzare nella prescrizione la clausola di non sostituibilità, il farmacista è tenuto a dare al paziente il generico. E in Italia, a differenza di quanto avviene negli USA, non esiste un elenco dei generici interscambiabili tra loro (Orange book). La letteratura presenta poi diversi casi in cui la sostituzione del brand col generico ha provocato seri problemi nel controllo delle malattie. Il medico dovrebbe sempre ricordare che La scelta del farmaco meno costoso è logica/doverosa solo a parità di beneficio.

  • Prescrizioni mediche e sostituibilità dei farmaci nei pazienti con patologie cardiovascolari

    In campo di terapia cardiovascolare, gran parte dei farmaci sono stati genericati e per molte molecole esistono in commercio decine di farmaci generici. I farmaci cardiovascolari generici sono anch’essi esentati dalla dimostrazione di efficacia ma una metanalisi pubblicata su Jama nel 2008 ha sancito che dal punto di vista dell’efficacia clinica non sono diversi dai farmaci brand.

    Tale metanalisi, tuttavia, presenta una serie di punti deboli, il principale dei quali è che molti degli studi fatti sono stati eseguiti in soggetti sani. Come si può valutare l’effetto antipertensivo di un farmaco in un normoteso o l’effetto sullo scompenso in chi scompensato non è? I dati clinici in letteratura sono scarsissimi (proprio perché non richiesti dalle leggi vigenti) ma esistono alcuni studi sulle statine che confermerebbero la loro equivalenza terapeutica anche se, a un’analisi attenta, per alcuni si osserva che la numerosità dei campioni studiati è troppo scarsa e la deviazione standard troppo alta per consentire conclusioni attendibili.

    Per i sartani poi non esiste un singolo studio di efficacia. La sostituzione in pazienti delicati come quelli con malattie cardiovascolare è quindi un’operazione la cui utilità è stata messa in dubbio da parecchi esperti e che oltretutto comporta dei costi. Va infatti ricordato che ogni cambio di terapia comporta la necessità di un aumento dei controlli clinici e laboratoristici. Nei soggetti ipertesi è stato calcolato che chi cambia terapia costa il 20% in più rispetto a chi non la cambia.

    Dato che l’utilizzo dei farmaci generici viene fatto esclusivamente per ragioni economiche, questo dato deve essere sempre tenuto presente.

  • Differenza tra farmaci generici e brand, sostenibilità e obiettivi terapeutici

    La spesa sanitaria pubblica corretta per il potere d’acquisto in Italia, è tra le più basse d’Europa. Nel 2012 era pari al 7% del PIL (9% in Francia e 8.7% in Germania) ed era pari a 2345 Euro pro-capite, contro i 3204 della Francia e i 3436 della Germania (media Europea 2950). In particolare, la spesa farmaceutica è in continuo calo e nel 2013 è stata pari a circa il 7% della spesa sanitaria pubblica globale.

    Tuttavia, a fronte di un calo di spesa pubblica farmaceutica è aumentata la spesa di compartecipazione dei cittadini (da 0.98 miliardi nel 2010, a 1.44 miliardi nel 2013). Risulta abbastanza sorprendete che in Germania, paese che viene preso ad esempio per l’elevata percentuale di prescrizioni di farmaci generici, la spesa farmaceutica sia molto più alta che in Italia.

    Ciò è dovuto al fatto che in Italia i farmaci costano meno (fatto 100 il prezzo medio in Italia, in Germania il prezzo è 141.1, in Inghilterra 129.6, in Francia 111.9).

    Va poi ricordato che nell’ambito delle patologie cardiovascolari, il costo dei farmaci è una voce marginale perché ciò che costa sono gli eventi he portano ai ricoveri in ospedale. I costi ospedalieri giustificano infatti il 73% dei costi totali della malattia coronarica , il 94% dei costi dell’ictus e l’80% circa dei costi dello scompenso cardiaco.
    Occorre quindi invertire la prospettiva e pensare ai farmaci come a un investimento utile a ridurre le spese future e, soprattutto, a migliorare lo stato di salute dei pazienti.

  • Generici o di marca? Il rapporto degli italiani coi farmaci

    Nella percezione collettiva c’è una pressione dall’alto per tagliare la spesa pubblica, che condiziona medici, pazienti e rischia di incidere sulla qualità delle prescrizioni. Ma gli interventi sulle modalità di prescrizione e di accesso ai farmaci cozzano con la personalizzazione del rapporto dei cittadini con il farmaco, che passa anche per la consuetudine, spesso quotidiana, a prendere una certa medicina resa riconoscibile da nome commerciale, confezione, forma e colore.

    E’ quanto ha evidenziato l’ultima indagine Censis sull’impatto della prescrizione del principio attivo sulla qualità di cure. Oltre il 47% degli italiani, infatti, ritiene secondo la ricerca che ci sia stato un aumento del peso del fattore economico sull’attività prescrittiva dei medici. D’altro canto, per il 77% le esigenze di ridurre la spesa pubblica per i farmaci pesano molto o abbastanza sull’attività prescrittiva e oltre il 61% registra un aumento della spesa di tasca propria per l’acquisto di farmaci. Ciò vale soprattutto nella scelta tra farmaco di marca e farmaco generico con il 45% degli italiani che dichiara di pagare la differenza di tasca propria per avere quello ‘brand’ piuttosto che quello generico con stesso principio attivo; ad averlo fatto sono soprattutto gli anziani (oltre il 54%), le donne (quasi il 49%) e più ancora le persone con pessimo stato di salute (il 70,6%).

    “Il rapporto intimo, soggettivo, di forte personalizzazione con il farmaco vive anche tramite l’investimento di risorse proprie per l’acquisto del farmaco desiderato”, si sottolinea nell’indagine del Censis. La preferenza per il farmaco di marca è più radicata tra gli anziani (47%), gli adulti di età compresa tra 45 e 64 anni (53,1%), le donne (44,1%) e le persone con pessimo stato di salute (quasi il 53%). «Ricorrere al farmaco equivalente non deve diventare un gioco di quanto costa l’uno rispetto all’altro, altrimenti si producono solo svantaggi per il paziente –evidenzia il prof. Ettore Ambrosioni, membro dell’European Society of Hypertension (ESH) e già Direttore della clinica medica dell’Università di Bologna- inoltre quando si sceglie un farmaco non brand bisognerebbe cercar di continuare con il medesimo, senza cambiarlo tra vari generici come invece troppo spesso succede. In generale bisogna star attenti a non generare sfiducia nel paziente, che rischia di confondersi con scatole di tipo diverso e perdere aderenza alla terapia».

    Dall’indagine Censis infatti si evidenzia che il rapporto con il farmaco per sua natura entra nelle abitudini quotidiane, si innesta quasi nell’automaticità dei comportamenti più personali di ogni giorno. Ecco perché provocano disagio eventuali cambiamenti relativi al nome del farmaco (73%), alla confezione (oltre il 57%), al colore della compressa (54,2%) e alla forma della compressa (50,7%). Ciò è più forte per gli anziani (oltre il 79% dichiara di averne per l’eventuale cambio del nome del farmaco), gli uomini (oltre il 73%) e le persone con pessimo stato di salute (quasi il 71%). Inoltre il 30% degli italiani dichiara che si potrebbe confondere se il farmacista gli consegnasse un medicinale contenente lo stesso principio attivo di quello che prende solitamente, ma con una confezione diversa o nome differente. Il rischio confusione è molto più alto tra gli anziani (oltre il 39%) e le donne (quasi il 28%); si tratta di un’area vasta, socialmente più fragile, e con una consuetudine di rapporto, anche quotidiano con i farmaci. Ecco allora che i cittadini associano farmaco e nome commerciale e fanno di quest’ultimo l’identificativo primo, pur nella consapevolezza che ne esistono altri che sono equivalenti. Non importa se per i farmaci che si assumono ve ne sono altri con uguale principio attivo, perché rispetto al nome commerciale del farmaco i cittadini si rapportano secondo la logica “questo farmaco è il mio farmaco”.

  • Uso dei farmaci generici in età avanzata

    La differenza di bioequivalenza tra alcune formulazioni, questo famoso 20% in più o in meno che bisogna assolutamente considerare, incide particolarmente negli anziani. Gli organismi cambiano con l’età, si invecchia, si diventa più suscettibili a tutto ciò che può alterare un equilibro, perché cambiano le nostre funzioni da punto di vista respiratorio, cardiovascolare, renale ed epatico. Cambia quindi anche la capacità di assimilare o meno i principi attivi dei farmaci assunti.

    Parlando di reni e di fegato si osserva come con l’aumentare dell’età la funzione renalediminuisca: la possibilità di allontanare sostanze non solo tossiche ma anche altre sostanze, come i farmaci e i loro metaboliti, è quindi minore con il passare degli anni.

    La percentuale di insufficienza renale nei pazienti anziani progressivamente è maggiore rispetto a pazienti giovani. Se prendiamo un parametro che si usa generalmente in clinica e cioè quanto si depura il sangue per unità di tempo: sono 90 ml al minuto in pazienti giovani che diventano 65 circa in età avanzata. Questo equivale a dire che un paziente anziano perde già un 15/16% di possibilità di eliminare i farmaci.

    Stesso fenomeno accade per il fegato. Il fegato diminuisce di struttura, diminuisce quindi la possibilità di metabolizzare un farmaco, tanto che a un certo punto la potenza del fegato si riduce del 40% passando dall’età giovane all’età anziana e molto anziana. Questo può esporre il paziente a problemi nel caso di assunzione di determinati farmaci: per esempio certi sonniferi di larghissimo uso, che solitamente vengono somministrati per tenere tranquilli i pazienti possono, a dosi che utilizzeremmo senza problemi in età adulta, dare in età avanzata effetti collaterali molto importanti come il delirio.

    Cosa ne possiamo dedurre?

    In virtù del processo di invecchiamento e del più o meno 20% su cui si fondail principio di bioequivalenza potremmo trovarci ad avere pericolosi accumuli di principio attivo oppure paradossalmente anche ad avere poca concentrazione di farmaco. Lo sviluppo di effetti collaterali nei pazienti incrementa con l’aumentare del numero delle prescrizioni, il paziente anziano ha sicuramente più patologie: pensiamo ad un paziente con infarto, per esempio infarto non complicato, a fine cura dovrà assumere Betabloccante, molto spesso ACE Inibitore o Sartano, Aspirina, se ha fatto l’angioplastica il Clopidogrel, la Statina. Cinque farmaci per una sola patologia. Altri punti importanti sono l’aderenza e la persistenza al trattamento, dal momento che spesso i farmaci non vengono assunti nel modo giusto, nella posologia prevista e nei tempi idonei. Molta attenzione quindi va prestata a come la specialità viene identificata, a come anche semplicemente nei blister vengono indicati i giorni della settimana, se il prodotto è mono somministrazione, le ore del giorno e così via. Un non appropriato utilizzo dei farmaci può essere responsabile dello sviluppo di effetti collaterali anche gravi, e mortali, come spesso accade di constatare nel pronto soccorso.

    Direi che questi sono alcuni punti importanti, dobbiamo ancora considerare certe cose che ci fanno vedere la complessità del problema e quindi di come sempre più, nel fare il nostro lavoro, la prescrizione e l’attenzione siano più che mai importanti quando si tratta di prescrivere farmaci delicati con grandi possibilità terapeutiche ma con grandi rischi in soggetti che hanno un equilibrio, un’ omeostasi, come si dice in termine tecnico, ridotta come nei soggetti di età avanzata.

  • Differenze negli eccipienti di farmaci brand e generici

    In questa intervista il Prof. Gallelli approfondisce il tema spiegando le differenze negli eccipienti di farmaci brand e farmaci generici

    Gli eccipienti sono delle sostanze che servono a veicolare il farmaco all’interno dell’organismo.

    Malgrado alcune volte qualcuno possa pensare che siano delle sostanze che non abbiano nessun ruolo per quanto riguarda l’effetto di un farmaco all’interno di un organismo stesso, ci sono due lavori molto importanti, uno di Miller nel 2001 e uno di Guln nel 2010, che documentano come gli eccipienti giochino un ruolo importante in tutte le tappe farmacocinetiche, per quanto riguarda l’assorbimento e la distribuzione del farmaco ma anche e soprattutto per quanto riguarda la loro escrezione e il passaggio anche del farmaco per tutti quanti i dipartimenti biologici.

    Proprio per questo motivo non si può pensare che non abbiano un ruolo. Hanno un ruolo anche per quanto concerne le interazioni farmacologiche e anche la tossicità. Perché questo? Sia perché molto spesso si sente dire che i pazienti possono essere allergici agli antibiotici. Magari non sono allergici al principio attivo, sono allergici solo agli eccipienti come ad esempio il caso della saccarina che ha allergie crociate con i sulfamidici. E cosa pensare per quanto concerne, invece, i soggetti diabetici? Ci sono alcuni eccipienti come il glucosio e il saccarosio che in questi pazienti non dovrebbero essere somministrati.

    Ugualmente esiste il problema dell’intolleranza al lattosio, anche questo è un eccipiente, e ci può essere il problema dell’aspartame nei soggetti con fenilchetonuria oppure il problema dell’amido di frumento per quanto riguarda i soggetti celiaci.

    Ora tutto questo ci dice una cosa: gli eccipienti hanno un ruolo, hanno un ruolo importante, hanno un ruolo per quanto riguarda l’efficacia del farmaco e per quanto riguarda la sua sicurezza, cioè lo sviluppo di effetti collaterali. Magari non in tutti i pazienti, in pazienti che possono avere delle predisposizioni o possono avere già di base delle intolleranze o delle patologie che possono essere anche di natura genetica.

  • Commercializzazione dei farmaci generici e brand

    Normalmente un farmaco brand, un farmaco di riferimento, quel farmaco che ha un nome di fantasia segue un iter che è abbastanza lungo perché ci vogliono almeno tre anni in fase di sperimentazione precliniche, a seguito di questo periodo succederanno le fasi cliniche.

    Le fasi cliniche sono tre: la fase uno deve essere svolta in soggetti che sono volontari sani (30/50 pazienti); la fase due viene effettuata su pazienti reali, e naturalmente questi pazienti devono avere quel dato tipo di patologia a cui il farmaco è rivolto, e la fase tre è invece di sperimentazione clinica su un numero maggiore di pazienti da 300 fino a 15.000 pazienti. Tutto questo ha una durata di circa dieci anni e ha un altissimo costo, sopra circa 500/1000 milioni di euro.

    Una volta ottenuti i dati, si deve compilare un dossier poiché questo farmaco deve essere registrato. Un dossier tecnico completo prevede poi che lo stesso venga registrato presso le autorità regolatorie, quindi l’AIFA, che una volta valutato darà il via libera e darà l’autorizzazione di immissione al commercio.

    A differenza di questo iter registrativo, i farmaci generici non hanno un dossier tecnico completo ma un dossier tecnico semplificato, vale a dire due anni prima della scadenza brevettuale del farmaco brand, basandosi sugli studi si quest’ultimo, la Aziende produttrici di generici non faranno altro che fornire solo ed esclusivamente dati concernenti la bioequivalenza, cioè dati che accertino che esiste quella differenza inclusa nel più o meno 20% con il farmaco di riferimento.

    Bisogna evidenziare che esistono farmaci cosiddetti a basso indice terapeutico (intervallo fra efficacia e tossicità) dove il più o meno 20% risulta clinicamente un valore troppo alto e la bioequivalenza deve essere più o meno 10%, per farmaci invece che hanno un’ampia variabilità, pensiamo al Propafenone, si può tollerare anche una differenza di più o meno 30%. Una volta che anche questo dossier verrà depositato andrà all’AIFA e l’AIFA darà il via libera per quanto concerne la commercializzazione dei farmaci generici.

    Naturalmente bisogna sempre considerare un ultimo punto cioè come vengono effettuati questi test per quanto concerne la bioequivalenza: non è detto che debbano essere effettuati sul paziente perché la bioequivalenza dovuta non deve essere misurata in studi clinici, per quanto riguarda le soluzioni a rilascio immediato, somministrate sia per via orale sia per via rettale, le soluzioni per uso topico e naturalmente le soluzioni parenterali. Al contrario sono necessari studi clinici per quanto riguarda le soluzioni e le compresse, le formulazioni a rilascio controllato, modificato e quindi prolungato o anche soprattutto le formulazioni per quei farmaci a basso indice terapeutico, pensiamo per esempio agli anticoagulanti.

    Per questi devono essere effettuati dei veri studi clinici che però sono simili a quelli effettuati nella prima fase di sperimentazione clinica, cioè vale a dire su due gruppi di dodici pazienti, di età compresa tra i 18 e i 55 anni che non devono avere nessun tipo di patologia ed in cui il farmaco viene testato in singola somministrazione: questo perché bisogna esclusivamente misurare il parametro bioequivalenza.

    Una volta che viene data all’AIC, l’autorizzazione all’immissione in commercio per i generici, questi vengono posti in quella che viene definita la lista di sostituibilità del farmaco, quindi la lista di equivalenza. Per questo motivo il farmaco generico e il farmaco brand di riferimento sono tutti quanti farmaci equivalenti quindi intercambiabili.

    E’ stato rilevato da molti studi un quesito clinico che personalmente condivido: io posso cambiare tutti questi farmaci? Tecnicamente si potrebbe cambiare un brand col generico di riferimento poiché dovrebbe avere questa bioequivalenza, ma non ci sono dati di sostituibilità tra generici perché possiamo pensare che un farmaco generico può avere un 20% di equivalenza in più e un altro un 20% di equivalenza in meno quindi tra loro non sono bioequivalenti. Questo è quello che viene normalmente definito come fenomeno del biocreep.

    In questa lista non ci sono dati che riguardano gli eccipienti che rappresentano una grossa problematica clinica che in Italia non viene valutata mentre invece l’EMA, in Europa, mette proprio in dettaglio le linee guida, dicendo che bisognerebbe porre attenzione proprio agli eccipienti che possono avere un ruolo importante per quanto riguarda il trasporto del farmaco nell’organismo.

  • Come avviene la registrazione per i farmaci generici?

    Il processo di registrazione per i farmaci generici è molto semplificato rispetto a quello richiesto per i farmaci originali. Per i farmaci generici si richiede semplicemente la cosiddetta “bioequivalenza”: misurando nel sangue le concentrazioni del farmaco generico e valutando se le concentrazioni che il farmaco generico raggiunge nel sangue e mantiene nel tempo sono simili a quelle del farmaco di marca.

    Gli studi sulla bioequivalenza dei prodotti confrontano la biodisponibilità sistemica di due prodotti, che può poi risultare simile ma non identica, in quanto ci si basa sul concetto che due preparazioni farmaceutiche dello stesso principio attivo, pur avendo un profilo di disponibilità diverso (purché compreso in un certo ambito di valori), possano essere equivalenti sul piano terapeutico. Simili ma non identiche perché i regolamenti internazionali ammettono delle variazioni rispetto al farmaco di marca comprese tra il -20 e il + 25%.

    Professor Costa come sono condotti i test di bioequivalenza?

    Gli studi di bioequivalenza non vengono condotti nei pazienti che poi utilizzeranno i farmaci ma vengono condotti su volontari sani.

    Le leggi internazionali e quelle europee prevedono che si debba studiare un minimo di dodici soggetti, tutti sani, tutti giovani, dai 18 ai 55 anni, con una alimentazione particolare e in condizioni standard, nella grande maggioranza dei casi soggetti di sesso maschile, per evitare il rischio di somministrare farmaci a donne in età fertile.

    Gli studi di bioequivalenza consistono in valutazioni farmacocinetiche dopo somministrazione di dosi singole del prodotto generico e di quello di marca. Questa parzialità di studio può portare alcuni problemi soprattutto nei farmaci utilizzati nelle terapie croniche; molti farmaci cambiano il loro assorbimento e la loro eliminazione quando vengono somministrati ripetutamente nel tempo

    Ai farmaci generici, inoltre, non viene richiesta la valutazione in soggetti che hanno ad esempio alterazione della funzione del fegato o della funzione renale, cose che nella pratica clinica succede invece abbastanza di frequente. Questo è un altro limite di questi studi di registrazione dei farmaci generici pur non inficiandone sicurezza ed efficacia.

  • Le differenze tra farmaco di marca e farmaco generico

    A questa domanda risponde il Prof F.Vittorio Costa, specialista in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare e Hypertension Specialist della Società Europea dell’Ipertensione, approfondendo il tema dell’efficacia.

    Secondo la normativa italiana, un farmaco generico è considerato equivalente rispetto al farmaco di marca se ha la stessa composizione qualitativa e quantitativa in termini di principio attivo compresa nel range ±5%, la stessa forma farmaceutica e una simile bioequivalenza (±20%) dimostrata da studi di biodisponibilità.

    Occorre però ricordare che la legislazione non prevede che per i farmaci generici sia valutata l’efficacia dal punto di vista clinico. Il Legislatore suppone che, riscontrandosi simili concentrazioni nel sangue di principio attivo, i farmaci abbiano anche un effetto terapeutico identico.

    Alcuni dati in letteratura sembrerebbero tuttavia contraddittori da questo punto di vista: vi sono alcuni esempi che dimostrano come anche i farmaci che avevano superato l’esame di registrazione – e quindi con equivalenza della concentrazione nel plasma simile – possano risultare in qualche misura meno efficaci rispetto ai farmaci originali. Sarebbe auspicabile che la letteratura scientifica dedicasse maggiore attenzione a questo specifico tema, tuttavia tra i pochissimi studi di confronto sull’efficacia farmaco originale/farmaco generico, molti dimostrerebbero che potrebbero esserci delle differenze in termini di efficacia. A tale scenario si aggiunga che il Decreto Legislativo 219/06 non obbliga le aziende che producono i generici ad effettuare studi specifici sulla valutazione dell’efficacia.

    Farmaco di marca e farmaco generico, come si fa a individuare tra i generici il più equivalente all’originale?

    A questa domanda risponde il Prof F.Vittorio Costa, spiegando il concetto di equivalenza tra i farmaci generici e i farmaci di marca. La mancanza di studi sull’argomento e l’impossibilità per il medico di capire quale farmaco generico sia il più equivalente a quello di marca, comporta una serie di rischi, soprattutto per quelle terapie per le quali vengono utilizzati farmaci a ristretto indice farmaceutico, come ad esempio gli antiepilettici.

    I medici non sanno esattamente se quel tipo di farmaco generico che andranno eventualmente a prescrivere abbia una bioequivalenza vicina al 100% rispetto al farmaco di marca/farmaco originale o viceversa uno scarto del -20/+25%come consente la legge, perché nella scheda tecnica dei farmaci generici non è previsto che sia segnalata la bioequivalenza specifica di quel farmaco.

    Anche se naturalmente tutti i farmaci generici in commercio sono bioequivalenti con l’originale, il problema che si presenta nella pratica quotidiana della sostituzione di un farmaco in farmacia è quello dell’assenza di strumenti e informazioni per valutare l’effettiva equivalenza tra i vari generici di diverse marche.

    Negli Stati Uniti, per risolvere la questione legata alla sostituzione, è stato creato un libro denominato The Orange Book, che elenca i farmaci “sostituibili e intercambiabili tra loro” e viene aggiornato periodicamente con dati relativi alle singole formulazioni generiche secondo una valutazione degli studi disponibili da parte di una apposita commissione della Food and Drug Administration (FDA). Questo libro rappresenta uno strumento a disposizione dei medici, dei farmacisti e anche dei cittadini per scegliere tra i vari generici sulla base di pareri autorevoli e neutrali.

    In Italia, in assenza di un auspicato strumento quale l’Orange Book, la sostituzione potrebbe essere praticata su considerazioni di disponibilità immediata o di carattere economico.

    L’unico sistema che il medico ha per testare la validità di questi farmaci è provarli sul campo e vedere come funzionano.

    La letteratura segnala diversi casi d’inefficacia o di minore efficacia dei farmaci generici rispetto ai farmaci di marca. Sono stati, ad esempio, rilevati casi, in Italia e all’estero, di pazienti malati di epilessia che, in cura con farmaci a ristretto indice farmaceutico, passando dal trattamento con il farmaco di marca a quello con il farmaco generico hanno avuto nuovamente crisi epilettiche.

    Il rimborso completo del farmaco di marca avviene solo nei casi di comprovata minore efficacia del farmaco generico, come successo per i farmaci utilizzati nella cura dell’epilessia.

    In caso di colesterolo alto o pressione alta il riscontro è più complicato, dato che le misurazioni dei parametri subiscono oscillazioni minori e, soprattutto, sono difficilmente dimostrabili evidenti conseguenze di una possibile minore efficacia della terapia.

  • Farmaco generico e farmaco brand: quali sono le differenze?

    Il farmaco brand è il farmaco originale, il farmaco di riferimento, il farmaco che viene registrato con nomi di fantasia.

    Dalla registrazione abbiamo quella che viene definita “durata brevettuale” del farmaco “brand”. Normalmente un brevetto ha una durata di venti anni. Non bisogna però pensare che il brevetto duri veramente venti anni: un farmaco può essere brevettato, quindi ne viene dato l’esclusivo utilizzo all’azienda farmaceutica, subito dopo la fasi precliniche di sperimentazione e quindi prima delle fasi cliniche di sperimentazione e della successiva commercializzazione.

    Le fasi cliniche di sperimentazione, normalmente, durano otto/dieci anni pertanto, se viene commercializzato il farmaco al termine di queste fasi di sperimentazione, il brevetto avrà una durata effettiva di utilizzo, proprio per le aziende, di circa dieci anni.

    Al termine della durata brevettuale ogni altra azienda farmaceutica può produrre un proprio farmaco generico che, secondo il decreto legge del 1996, deve essere simile per quanto riguarda il principio attivo nella composizione qualitativa e quantitativa: deve avere la stessa formulazione del farmaco brand di riferimento, le stesse indicazioni e una simile bioequivalenza.

    Malgrado queste siano le uguaglianze fra farmaco originale e farmaco generico, da queste nascono anche delle differenze tra farmaco brand e generico dal punto di vista clinico. Sempre per Legge ci può essere una differenza di più o meno il 5% del principio attivo tra farmaco generico e farmaco brand, ci può essere una differenza più o meno 20% per quanto concerne la bioequivalenza tra farmaco brand e farmaco generico. Non si fa riferimento agli eccipienti, sebbene sia una cosa importante e ci possano essere differenze per quanto riguarda le indicazioni cliniche.

    A mio parere questo potrebbe porre il medico a un dubbio per quanto concerne le indicazioni reali, quindi la possibilità che questo farmaco una volta sostituito possa essere somministrato come farmaco “off label” cioè non indicato per quel dato tipo di paziente. Un esempio tipico è il Ramipril, laddove Ramipril brand può essere utilizzato nei pazienti con insufficienza cardiaca ed ipertensione arteriosa, mentre invece il Ramipril generico non ha tutte le indicazioni e questo rappresenta una significativa differenza fra farmaco brand e farmaco generico.