Tag: Enrico Dal Covolo

  • Dal Covolo rettore: Pietro e Paolo, le colonne del collegio apostolico

    Roma in festa, nel ricordo dei suoi santi Patroni, Pietro e Paolo, due gemelli nella fede, che presiedettero alla nascita della Roma cristiana. Pietro e Paolo: l’uno crocifisso a testa in giù, secondo la tradizione degli Apocrifi, forse al Gianicolo o forse in Vaticano; l’altro decapitato alle Aquae Salviae, sulla via Ostiense. A Rai Radio 1, la meditazione di Mons Dal Covolo nella puntata di “Ascolta si fa sera”.

    Dal Covolo_Rettore
    Dal Covolo, Rettore lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Zenit il 30 giugno 2014
    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dellaPontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 29 giugno del programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Oggi Roma è in festa, nel ricordo dei suoi santi Patroni, Pietro e Paolo.

    Antiche fonti cristiane li paragonano a Romolo e Remo.

    Come tutti sapete, Romolo e Remo erano i due gemelli che, secondo la mitologia, presiedettero alla fondazione della Roma pagana.

    Pietro e Paolo, invece, sono i due gemelli nella fede, che presiedettero alla nascita della Roma cristiana.

    Pietro e Paolo: l’uno crocifisso a testa in giù, secondo la tradizione degli Apocrifi, forse al Gianicolo o forse in Vaticano; l’altro decapitato alle Aquae Salviae, sulla via Ostiense. Paolo, infatti, era cittadino romano, e non poteva subire l’infamia della crocifissione.

    La data precisa del loro martirio rimane controversa, non si sa bene se il 64 o il 67 (ovviamente dopo Cristo), e comunque verso la fine dell’impero di Nerone.

    In ogni caso, già nel primo e nel secondo secolo la comunità cristiana attribuiva alla presenza romana di Pietro e di Paolo un’importanza decisiva.

    Tanto per fare un esempio, Ireneo, vescovo di Lione, diceva che bisognava considerare con speciale riguardo gli insegnamenti della Chiesa di Roma, massima e antichissima. Questa Chiesa – ha lasciato scritto Ireneo – ha un’apostolicità maggiore, perché trae le sue origini dalle colonne del collegio apostolico, che sono appunto Pietro e Paolo.

    A parere di Ireneo, con lei – cioè con la Chiesa di Roma – devono accordarsi tutte le Chiese.

    Vi propongo adesso un altro punto di riflessione.

    Potrebbe essere – quella di oggi – l’occasione buona per esprimere la riconoscenza degli Italiani al successore di Pietro, al Vescovo di Roma, che oggi si chiama Papa Francesco.

    Se Roma rimane una città famosa, mèta di continui pellegrinaggi da ogni parte del mondo – con i vantaggi connessi dal punto di vista turistico, economico, linguistico e diplomatico – questo lo si deve anche al fatto che il Papa della Chiesa universale è il Vescovo di Roma.

    A lui, a Papa Francesco, e al suo predecessore, il Papa emerito Benedetto XVI, giunga il nostro deferente, affettuoso saluto, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo, “I media, specchio efficace delle relazioni familiari”

    Pontificia Università Lateranense, presso l’Auditorium Giovanni Paolo II, il convegno “Quale famiglia per quale società” che si inserisce tra le iniziative ufficiale di preparazione al l VII Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano. Il simposio ha visto la partecipazione di numerosi ed illustri ospiti tra cui il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Ha introdotto i lavori monsignor Enrico Dal Covolo, Rettore della Lateranense.

    Mons Dal Covolo_Vaticano
    Mons Dal Covolo, Rettore lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Zenit il 12 gennaio 2012

    Si è svolto ieri nell’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense, il convegno “Quale famiglia per quale società” che si inserisce tra le iniziative ufficiale di preparazione al l VII Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano del 30 maggio – 3 giugno 2012. Il simposio, organizzato sinergicamente dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis presso lo stesso Ateneo, ha visto la partecipazione di numerosi ed illustri ospiti tra cui il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Ha introdotto i lavori monsignor Enrico Dal Covolo, Rettore dell’Università, che ha salutato i presenti in sala con le parole che riportiamo di seguito.

    ***

    Eminenza Reverendissima,

    Eccellenze,

    Autorità accademiche e religiose,

    Illustri Ospiti,

    Chiarissimi Docenti e cari studenti.

    Il convegno che inauguriamo – promosso in feconda e felice sinergia dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, e dal Pontificio Istituto Pastorale “Redemptor hominis” della Pontificia Università Lateranense – si colloca tra le iniziative ufficiali, che preparano il VII Incontro Mondiale delle Famiglie.

    Come è noto, tale Incontro si terrà a Milano, dal 30 maggio al 3 giugno 2012, sul tema La Famiglia: il lavoro e la festa, e culminerà con la visita del santo Padre Benedetto XVI.

    1. Con il simposio di oggi intendiamo riflettere, tra l’altro, su come il sistema dei media orienti sempre più le relazioni familiari, rimodulandone i tempi, gli spazi e i ruoli, e determinando altresì nuove sfide, alla luce dell’emergenza educativa attuale.

    La narrazione cinematografica e televisiva, come ogni narrazione (e forse più), riesce a toccare immediatamente le corde dell’affettività, e si offre come “specchio” efficace, dove si possono identificare e riconoscere le dinamiche relazionali, vissute nel ritmo dell’esistenza quotidiana tra lavoro e festa, tra impegno e affetto.

    «Il lavoro e la festa – così scrive il santo Padre Benedetto XVI – sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa».

    Chiediamoci semplicemente, tanto per fare un esempio concreto: che immagine di donna emerge per lo più dai media, oggi?

    Purtroppo, molto spesso è un’immagine femminile incompatibile con gli impegni reali della famiglia: una donna “in carriera”; una donna “aggressiva”; una donna che insegue disperatamente la propria realizzazione personale, a costo di ridurre drasticamente la sua presenza e il suo ruolo (insostituibile) nella famiglia.

    Personalmente sono convinto che la conversione della nostra società debba passare attraverso la conversione della donna: è necessario e urgente che la donna abbandoni questa perniciosa immagine di sé, fornita e alimentata da molti media.

    2. La famiglia oggi, nella percezione diffusa tra la gente, sembra essere nello stesso tempo tutto e niente.

    Di fatto, il modo di pensare e di vivere di molte zone del mondo – le zone cosiddette “progredite” – continua a ferire la natura, e perfino il sacramento che trasmette la grazia di Dio alla famiglia cristiana.

    Così non sono pochi i battezzati che considerano la famiglia un aggregato di individui che, spinti da qualcosa che viene chiamato “amore” (con tutte le ambiguità che questa parola comporta, proprio nell’uso dei media), convivono insieme, senza che vi siano dei precisi requisiti relativi alla qualità delle persone e delle loro relazioni famigliari: senza che venga mai esplicitato e reso pubblico su quali basi vada stabilita la convivenza, per quanto tempo e con quali effetti.

    È sufficiente – così si dice – l’affetto del momento e l’aiuto reciproco.

    3. Approfondire il valore vitale del necessario alternarsi di stasi e movimento, di riposo e slancio, di pace e sogno, di tenerezza e responsabilità all’interno della famiglia: tutto questo comporta una seria e cospicua riflessione sul fatto che ai nostri giorni l’organizzazione del lavoro è pensata e attuata in funzione della concorrenza di mercato e del massimo profitto, mentre la festa è concepita semplicemente come occasione di riposo, quando va bene (“Finalmente si dorme un po’ di più!”, si dice spesso: il che certamente non è peccato…); ma troppe volte la festa diventa invece un pretesto per evadere dalla realtà e consumare qualunque cosa, a ogni costo.

    Offrire modelli educativi, come il cinema può fare – modelli capaci di aiutare a superare la cultura dell’individualismo per una visione ampia del “noi” e della comunione solidale –, aiuta a ricuperare il senso vero della festa, e specialmente della domenica, pasqua della settimana: quella domenica che Benedetto XVI ha definito «giorno del Signore e giorno dell’uomo, giorno della famiglia, della comunità e della solidarietà».

    4. Mentre mi congratulo vivamente con gli organizzatori di questa benemerita iniziativa, auspico che il simposio sia “fucina di idee”: fucina che possa aiutare efficacemente i coniugi cristiani a incarnare l’ideale della famiglia unita, aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni (e non solo all’economia!) del nucleo familiare.
    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo, Forum a Vatican Insider sulla “strategia della comprensione”

    Forum a Vatican Insider sulla “strategia della comprensione” proposta da papa Francesco per pacificare la Terra Santa. Il vescovo salesiano Mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense: “Papa Francesco ha indicato al mondo la necessità di un salto di qualità culturale e spirituale. La diplomazia non basta quando manca la convinzione culturalmente fondata della necessità della pace. Per fermare le armi in Terra Santa è indispensabile la conversione dei cuori e un salto di qualità nella mentalità, altrimenti nessuna pacificazione sarà duratura”.

    Dal Covolo_3

    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Senza un “cambiamento nel modo di pensare e nella formazione delle nuove generazioni” il conflitto israeliano-palestinese non potrà mai essere risolto dalle strategie diplomatiche o dai negoziati internazionali. “Serve una rivoluzione educativa e culturale per la pace in Medio Oriente”, concordano vescovi e diplomatici che Vatican Insider ha messo a confronto sul conflitto nella Striscia di Gaza.

    Il vescovo salesiano Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranenserichiama l’incontro in Vaticano tra Shimon Peres e Abu Mazen. “Papa Francesco ha indicato al mondo la necessità di un salto di qualità culturale e spirituale – spiega Dal Covolo – La diplomazia non basta quando manca la convinzione culturalmente fondata della necessità della pace. Per fermare le armi in Terra Santa è indispensabile la conversione dei cuori e un salto di qualità nella mentalità, altrimenti nessuna pacificazione sarà duratura”.

    È appena tornato da un pellegrinaggio nei luoghi di Gesù il vescovo di Carpi Francesco Cavina, per molti anni in Vaticano nel servizio diplomatico. “La diplomazia non è più sufficiente per questo il Pontefice ha cercato di portare la questione mediorientale su un livello soprannaturale con la preghiera per la pace – sottolinea Cavina – Da un punto di vista delle possibilità umane si sono esaurite tutte le possibili strade per scongiurare la guerra, quindi il discorso deve mutare prospettiva, occorre cambiare tavolo. Nel viaggio in Terra Santa mi hanno molto impressionato gli incontri che ho avuto con famiglie cristiane, ebree e musulmane. Le accomuna un senso profondo di sfiducia nei confronto di una possibilità di pace. Confidano nell’opportunità di educare le nuove generazioni alla conoscenza reciproca”. Ancora oggi i bambini israeliani e palestini immaginano i loro coetanei come “mostri” armati di fucili o di pietre. “Nel momento in cui si conosceranno e si accorgeranno di essere uguali, la diplomazia e la preghiera avranno un valore aggiunto – sottolinea Cavina – Per edificare la pace non basta partire dall’alto. Occorre creare dal basso un contesto favorevole. I tempi saranno inevitabilmente lunghi ma è il senso del tentativo di papa Francesco: aprire la strada a qualcosa di diverso. Gli aiuti economici inviati in Terra Santa da tutto il mondo dati devono avere come condizione l’educazione alla pace all’interno della scuola in modo che si smetta di vedere nell’altro un nemico”.

    Puntare sul futuro è anche l’impostazione di “Fides et labor”, il fondo di solidarietà per l’inserimento dei giovani. Al Sacro Convento di Assisi, epicentro delle mobilitazioni cattoliche “no war”, padre Enzo Fortunato, direttore della Rivista di San Francesco, è in costante contatto con il confratello francescano padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. “Le armi sono disumane e l’impegno contro la guerra è dono di Dio ai credenti – evidenza Fortunato – Papa Francesco ha aperto la via della preghiera e della comprensione perché la pace è una realtà in divenire. Il Pontefice ci insegna a non arrenderci, a continuare a impegnarci in prima persona, a pregare per purificare i cuori. Malgrado le nubi del conflitto, la pace potrà lievitare negli animi quando l’odio lascerà il posto alla condivisione della quotidianità”.

    FONTE: Vatican Insider

  • Dal Covolo, giovani statunitensi alla PUL, progetto Outskirt con IOYC

    Roma, una delegazione di giovani statunitensi, provenienti dall’arcidiocesi di New York, hanno visitato la Capitale, recandosi prima alla Pontificia Università Lateranense e successivamente al Vicariato di Roma. La delegazione americana, costituita da circa 25 ragazzi e ragazze è stata accolta e guidata da S.E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dell’Ateneo, che ha stimolato i ragazzi a proseguire in questo loro cammino, soprattutto per incrementare la formazione universitaria e post-universitaria dei giovani e creare legami comunitari anche tra i vari Paesi, prendendo come modello le parole di Papa Francesco, sempre attento alle periferie del Mondo.

    Dal Covolo_Progetto Outskirt
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Questa mattina una delegazione di giovani statunitensi, provenienti dall’arcidiocesi di New York, hanno visitato la Capitale, recandosi prima alla Pontificia Università Lateranense e successivamente al Vicariato di Roma.
    I giovani newyorkesi, guidati da Fr. Agustino Torres e da Fr. Solano, francescani del rinnovamento, fanno parte dell’organizzazione Corazon Puro e, in particolare, hanno intrapreso il progetto “Outskirt”, per aiutare, prendersi cura, assistere e attuare processi di evangelizzazione tra gli immigrati, i poveri e le persone disagiate nelle periferie economiche ed esistenziali di New York. Il progetto, inoltre, è stato portato avanti in collaborazione con l’Osservatorio Internazionale dei Giovani Cattolici, di cui Fr. Agustino è membro e referente nella città statunitense, in linea con il progetto “Outskirt of Souls” che l’Osservatorio sta portando avanti in diversi paesi.
    La delegazione americana, costituita da circa 25 ragazzi e ragazze, ha visitato la Pontificia Università Lateranense, accolta e guidata da S.E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dell’Ateneo, che ha stimolato i ragazzi a proseguire in questo loro cammino, soprattutto per incrementare la formazione universitaria e post-universitaria dei giovani e creare legami comunitari anche tra i vari Paesi, prendendo come modello le parole di Papa Francesco, sempre attento alle periferie del Mondo.

    giovani alla pul

    Subito dopo i giovani americani si sono spostati nella vicina sede del Vicariato della Diocesi di Roma, ricevuti da S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi, Vescovo Ausiliare di Roma e responsabile per la Pastorale Universitaria. Il Vescovo, all’interno della cappella del Vicariato, ha incoraggiato i giovani a sviluppare il loro progetto anche fuori New York, continuando la loro collaborazione con l’IOYC e a proseguire nella loro opera di evangelizzazione delle periferie, per poter contribuire a formare veri e buoni “credenti cristiani”. Infatti, come lo stesso Vescovo ha sottolineato, citando le parole del Santo Padre, troppo spesso, purtroppo, si vedono dei credenti non cristiani, ovvero che si professano tali ma poi non portano gli insegnamenti Evangelici nel proprio lavoro, nella propria vita e nell’operato all’interno della società civile.

    Due incontri, quindi, emozionanti e dal grande carattere formativo e spirituale, proprio con quell’energia che ha spinto questi giovani a intraprendere i loro progetti, caratterizzati dalla doppia valenza di evangelizzazione delle periferie e attivismo nella società. Inoltre, tra i due incontri, una breve ma intensa visita nella Basilica di San Giovanni in Laterano guidata dai ragazzi dell’Osservatorio di Roma, tra preghiera ed ammirazione per le bellezze storiche e architettoniche, per immergersi ancora di più in quella spiritualità e in quel forte senso della Fede che muove questi e tanti altri progetti di questi giovani e dell’IOYC.

    FONTE: Da Porta Sant’Anna

  • Mons. dal Covolo, presentato volume sul cardinale August Hlond

    Roma, all’Accademia Polacca delle Scienze, si è svolta la presentazione del volume “Il Primate di Polonia card. August Hlond di fronte ai grandi conflitti dell’epoca: la seconda guerra mondiale e la guerra fredda”. A presentare il libro, Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, che ha approfondito i rapporti intercorsi tra il Primate Hlond e i papi Pio XI e Pio XII, evidenziando la portata storica di questi legami e la loro reale incidenza nelle dolorose vicende del Novecento.

    Mons Dal Covolo
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Ans il 14 giugno 2013

    Martedì 11 giugno, presso l’Accademia Polacca delle Scienze a Roma, si è svolta la presentazione del volume “Il Primate di Polonia card. August Hlond di fronte ai grandi conflitti dell’epoca: la seconda guerra mondiale e la guerra fredda”, curato dal prof. Leszek Kuk, Direttore dell’Accademia Polacca, insieme al prof. Stanisław Zimniak, sdb, Membro dell’Istituto Storico Salesiano.

    A presentare il libro sono stati, mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense (PUL); ed Alberto Monticone, già professore ordinario di storia moderna, ex senatore e Presidente emerito dell’Azione Cattolica. Ai due relatori si è aggiunta la testimonianza di Stanisław August Morawski, Presidente della “Fondazione Romana J. S. Umiastowska”, cofondatore e membro del Direttivo del Centro per gli Studi e le Relazioni Internazionali e del Centro Incontri e Studi Europei.

    Il volume 127° della serie “Conferenze”, pubblicata dall’Accademia Polacca di Roma, raccoglie gli atti del convegno internazionale tenutosi nella sede dell’Accademia il 14 dicembre 2009, dedicato alla figura del cardinale August Hlond, salesiano, primate di Polonia negli anni 1926-1948.

    Mons. dal Covolo ha approfondito i rapporti intercorsi tra il Primate Hlond e i papi Pio XI e Pio XII, evidenziando la portata storica di questi legami e la loro reale incidenza nelle dolorose vicende del Novecento. Il Rettore della PUL ha anche messo in luce la capacità dei tre ecclesiastici di vivere e praticare senza cedimenti la missione propria della Chiesa: difendere la verità sull’uomo dalle tentazioni del potere, anche quando questo produce realtà disumane come quelle create dai regimi totalitari tedesco e sovietico del XX secolo.

    Il prof. Monticone, da parte sua, ha delineato la cornice storica del tutto particolare nella quale si trovò ad agire il card. Hlond. Personaggio molto apprezzato sia negli ambienti ecclesiastici, sia in quelli della società civile – ritenuto addirittura papabile da alcuni – si trovò ad essere Primate della Polonia in un periodo estremamente complicato, quando, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale i paesi vittoriosi imposero un nuovo ordine geopolitico che comportava spostamenti forzati di enormi masse di popolazione, senza badare alle ferite provocate dalla guerra e dagli stermini etnici.

    L’analisi sulla sua figura richiede perciò un’attenta analisi delle risorse archivistiche. Grazie a tale procedimento si è potuto, tra l’altro, verificare la delicata questione delle facoltà pontificie che furono concesse al Primate, le quali già contemplavano il nuovo ordine politico prodotto in Europa dalle Conferenze di Yalta e Potsdam (febbraio e luglio-agosto 1945), anche se questo non venne mai garantito in modo definitivo dai trattati di pace.

    Concludendo, il prof. Monticone ha evidenziato l’importanza di questo volume che completa il quadro storiografico, offerto dal volume pubblicato nel 1999, contribuendo notevolmente al recupero della figura del cardinale Hlond nella storiografia europea. Rimangano, tuttavia, ancora molti campi degni di essere esplorati, per poter descrivere sempre meglio il peso avuto dal cardinale salesiano August Hlond nella storia della Chiesa e della società del Novecento.

    FONTE: Ans

  • Enrico Dal Covolo: “La speranza nell’educazione”, Riflessioni Rettore PUL

    Le riflessioni di Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense sul senso dell’educazione salesiana. Dal Covolo parte da alcune osservazioni sui giovani, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù: “Al di là del successo in termini di numeri, ci sono dei dati oggettivi: adolescenti e giovani, provenienti da tutto il mondo, accompagnati dai loro educatori, si radunano per ascoltare dei messaggi impegnativi; per accogliere una visione antropologica ispirata dalla ragione in armonia con la fede del Vangelo: una visione molto impegnativa, che richiede sacrificio e dedizione”.

    Mons Enrico Dal Covolo La speranza nell Educazione
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore PUL

    Testo integrale dell’articolo apparso su Ans il 6 novembre 2013

    Lo scorso 30 ottobre, mons. Enrico dal Covolo, sdb, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, ha introdotto i lavori del II Incontro di Animatori della Pastorale Universitaria. Nell’occasione ha presentato alcuni spunti di riflessione sul senso dell’educazione salesiana, utili a qualsiasi educatore.

    Mons. dal Covolo è partito da alcune osservazioni sui giovani, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù. “Al di là del successo in termini di numeri, ci sono dei dati oggettivi: adolescenti e giovani, provenienti da tutto il mondo, accompagnati dai loro educatori, si radunano per ascoltare dei messaggi impegnativi; per accogliere una visione antropologica ispirata dalla ragione in armonia con la fede del Vangelo: una visione molto impegnativa, che richiede sacrificio e dedizione”.

    Successivamente, rifacendosi a seri studi scientifici, il presule salesiano ha toccato anche il problema opposto: il senso diffuso di sfiducia, il nichilismo presente tra tanti ragazzi; a questo problema ha però risposto ricordando la sicura speranza che manifestava già Benedetto XVI nella Lettera inviata alla diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione: “Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. (…) Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.

    Quindi mons. dal Covolo ha messo in campo il suo specifico apporto di educatore salesiano, richiamando il Sistema Preventivo di Don Bosco e in particolare il pilastro costituito dalla ragione: “Il termine ragione sottolinea, secondo l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell’uomo nella sua vita familiare, civile e politica” ha detto citando il beato Giovanni Paolo II. Compito dell’educatore, dunque, è quello di saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani.

    Richiamando il celebre motto di Don Bosco “buoni cristiani e onesti cittadini” mons. dal Covoloha poi ricordato agli animatori pastorali come quel detto – che rappresenta anche la meta del processo educativo salesiano – condensi proprio l’idea di formare delle persone integralmente sviluppate, ciò che i Vescovi italiani domandano alle Università. E, ha poi suggerito di seguire la metodologia collaborativa di Don Bosco, che non aveva timore nel ricercare sostenitori e benefattori tra tutti i soggetti della società civile.

    E, per finire, mons. dal Covolo ha proposto l’esempio del Servo di Dio Giorgio La Pira, noto professore universitario, come esempio del fatto che la vocazione alla santità di un educatore si vive nell’educare allievi santi.

    FONTE: Ans

  • Enrico Dal Covolo, Lumen fidei, lettura del Rettore dell’Università del Laterano

    La luce della fede” è il libro-intervista sulla recente Enciclica di Papa Francesco, scritto dal vescovo Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Lo scritto è dedicato idealmente ai giovani e fa riferimento al Meeting dei giovani cattolici per la giustizia social che ha visto l’Università del Papa proporsi come un’agorà internazionale di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo caratterizzati da apertura affettuosa, da capacità di ascolto e di dialogo, da volontà di comunicare. Il libro scorre parallelamente ai contenuti dell’Enciclica. Mons Dal Covolo risponde alle domande della sua interlocutrice con puntualità teologica ed entusiasmo pastorale.

    Dal Covolo_ragazzi

    Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Korazym il 22 gennaio 2014.

    «Quando neanche la luce del sole riesce a rischiarare le tenebre, la luce della fede “pretende” di farlo». È questo uno dei passaggi più significativi de “La luce della fede”, libro-intervista sulla recente Enciclica di Papa Francesco, scritto dal vescovo Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense.

    screen

    In quattro capitoli (più un’introduzione), editi dalla Lateran University Press, il presule salesiano risponde alle domande di Susanna Lemma, cronista del Tg1, sviluppando «una vera e propria catechesi sulla fede – spiega nell’introduzione il Cardinale Vicario per la Diocesi di Roma, Agostino Vallini –, nella quale non mancano i riferimenti ai Padri della Chiesa (dal Covolo è un riconosciuto patrologo a livello internazionale, ndr), alle esperienze vissute in prima persona, la citazione di testi letterari famosi che rendono – aggiunge il porporato – la lettura scorrevole, permettendo al lettore di vedere quanto il documento abbia da offrire all’uomo di oggi, in particolare ai giovani, con i quali Mons. dal Covolo è abituato a dialogare da sempre».

    Proprio ai giovani il libro è dedicato idealmente. Dal Covolo lo spiega all’inizio del primo capitolo, quando fa riferimento al primo Meeting dei giovani cattolici per la giustizia sociale che, dal 20 al 24 marzo 2013, ha visto l’Università del Papa proporsi come un’agorà internazionale di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo caratterizzati da apertura affettuosa, da capacità di ascolto e di dialogo, da volontà di comunicare.

    Ma il libro non esclude dalla riflessione anche l’universo degli adulti, di educatori – osserva dal Covolo – «scoraggiati da ragazzi sfiduciati e depressi e schiavi di dipendenze nocive», a cui egli chiede di non stancarsi mai di educare: «Anzitutto con l’esempio, e poi con le parole».

    Il libro scorre parallelamente ai contenuti dell’Enciclica. Dal Covolo risponde alle domande della sua interlocutrice con puntualità teologica ed entusiasmo pastorale.

    Particolarmente significativa risulta l’analisi dell’ultima parte della Lumen Fidei, quella che il Rettore definisce «la più attualizzante». Tuttavia, dal Covolo ricorre ancora una volta ai Padri per rispondere alla domanda: “Come un cristiano deve vivere nella società?”

    Cita la lettera A Diogneto, scritto anonimo della seconda metà del II secolo, nella quale si parla, per la prima volta, di doppia cittadinanza del cristiano: “Egli è chiamato ad essere cittadino della terra, ma anche del cielo”.

    Queste indicazioni – ribadisce il presule – restano valide lungo i secoli e i millenni della Chiesa, per definire il ruolo del cristiano nella società. E finisce citando il discorso di Papa Francesco all’Episcopato brasiliano, il 27 luglio 2013, alla Gmg di Rio: «Nell’ambito della società, c’è una sola cosa che la Chiesa chiede con particolare chiarezza: la libertà di annunciare il vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo». Quel contrasto che la solo la luce della fede può sanare.

    FONTE: Korazym

  • Pontificia Università, Intervista al Rettore lateranense

    Intervista a Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense a Specchio Economico: “Oggi l’idea stessa di università è molto diversificata. L’università è nata nel Medioevo in casa-Chiesa, «universitas scientiarum» che al vertice e come punto di reductio ad unum prevedeva la sintesi filosofico-teologica. Molte università hanno rinunciato a ciò. L’università Lateranense, invece, si propone di conservare integra l’idea genuina di università”.

    Dal Covolo_Rettore

    Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    «La mia storia è abbastanza semplice ed è racchiusa nello stemma della mia prima famiglia, un’antica famiglia veneta che risale addirittura ai tempi di Carlo Magno. Sono l’ultimo di 10 figli, 5 maschi e 5 femmine. La mia seconda famiglia è quella salesiana e la terza è la lateranense, che mi ha affidato il Papa. Sono nato a Feltre, nel Bellunese, tra l’altro diocesi di Papa Luciani, che era un amico di famiglia e veniva spesso a trovarci; ricordo che voleva insegnarci i giochi della dama e degli scacchi, ma noi eravamo vivaci e non abbiamo imparato nulla. Era un sacerdote molto simpatico e mai avrei pensato che sarebbe diventato papa e che io sarei diventato il suo postulatore. Poi ci siamo trasferiti a Milano perché mio papà era magistrato e lì ho conosciuto i salesiani e ho deciso di entrare a farne parte». Così inizia l’intervista a monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Ha professato i voti nel 1973; nel 1974 si è laureato in Lettere Classiche ed è stato ordinato sacerdote nel 1979. Ha conseguito il dottorato in Teologia e Scienze Patristiche e insegnato nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana di cui è stato preside-decano e, in seguito, vicerettore. Nel 2003 è stato nominato Postulatore generale per le cause dei Santi della Famiglia Salesiana. L’allora Papa Benedetto XVI l’ha nominato nel 2010 Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, elevandolo alla dignità episcopale ed assegnandogli la sede titolare vescovile di Eraclea.

    Domanda. Come ricorda di essere entrato nel sacerdozio?

    Risposta. All’Opera Salesiana di Arese vidi ragazzi perduti trasformarsi completamente; mi dissi che ne valeva la pena e cominciai a frequentarli diventando prima salesiano, poi prete. Dopo alcuni anni feci il preside di un istituto tecnico per le arti grafiche, lontano dalle mie specificità umanistiche; dopo quell’esperienza fui trasferito alla Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana. Sono stato poi preside e decano, vicerettore, postulatore generale e infine rettore e vescovo dell’Università Lateranense.

    D. Che cambierebbe ora nella scuola?

    R. Insegno dai miei 19 anni di età e adesso ne ho 63; quello che manca alla scuola è la famiglia, che per la Chiesa è la priorità più grande, intesa come cellula vivente della società. Non ho imparato i valori sui banchi di scuola, ma nella convivenza con i miei familiari. Ricordo le gite in montagna con papà davanti, noi in ordine gerarchico e la mamma che chiudeva, e sempre il rispetto profondo del passo dell’ultimo, che ero io. Così si imparano i valori. Se manca la famiglia il resto è suppletivo, si riesce a fare quello che si può, ma è la famiglia il nucleo fondamentale.

    D. Forse perché la donna è proiettata verso altri obiettivi?

    R. Forse è anche per questo motivo.

    D. La Pontificia Università Lateranense garantisce agli studenti una crescita culturale, umana e pastorale. Sono queste le linee guida da dare alle nuove generazioni?

    R. Certamente. Questa Università risponde alla missione affidatale di un un’offerta formativa a 360 gradi. Non solo informazioni da fornire, che si dimenticano poco tempo dopo, ma un apparato formativo che metta gli studenti in condizione di rispondere alle sfide esistenziali attuali. Non è impresa facile, ma è ciò a cui l’Università punta, mettendo al primo posto una sintesi del sapere che non può non essere di tipo filosofico-teologico e non può non rispondere agli interrogativi umani: chi sono, perché vive, qual è il senso del dolore e della morte, come spendere nel modo migliore le mie risorse.

    D. Che differenza c’è tra la Lateranense e un’università pubblica?

    R. Hanno un denominatore comune, ma oggi l’idea stessa di università è molto diversificata. L’università è nata nel Medioevo in casa-Chiesa, «universitas scientiarum» che al vertice e come punto di reductio ad unum prevedeva la sintesi filosofico-teologica. Molte università hanno rinunciato a ciò. L’università Lateranense, invece, si propone di conservare integra l’idea genuina di università.

    D. Per quanto riguarda il settore accademico, quali sono le facoltà?

    R. Quelle tradizionali delle università pontificie sono Sacra Teologia, Filosofia e Diritto Canonico. Si aggiunge la Facoltà di Diritto Civile, che insieme a quella di Canonico costituisce l’Istituto Utriusque Iuris che ha, a sua volta, un percorso di studio proprio, il cui Corso di laurea magistrale in Giurisprudenza è, per decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica della Repubblica Italiana, equipollente al titolo rilasciato dagli atenei italiane. Infine, c’è l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis, puntato alla formazione soprattutto dei sacerdoti, perché abbiano una dimensione pastorale capace di rispondere alle sfide del momento. Non abbiamo mai pensato ad altre facoltà perché l’ordinamento didattico è sotto l’egida di una costituzione ecclesiastica che è la Sapientia cristiana e che privilegia proprio queste facoltà tradizionali.

    D. In che modo questa istituzione può svolgere nel mondo digitale un ruolo da protagonista?

    R. È quanto stiamo perseguendo mediante le specializzazioni del Redemptor Hominis; ha ottenuto un particolare riconoscimento proprio il master in giornalismo digitale, sponsorizzato, tra l’altro, dai massimi organismi giornalistici non solo italiani. Siamo contenti, perché chi frequenta questo master trova più facilmente occupazione nell’odierno disastrato mercato del lavoro di oggi, anche per gli agganci che si creano con professori e personalità che invitiamo e per i tirocini pratici presso prestigiose realtà giornalistiche.

    D. L’aspetto «globale» dato dalla rete di sedi e collaborazioni dell’Università, oltre alla dimensione culturale e spirituale, può essere inteso come un messaggio universale?

    R. Certo, nel senso che il nostro scopo è la maturazione della persona umana in tutti i livelli, e cioè un umanesimo integrale che rischia oggi di essere schiacciato dalle prepotenze tecnologiche, ma anche da quelle ideologiche, di mercato. Ciò fa vittime soprattutto tra i giovani, verso cui si dirige una propaganda spesso nefasta da parte dei media, delle istituzioni mondiali, perché da sempre i giovani sono la parte più appetibile, e manipolare i cervelli significa avere successo. Ma se il successo è a fini commerciali o ideologici, non può essere un successo. Noi puntiamo non tanto a convertire i cervelli quanto a farli ragionare alla luce di una ragione che non si ripieghi però su se stessa, ma si dilati negli spazi della fede e dell’amore, secondo l’insegnamento del grande papa emerito Benedetto XVI.

    D. Quanti giovani che vogliono entrare alla Lateranense sono preparati al ragionamento?

    R. La scuola oggi non prepara granché i giovani alla ricerca universitaria, quindi dobbiamo studiare formule propedeutiche di avvicinamento, cercando di non abbassare la qualità ma rendendo fruibile l’insegnamento che proponiamo, altrimenti si creerebbero discrasie insanabili. Si aggiunge che la Pontificia Università Lateranense è rivolta non solo alla cultura italiana ma a tutte le culture: c’è anche la barriera linguistica e culturale da superare. Abbiamo cercato di creare livelli di conoscenza della lingua italiana e della cultura di base comuni a tutte le università pontificie romane. È un traguardo raggiunto lo scorso anno e che stiamo collaudando con successo. L’impressione è che si tratta comunque di lavori continui in corso, perché le sfide sono tante e in continua evoluzione.

    D. Si possono conciliare la fede e la scienza?

    R. Rimando all’Enciclica «Lumen fidei» che, fin dai primi paragrafi, ne parla esaurientemente. Scienza e fede possono e devono andare d’accordo: la scienza, come la ragione, se si ripiega su se stessa, diventa la morte dell’uomo perché narcisistica e autoreferenziale. Dovrebbe dilatarsi, rimanere aperta su orizzonti più ampi, anche se non di sua stretta competenza, non precludere l’apertura agli orientamenti della fede e dell’amore, elementi costitutivi e innegabili della persona umana.

    D. C’è qualche conflitto tra la scienza e la fede?

    R. C’è almeno un’area in cui lo scienziato «ateo» ma onesto, e con il credente onesto si può trovare un terreno di dialogo, che è il dubbio, perché nessuno scienziato onesto potrà mai affermare che è tutto qui, perché tante cose gli sfuggono. Nessun credente che sia veramente tale potrà sfuggire all’interrogativo del dubbio: «Ma è veramente così?». Persino Giovanni Battista se lo chiese in carcere: «Ma sei veramente tu Colui che doveva venire?». Il dubbio tocca ogni credente, tocca anche me che pure sono vescovo: «Tu Dio ci sei davvero e mi ascolti oppure no?». L’area del dubbio è, secondo me, l’area del dialogo più efficace tra il credente e il non credente, perché almeno in questo tutti e due si trovano d’accordo. È il punto d’incontro e questo è il pensiero espresso in maniera magistrale in «Introduzione al cristianesimo» di Benedetto XVI: Benedetto è senza dubbio il teologo più importante che oggi abbia la Chiesa.

    D. L’agnostico Benedetto Croce affermava che «non possiamo non dirci cristiani», eppure oggi l’Occidente non sembra più avere un’impronta cristiana. Ritiene che certi valori siano in pericolo, che sia in atto uno scontro di civiltà? Come dovrebbe reagire la Chiesa?

    R. La crisi esiste ed è impossibile negarla. Crisi economica ma soprattutto di valori e ogni sbaglio nella gerarchia dei valori comporta gravi perdite proprio a livello di antropologia. A mio parere la convivenza civile non può essere fondata che su una scala di valori condivisa, ma oggi i valori vengono sottoposti al parere della maggioranza, quindi il valore più importante è la tolleranza. Sarà il valore più condiviso nell’opinione comune, ma una tolleranza che diventa poi dittatura delle minoranze uccide la democrazia e uccide l’uomo. Bisogna ricomporre tutto il discorso, ritornare a una scala dei valori veramente efficace. A mio parere e alla luce di quanto detto prima, circa una ragione aperta alla fede e all’amore, il massimo valore non può che essere l’amore con la «A» maiuscola. Anche la libertà è certamente un valore che distingue l’uomo dalla bestia, un valore altissimo ma non può essere assolutilizzato. Se non ci rimettiamo d’accordo su una scala di valori condivisa, temo che la convivenza civile diventi sempre più un «homo homini lupus».

    D. Come siamo arrivati a questo? Cosa si può fare per riportare un equilibrio in questa società?

    R. Siamo arrivati a questo punto attraverso le tragedie gravissime che hanno contrassegnato il XX secolo: le guerre mondiali, i totalitarismi, il nazismo, il comunismo esasperato; e siamo giunti a un capitalismo liberistico che ripercorre piste sbagliate e che oggi ha una forza imponente dal punto di vista economico e di gestione dei cervelli, forse mai verificata prima. Si pensi all’ideologia del gender: se si avesse il cervello adatto, si capirebbe subito che è sbagliata dal punto di vista umano, e qui non c’entra la fede, c’entra la persona. Siamo arrivati a questo punto a causa di una propaganda massiccia da parte di alcune lobby che hanno interesse a destabilizzare la convivenza civile, perché così riuscirebbero ad avere potere ed economia più liberi. Secondo me, si consuma una grandissima battaglia e l’unica risposta che so dare è l’educazione. Bisogna riprendere con coraggio l’educazione dei giovani secondo il sistema preventivo di Don Bosco, che segue la ragione, la religione e l’amorevolezza. Benedetto XVI parla di ragione, fede e amore, ossia la stessa cosa trasferita nel contesto culturale di oggi, passando attraverso la vicinanza profonda con i giovani, i quali devono sentire che la Chiesa non è lontana, ma è dalla loro parte, che è la loro madre, l’istituzione che li segue con maggior passione e non li lascia mai soli.

    D. Mancano forse educatori religiosi adeguati, che conoscano il linguaggio dei giovani?

    R. Purtroppo è così, incontro spesso educatori e genitori scoraggiati, e li capisco. Innanzitutto ci vuole una forte dimensione spirituale; non avendo un riferimento alla fede, al Signore, ai Sacramenti, alla Grazia, non si riesce a stare in piedi. In secondo luogo occorre un’alleanza tra le varie agenzie educative. Non si può andare in ordine sparso: Chiesa, parrocchia, centri giovanili, famiglia, università, dovrebbero avere un progetto educativo comune.

    D. Nel rapporto tra fede e politica si giocano molte questioni di ordine culturale, etico, morale, legislativo. Il suo punto di vista?

    R. Ultimamente si è fatto poco per la formazione politica dei giovani e in essi vedo sempre più diminuire la passione per l’impegno politico. Cerco di proporre ipotesi, corsi, formazione in questo senso, ma ci vorrebbe una passione maggiore e condivisa. Temo che oggi, soprattutto i più giovani che incontro nella facoltà di Diritto civile, continuino a pensare che in fondo la politica è un affare sporco di interessi personali nel quale si promuovono i propri guadagni. Questo purtroppo è quello che emerge, ma vorrei che questa università fosse un centro nel quale si formano i giovani anche ad un’attività politica seria e cristianamente ispirata. Per questo ho messo in piedi due iniziative: l’area di ricerca sulla dottrina sociale della Chiesa «Caritas in veritate», dal titolo dell’ultima Enciclica di Benedetto XVI, e l’area di studi per lo sviluppo della cultura africana, dipartimento dedicato alla formazione di persone impegnate nella politica per l’Africa, dove purtroppo è gravissima la tentazione della corruzione in politica.

    D. Può tracciare un bilancio del Pontificato a un anno dall’elezione del primo pontefice che ha scelto di chiamarsi come il Santo dei poveri, San Francesco d’Assisi?

    R. Papa Francesco raccoglie l’eredità di Benedetto XVI in modo egregio; e per trovare un papa dal punto di vista dottrinale come Benedetto XVI, che è un padre della Chiesa, credo che bisogna risalire addirittura a Leone Magno nel quinto secolo dopo Cristo, per trovare un equivalente di questo livello. Come tutti i papi, Francesco ha uno stile personale, guidato soprattutto da una misericordia incredibile e misteriosa di Dio, che trasmette a tutti i livelli con il suo pontificato.

    D. Che cosa significa, dal punto di vista filosofico, la parola «misericordia»?

    R. Evoca dal punto di vista biblico le viscere di misericordia del nostro Dio, che nella zona del cuore ha un sussulto interiore di passione per le persone. Il nostro Dio è fatto così. Se siamo fatti a immagine e somiglianza del nostro Dio, anche noi dobbiamo provare tale sussulto soprattutto nei confronti dei meno abbienti e di chi ha bisogno di essere seguito. La misericordia è una virtù, una caratteristica che deve contraddistinguere il figlio di Dio.

    D. C’è una linea d’unione tra Benedetto XVI e papa Francesco?

    R. Certamente, è stabilita dalla continuità precisa della dottrina. Lo scorso anno io, che sono particolarmente legato per motivi affettivi e tanto altro al Papa emerito, ero fortemente turbato; ho rivolto una preghiera speciale al Signore e allo Spirito Santo in particolare, affinché ci desse un pastore in grado di raccogliere e comunicare efficacemente la dottrina di Benedetto XVI, soprattutto ai giovani che maggiormente mi interessano per il mio ministero. A un anno di distanza, devo dire che sono stato perfettamente esaudito dal Signore.

    FONTE: Specchio Economico

  • Mons Dal Covolo: «Papa Luciani, modello del buon pastore»

    Centesimo anniversario della nascita di Albino Luciani, Giovanni Paolo I, indimenticato Pontefice per soli 33 giorni. Alla vigilia di questo evento Avvenire ha intervistato il vescovo Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore della Lateranense e postulatore della causa di papa Luciani. “Sono convinto che se – come speriamo – Giovanni Paolo I giungerà all’onore degli altari, questo sarà perché egli incarna il modello del buon pastore, che dà la vita per il suo gregge. L’accettazione stessa del supremo impegno pastorale fu un gesto di autentico eroismo, come apparirà chiaramente dalla Positio” – ha dichiarato Mons. Dal Covolo.

    Dal Covolo_Messa

    Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore PUL

    Testo integrale dell’articolo apparso su Avvenire il 17 ottobre 2012.

    Cade oggi il centesimo anniversario della nascita di Albino Luciani, l’indimenticato Giovanni Paolo I che fu Pontefice per soli 33 giorni. Una ricorrenza importante non solo per la cifra tonda ma soprattutto perché proprio oggi si compie a Roma un gesto importante nel cammino che potrebbe portare, forse anche in tempi brevi, il “Papa del sorriso” all’onore degli altari. Alla vigilia di questo evento Avvenire ha intervistato il vescovo Enrico dal Covolo, rettore della Lateranense e postulatore della causa di papa Luciani.

    Eccellenza in che cosa consiste la cerimonia odierna?

    Si tratta di un evento semplice ma significativo, della consegna del Summarium, cioè della prima parte dell’intera Positio, al prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il cardinale Angelo Amato. Come è noto, la Positio è il dossier che dimostra al meglio l’eroicità della vita e delle virtù della persona di cui si parla. Il Summarium è una sorta di sintesi delle testimonianze offerte al riguardo dai testimoni interrogati. Nel caso di Luciani, si tratta di 167 testimoni. Alla cerimonia parteciperanno da una parte i superiori del dicastero; dall’altra io stesso, la mia collaboratrice per la causa, la dottoressa Stefania Falasca e un rappresentate del vescovo di Belluno-Feltre, don Davide Fiocco.

    Quando è prevista la consegna della Positio completa?

    La seconda parte della Positio, quella che raccoglie i documenti e, in generale, le questioni storico-biografiche, è quasi pronta. Così avremo due grossi volumi, elegantemente rilegati in tela rossa, come vuole la prassi, ed entro la fine dell’anno la Congregazione dei Santi avrà a sua disposizione la “Positio” completa per gli esami di rito.

    Quali saranno i passaggi successivi della Causa?

    Gli esami di rito sono due: uno da parte dei Consultori della Congregazione, l’altro da parte dei cardinali e vescovi membri del dicastero. Se, come speriamo, l’esito sarà positivo, il Santo Padre darà ordine alla Congregazione di preparare il Decreto sull’eroicità, il che comporterà per Luciani il titolo di “Venerabile”.

    Si può fare una previsione di tempi?

    Se intende alludere alla beatificazione, devo aggiungere che – dopo l’approvazione della Positio – occorrerà ancora concludere il processo parallelo sul presunto miracolo. Come si vede, si tratta di un iter alquanto complesso. Nella migliore delle ipotesi, ci vorranno ancora quattro o cinque anni.

    Benedetto XVI per la causa del suo predecessore Giovanni Paolo II oltre a concedere una deroga per l’inizio del processo ha disposto anche che l’iter seguisse una corsia preferenziale. Prevede che lo stesso potrà accadere con Giovanni Paolo I accorciando così sensibilmente i tempi per vedere papa Lucani salire all’onore degli altari?

    Naturalmente è ciò che io spero. Ma questo appartiene alla libera decisione del Papa…

    La Positio affronta questioni che hanno particolarmente solleticato il nostro mondo mediatico, come le circostanze della morte di Giovanni Paolo I, o i suoi colloqui con suor Lucia a Fatima o la sua famosa frase su Dio “padre” e anche “madre”?

    Sì, tutte le questioni vengono affrontate. Posso anticipare che verrà dissipato ogni dubbio su una presunta “morte indotta” di Luciani; che l’attribuzione di una sorta di profezia sull’elezione di Luciani a papa e sulla sua rapida morte, da parte di suor Lucia, non ha fondamento alcuno; che la famosa frase su Dio padre e madre, ricondotta al suo contesto proprio, risulta perfettamente ortodossa.

    Al termine dell’udienza generale dello scorso 26 settembre lei, insieme al vescovo Giuseppe Andrich di Belluno-Feltre, ha avuto modo di parlare a Benedetto XVI della causa di beatificazione di papa Luciani. Cosa ci può dire di quel colloquio?

    Abbiamo aggiornato il Papa sull’andamento della causa e gli abbiamo anticipato l’evento del 17 ottobre. Il Papa si è mostrato molto interessato. Egli non ha mai nascosto la sua grande ammirazione per Giovanni Paolo I. Basti pensare a quanto disse nel 2003 l’allora cardinale Joseph Ratzinger alla rivista 30Giorni. «Personalmente – spiegò in quella intervista – sono convintissimo che era un santo. Per la sua grande bontà, semplicità, umiltà. E per il suo grande coraggio. Perché aveva anche il coraggio di dire le cose con grande chiarezza, anche andando contro le opinioni correnti. E anche per la sua grande cultura di fede. Non era solo un semplice parroco che per caso era diventato patriarca. Era un uomo di grande cultura teologica e di grande senso ed esperienza pastorale. I suoi scritti sulla catechesi sono preziosi. Ed è bellissimo il suo libro Illustrissimi, che lessi subito dopo l’elezione. Sì, sono convintissimo che è un santo».

    Qual è la cifra della santità di Giovanni Paolo I, che ha retto il soglio di Pietro per appena 33 giorni, e qual è il messaggio che la sua testimonianza può dare alla Chiesa di oggi?

    Sono convinto che se – come speriamo – Giovanni Paolo I giungerà all’onore degli altari, questo sarà perché egli incarna il modello del buon pastore, che dà la vita per il suo gregge. L’accettazione stessa del supremo impegno pastorale fu un gesto di autentico eroismo, come apparirà chiaramente dalla Positio.

    Eccellenza, lei ha avuto modo di conoscere personalmente Albino Luciani. Che ricordo ne ha?

    L’ho già raccontato più volte, quindi non mi dilungo sui dettagli. Posso dire che quel giovane prete (eravamo nei primi anni Cinquanta: lui aveva poco più di quarant’anni, e io molti, molti anni di meno…) mi affascinava. Col senno di poi, direi che mi sembrava un salesiano. Non escludo che la sua testimonianza sacerdotale possa aver avuto un peso non indifferente nella mia storia di vocazione.

    FONTE: Avvenire

  • Enrico Dal Covolo: Rinnovato dialogo tra fede e ragione

    Intervista ad Avvenire di Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Dal Covolo: “La buona teologia poggia su quattro pilastri. La Parola di Dio alla base, poi la tradizione della Chiesa. Quindi il magistero e infine l’attenzione alle sfide del momento presente. L’efficace inculturazione passa attraverso lo studio approfondito dei segni dei tempi, ai quali va data una risposta. Ci vuole sia la cultura accademica, sia un’attenzione culturale ampia, che sappia incrociare la vita di tutti i giorni.”

    Dal Covolo_Vaticano

    Mons. Enrico Dal Covolo

    Testo integrale dell’articolo apparso su Avvenire l’8 marzo 2013.

    Benedetto XVI lascia alla Chiesa del nostro tempo una grande eredità. «Paragonabile a quella di un Leone Magno». E indica alle Chiesa del futuro una direzione di marcia. «Nuova evangelizzazione e scelta preferenziale per i giovani». Parola del vescovo Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense (cioè dell’Ateneo del Papa), che del pontificato di Joseph Ratzinger dà in questa intervista ad Avvenire una lettura in filigrana. Non senza un occhio al Conclave ormai imminente.

    Qual è l’eredità di Benedetto XVI?
    Secondo me consiste nella ricchezza e nella profondità del suo magistero. Sono anzi convinto che per trovare una ricchezza così teologicamente fondata bisogna risalire ai primi secoli cristiani. Penso ad esempio a papa Leone Magno, il più grande cristologo della Chiesa di Occidente. Se poi dobbiamo dettagliare in che cosa consista questa ricchezza di magistero, non ci sono dubbi: la cifra unificante è il dialogo totalmente rinnovato e impostato su basi epistemologiche plausibili tra ragione e fede. Benedetto XVI ha allargato i confini della ragione, perché una ragione che si ripiega su stessa contraddice l’idea autentica di uomo. La ragione, per essere fedele a se stessa, deve aprirsi agli orizzonti della fede e dell’amore.

    Fa parte di questa eredità anche la rinuncia?

    Sono convinto di si. Anzi, vorrei fare un paragone che a prima vista potrebbe sembrare eccessivo. Così come alla luce della passione morte e resurrezione di Cristo leggiamo in maniera nuova il messaggio evangelico, così il gesto finale del Pontefice ora emerito dà una luce diversa a tutto il magistero che gli sta alle spalle. In particolare perché rimette a posto con un gesto profetico la giusta scala dei valori, che parte dall’amore e dal servizio. Un sublime gesto d’amore nei confronti di Cristo, della Chiesa e del mondo.

    Lei quindi è d’accordo con quanti ritengono che l’inculturazione del Vangelo nella nostra epoca sia stata la stella polare di questo pontificato?

    Certo e posso confermarlo specie dopo aver partecipato al Sinodo per la nuova evangelizzazione. Mi è rimasta nel cuore la lectio con cui Papa Ratzinger introdusse i lavori nell’Aula sinodale, proprio il primo giorno. In quella occasione egli insisté su due parole: professio e confessio. Ribadì cioè la fede non va solo professata, ma anche efficacemente confessata, cioè testimoniata. Questa è la vera nuova evangelizzazione o, se vogliamo, l’inculturazione della fede nel momento presente. E qui torna alla mente ciò che diceva Paolo VI. L’uomo d’oggi non sa più che farsene dei maestri e se li ascolta è perché sono dei testimoni. Tutto questo è espresso a chiare lettere anche nella esortazione Verbum Domini.

    Che significa inculturazione della fede?

    Significa che la buona teologia – che deve permeare questa efficace inculturazione – poggia su quattro pilastri. La Parola di Dio alla base, poi la tradizione della Chiesa che ha un momento speciale nei Padri della Chiesa di cui Benedetto XVI era particolarmente innamorato. Quindi il magistero e infine l’attenzione alle sfide del momento presente. L’efficace inculturazione passa attraverso lo studio approfondito dei segni dei tempi, ai quali va data una risposta. Ci vuole insomma sia la cultura accademica, sia un’attenzione culturale ampia, che sappia incrociare la vita di tutti i giorni.

    Quali sono oggi le sfide maggiori?

    Innanzitutto c’è la grande sfida della secolarizzazione. Ricordo che il cardinale Wuerl, relatore del Sinodo, parlò dello «tsunami della secolarizzazione», o meglio del secolarismo, cioè l’aspetto deteriore della secolarizzazione. Ma io ho l’impressione che le prime vittime di questo processo siano i giovani, per cui sono convinto che una delle sfide prioritarie del nuovo Papa sarà proprio l’attenzione ai giovani. Perciò spero e prego che venga eletto un Papa capace di raccogliere efficacemente l’eredità straordinaria di Benedetto XVI sul versante teologico magisteriale e di trasferirla efficacemente al mondo dei giovani, anche attraverso l’uso dei mass media e dei linguaggi tipicamente giovanili.

    Internet e i social network ad esempio?

    Si. Ma vorrei aggiungere che da salesiano ho trovato nel magistero di Benedetto XVI una particolare sintonia con la dottrina pedagogica di don Bosco. Tutti sanno che il sistema preventivo si basa su tre valori: la ragione, la religione e l’amorevolezza. A ben guardare il magistero di Benedetto XVI si concentra intorno a questi valori. Si pensi alla ragione allargata, e allargata agli orizzonti della fede, cioè alla religione e all’amorevolezza di cui parla don Bosco. Perciò spero in un Papa capace di raccogliere queste sintonie profonde con il mio fondatore e di tradurle in linee pedagogiche plausibili per un recupero alla Chiesa delle generazioni giovanili.

    Lei è dunque fiducioso in vista del Conclave?

    Pienamente. La Provvidenza non si smentisce. Mi ricordo benissimo quando fu proclamato in piazza San Pietro il nome di Wojtyla. Chi di noi immaginava che cosa sarebbe venuto dopo? Ma è la prova che chi conduce la Santa Chiesa di Dio è Dio stesso. Noi siamo nelle sue mani e le sue sono buone mani.

    FONTE: Avvenire