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  • Dal Covolo rettore: Pietro e Paolo, le colonne del collegio apostolico

    Roma in festa, nel ricordo dei suoi santi Patroni, Pietro e Paolo, due gemelli nella fede, che presiedettero alla nascita della Roma cristiana. Pietro e Paolo: l’uno crocifisso a testa in giù, secondo la tradizione degli Apocrifi, forse al Gianicolo o forse in Vaticano; l’altro decapitato alle Aquae Salviae, sulla via Ostiense. A Rai Radio 1, la meditazione di Mons Dal Covolo nella puntata di “Ascolta si fa sera”.

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    Dal Covolo, Rettore lateranense

    Testo integrale dell’articolo apparso su Zenit il 30 giugno 2014
    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dellaPontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 29 giugno del programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Oggi Roma è in festa, nel ricordo dei suoi santi Patroni, Pietro e Paolo.

    Antiche fonti cristiane li paragonano a Romolo e Remo.

    Come tutti sapete, Romolo e Remo erano i due gemelli che, secondo la mitologia, presiedettero alla fondazione della Roma pagana.

    Pietro e Paolo, invece, sono i due gemelli nella fede, che presiedettero alla nascita della Roma cristiana.

    Pietro e Paolo: l’uno crocifisso a testa in giù, secondo la tradizione degli Apocrifi, forse al Gianicolo o forse in Vaticano; l’altro decapitato alle Aquae Salviae, sulla via Ostiense. Paolo, infatti, era cittadino romano, e non poteva subire l’infamia della crocifissione.

    La data precisa del loro martirio rimane controversa, non si sa bene se il 64 o il 67 (ovviamente dopo Cristo), e comunque verso la fine dell’impero di Nerone.

    In ogni caso, già nel primo e nel secondo secolo la comunità cristiana attribuiva alla presenza romana di Pietro e di Paolo un’importanza decisiva.

    Tanto per fare un esempio, Ireneo, vescovo di Lione, diceva che bisognava considerare con speciale riguardo gli insegnamenti della Chiesa di Roma, massima e antichissima. Questa Chiesa – ha lasciato scritto Ireneo – ha un’apostolicità maggiore, perché trae le sue origini dalle colonne del collegio apostolico, che sono appunto Pietro e Paolo.

    A parere di Ireneo, con lei – cioè con la Chiesa di Roma – devono accordarsi tutte le Chiese.

    Vi propongo adesso un altro punto di riflessione.

    Potrebbe essere – quella di oggi – l’occasione buona per esprimere la riconoscenza degli Italiani al successore di Pietro, al Vescovo di Roma, che oggi si chiama Papa Francesco.

    Se Roma rimane una città famosa, mèta di continui pellegrinaggi da ogni parte del mondo – con i vantaggi connessi dal punto di vista turistico, economico, linguistico e diplomatico – questo lo si deve anche al fatto che il Papa della Chiesa universale è il Vescovo di Roma.

    A lui, a Papa Francesco, e al suo predecessore, il Papa emerito Benedetto XVI, giunga il nostro deferente, affettuoso saluto, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma.

    FONTE: Zenit

  • Enrico Dal Covolo, Forum a Vatican Insider sulla “strategia della comprensione”

    Forum a Vatican Insider sulla “strategia della comprensione” proposta da papa Francesco per pacificare la Terra Santa. Il vescovo salesiano Mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense: “Papa Francesco ha indicato al mondo la necessità di un salto di qualità culturale e spirituale. La diplomazia non basta quando manca la convinzione culturalmente fondata della necessità della pace. Per fermare le armi in Terra Santa è indispensabile la conversione dei cuori e un salto di qualità nella mentalità, altrimenti nessuna pacificazione sarà duratura”.

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    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Senza un “cambiamento nel modo di pensare e nella formazione delle nuove generazioni” il conflitto israeliano-palestinese non potrà mai essere risolto dalle strategie diplomatiche o dai negoziati internazionali. “Serve una rivoluzione educativa e culturale per la pace in Medio Oriente”, concordano vescovi e diplomatici che Vatican Insider ha messo a confronto sul conflitto nella Striscia di Gaza.

    Il vescovo salesiano Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranenserichiama l’incontro in Vaticano tra Shimon Peres e Abu Mazen. “Papa Francesco ha indicato al mondo la necessità di un salto di qualità culturale e spirituale – spiega Dal Covolo – La diplomazia non basta quando manca la convinzione culturalmente fondata della necessità della pace. Per fermare le armi in Terra Santa è indispensabile la conversione dei cuori e un salto di qualità nella mentalità, altrimenti nessuna pacificazione sarà duratura”.

    È appena tornato da un pellegrinaggio nei luoghi di Gesù il vescovo di Carpi Francesco Cavina, per molti anni in Vaticano nel servizio diplomatico. “La diplomazia non è più sufficiente per questo il Pontefice ha cercato di portare la questione mediorientale su un livello soprannaturale con la preghiera per la pace – sottolinea Cavina – Da un punto di vista delle possibilità umane si sono esaurite tutte le possibili strade per scongiurare la guerra, quindi il discorso deve mutare prospettiva, occorre cambiare tavolo. Nel viaggio in Terra Santa mi hanno molto impressionato gli incontri che ho avuto con famiglie cristiane, ebree e musulmane. Le accomuna un senso profondo di sfiducia nei confronto di una possibilità di pace. Confidano nell’opportunità di educare le nuove generazioni alla conoscenza reciproca”. Ancora oggi i bambini israeliani e palestini immaginano i loro coetanei come “mostri” armati di fucili o di pietre. “Nel momento in cui si conosceranno e si accorgeranno di essere uguali, la diplomazia e la preghiera avranno un valore aggiunto – sottolinea Cavina – Per edificare la pace non basta partire dall’alto. Occorre creare dal basso un contesto favorevole. I tempi saranno inevitabilmente lunghi ma è il senso del tentativo di papa Francesco: aprire la strada a qualcosa di diverso. Gli aiuti economici inviati in Terra Santa da tutto il mondo dati devono avere come condizione l’educazione alla pace all’interno della scuola in modo che si smetta di vedere nell’altro un nemico”.

    Puntare sul futuro è anche l’impostazione di “Fides et labor”, il fondo di solidarietà per l’inserimento dei giovani. Al Sacro Convento di Assisi, epicentro delle mobilitazioni cattoliche “no war”, padre Enzo Fortunato, direttore della Rivista di San Francesco, è in costante contatto con il confratello francescano padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. “Le armi sono disumane e l’impegno contro la guerra è dono di Dio ai credenti – evidenza Fortunato – Papa Francesco ha aperto la via della preghiera e della comprensione perché la pace è una realtà in divenire. Il Pontefice ci insegna a non arrenderci, a continuare a impegnarci in prima persona, a pregare per purificare i cuori. Malgrado le nubi del conflitto, la pace potrà lievitare negli animi quando l’odio lascerà il posto alla condivisione della quotidianità”.

    FONTE: Vatican Insider

  • Dal Covolo, giovani statunitensi alla PUL, progetto Outskirt con IOYC

    Roma, una delegazione di giovani statunitensi, provenienti dall’arcidiocesi di New York, hanno visitato la Capitale, recandosi prima alla Pontificia Università Lateranense e successivamente al Vicariato di Roma. La delegazione americana, costituita da circa 25 ragazzi e ragazze è stata accolta e guidata da S.E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dell’Ateneo, che ha stimolato i ragazzi a proseguire in questo loro cammino, soprattutto per incrementare la formazione universitaria e post-universitaria dei giovani e creare legami comunitari anche tra i vari Paesi, prendendo come modello le parole di Papa Francesco, sempre attento alle periferie del Mondo.

    Dal Covolo_Progetto Outskirt
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore lateranense

    Questa mattina una delegazione di giovani statunitensi, provenienti dall’arcidiocesi di New York, hanno visitato la Capitale, recandosi prima alla Pontificia Università Lateranense e successivamente al Vicariato di Roma.
    I giovani newyorkesi, guidati da Fr. Agustino Torres e da Fr. Solano, francescani del rinnovamento, fanno parte dell’organizzazione Corazon Puro e, in particolare, hanno intrapreso il progetto “Outskirt”, per aiutare, prendersi cura, assistere e attuare processi di evangelizzazione tra gli immigrati, i poveri e le persone disagiate nelle periferie economiche ed esistenziali di New York. Il progetto, inoltre, è stato portato avanti in collaborazione con l’Osservatorio Internazionale dei Giovani Cattolici, di cui Fr. Agustino è membro e referente nella città statunitense, in linea con il progetto “Outskirt of Souls” che l’Osservatorio sta portando avanti in diversi paesi.
    La delegazione americana, costituita da circa 25 ragazzi e ragazze, ha visitato la Pontificia Università Lateranense, accolta e guidata da S.E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico dell’Ateneo, che ha stimolato i ragazzi a proseguire in questo loro cammino, soprattutto per incrementare la formazione universitaria e post-universitaria dei giovani e creare legami comunitari anche tra i vari Paesi, prendendo come modello le parole di Papa Francesco, sempre attento alle periferie del Mondo.

    giovani alla pul

    Subito dopo i giovani americani si sono spostati nella vicina sede del Vicariato della Diocesi di Roma, ricevuti da S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi, Vescovo Ausiliare di Roma e responsabile per la Pastorale Universitaria. Il Vescovo, all’interno della cappella del Vicariato, ha incoraggiato i giovani a sviluppare il loro progetto anche fuori New York, continuando la loro collaborazione con l’IOYC e a proseguire nella loro opera di evangelizzazione delle periferie, per poter contribuire a formare veri e buoni “credenti cristiani”. Infatti, come lo stesso Vescovo ha sottolineato, citando le parole del Santo Padre, troppo spesso, purtroppo, si vedono dei credenti non cristiani, ovvero che si professano tali ma poi non portano gli insegnamenti Evangelici nel proprio lavoro, nella propria vita e nell’operato all’interno della società civile.

    Due incontri, quindi, emozionanti e dal grande carattere formativo e spirituale, proprio con quell’energia che ha spinto questi giovani a intraprendere i loro progetti, caratterizzati dalla doppia valenza di evangelizzazione delle periferie e attivismo nella società. Inoltre, tra i due incontri, una breve ma intensa visita nella Basilica di San Giovanni in Laterano guidata dai ragazzi dell’Osservatorio di Roma, tra preghiera ed ammirazione per le bellezze storiche e architettoniche, per immergersi ancora di più in quella spiritualità e in quel forte senso della Fede che muove questi e tanti altri progetti di questi giovani e dell’IOYC.

    FONTE: Da Porta Sant’Anna

  • Enrico Dal Covolo: “La speranza nell’educazione”, Riflessioni Rettore PUL

    Le riflessioni di Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense sul senso dell’educazione salesiana. Dal Covolo parte da alcune osservazioni sui giovani, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù: “Al di là del successo in termini di numeri, ci sono dei dati oggettivi: adolescenti e giovani, provenienti da tutto il mondo, accompagnati dai loro educatori, si radunano per ascoltare dei messaggi impegnativi; per accogliere una visione antropologica ispirata dalla ragione in armonia con la fede del Vangelo: una visione molto impegnativa, che richiede sacrificio e dedizione”.

    Mons Enrico Dal Covolo La speranza nell Educazione
    Mons Enrico Dal Covolo, Rettore PUL

    Testo integrale dell’articolo apparso su Ans il 6 novembre 2013

    Lo scorso 30 ottobre, mons. Enrico dal Covolo, sdb, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, ha introdotto i lavori del II Incontro di Animatori della Pastorale Universitaria. Nell’occasione ha presentato alcuni spunti di riflessione sul senso dell’educazione salesiana, utili a qualsiasi educatore.

    Mons. dal Covolo è partito da alcune osservazioni sui giovani, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù. “Al di là del successo in termini di numeri, ci sono dei dati oggettivi: adolescenti e giovani, provenienti da tutto il mondo, accompagnati dai loro educatori, si radunano per ascoltare dei messaggi impegnativi; per accogliere una visione antropologica ispirata dalla ragione in armonia con la fede del Vangelo: una visione molto impegnativa, che richiede sacrificio e dedizione”.

    Successivamente, rifacendosi a seri studi scientifici, il presule salesiano ha toccato anche il problema opposto: il senso diffuso di sfiducia, il nichilismo presente tra tanti ragazzi; a questo problema ha però risposto ricordando la sicura speranza che manifestava già Benedetto XVI nella Lettera inviata alla diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione: “Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. (…) Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.

    Quindi mons. dal Covolo ha messo in campo il suo specifico apporto di educatore salesiano, richiamando il Sistema Preventivo di Don Bosco e in particolare il pilastro costituito dalla ragione: “Il termine ragione sottolinea, secondo l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell’uomo nella sua vita familiare, civile e politica” ha detto citando il beato Giovanni Paolo II. Compito dell’educatore, dunque, è quello di saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani.

    Richiamando il celebre motto di Don Bosco “buoni cristiani e onesti cittadini” mons. dal Covoloha poi ricordato agli animatori pastorali come quel detto – che rappresenta anche la meta del processo educativo salesiano – condensi proprio l’idea di formare delle persone integralmente sviluppate, ciò che i Vescovi italiani domandano alle Università. E, ha poi suggerito di seguire la metodologia collaborativa di Don Bosco, che non aveva timore nel ricercare sostenitori e benefattori tra tutti i soggetti della società civile.

    E, per finire, mons. dal Covolo ha proposto l’esempio del Servo di Dio Giorgio La Pira, noto professore universitario, come esempio del fatto che la vocazione alla santità di un educatore si vive nell’educare allievi santi.

    FONTE: Ans

  • Enrico Dal Covolo: Rinnovato dialogo tra fede e ragione

    Intervista ad Avvenire di Mons Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Dal Covolo: “La buona teologia poggia su quattro pilastri. La Parola di Dio alla base, poi la tradizione della Chiesa. Quindi il magistero e infine l’attenzione alle sfide del momento presente. L’efficace inculturazione passa attraverso lo studio approfondito dei segni dei tempi, ai quali va data una risposta. Ci vuole sia la cultura accademica, sia un’attenzione culturale ampia, che sappia incrociare la vita di tutti i giorni.”

    Dal Covolo_Vaticano

    Mons. Enrico Dal Covolo

    Testo integrale dell’articolo apparso su Avvenire l’8 marzo 2013.

    Benedetto XVI lascia alla Chiesa del nostro tempo una grande eredità. «Paragonabile a quella di un Leone Magno». E indica alle Chiesa del futuro una direzione di marcia. «Nuova evangelizzazione e scelta preferenziale per i giovani». Parola del vescovo Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense (cioè dell’Ateneo del Papa), che del pontificato di Joseph Ratzinger dà in questa intervista ad Avvenire una lettura in filigrana. Non senza un occhio al Conclave ormai imminente.

    Qual è l’eredità di Benedetto XVI?
    Secondo me consiste nella ricchezza e nella profondità del suo magistero. Sono anzi convinto che per trovare una ricchezza così teologicamente fondata bisogna risalire ai primi secoli cristiani. Penso ad esempio a papa Leone Magno, il più grande cristologo della Chiesa di Occidente. Se poi dobbiamo dettagliare in che cosa consista questa ricchezza di magistero, non ci sono dubbi: la cifra unificante è il dialogo totalmente rinnovato e impostato su basi epistemologiche plausibili tra ragione e fede. Benedetto XVI ha allargato i confini della ragione, perché una ragione che si ripiega su stessa contraddice l’idea autentica di uomo. La ragione, per essere fedele a se stessa, deve aprirsi agli orizzonti della fede e dell’amore.

    Fa parte di questa eredità anche la rinuncia?

    Sono convinto di si. Anzi, vorrei fare un paragone che a prima vista potrebbe sembrare eccessivo. Così come alla luce della passione morte e resurrezione di Cristo leggiamo in maniera nuova il messaggio evangelico, così il gesto finale del Pontefice ora emerito dà una luce diversa a tutto il magistero che gli sta alle spalle. In particolare perché rimette a posto con un gesto profetico la giusta scala dei valori, che parte dall’amore e dal servizio. Un sublime gesto d’amore nei confronti di Cristo, della Chiesa e del mondo.

    Lei quindi è d’accordo con quanti ritengono che l’inculturazione del Vangelo nella nostra epoca sia stata la stella polare di questo pontificato?

    Certo e posso confermarlo specie dopo aver partecipato al Sinodo per la nuova evangelizzazione. Mi è rimasta nel cuore la lectio con cui Papa Ratzinger introdusse i lavori nell’Aula sinodale, proprio il primo giorno. In quella occasione egli insisté su due parole: professio e confessio. Ribadì cioè la fede non va solo professata, ma anche efficacemente confessata, cioè testimoniata. Questa è la vera nuova evangelizzazione o, se vogliamo, l’inculturazione della fede nel momento presente. E qui torna alla mente ciò che diceva Paolo VI. L’uomo d’oggi non sa più che farsene dei maestri e se li ascolta è perché sono dei testimoni. Tutto questo è espresso a chiare lettere anche nella esortazione Verbum Domini.

    Che significa inculturazione della fede?

    Significa che la buona teologia – che deve permeare questa efficace inculturazione – poggia su quattro pilastri. La Parola di Dio alla base, poi la tradizione della Chiesa che ha un momento speciale nei Padri della Chiesa di cui Benedetto XVI era particolarmente innamorato. Quindi il magistero e infine l’attenzione alle sfide del momento presente. L’efficace inculturazione passa attraverso lo studio approfondito dei segni dei tempi, ai quali va data una risposta. Ci vuole insomma sia la cultura accademica, sia un’attenzione culturale ampia, che sappia incrociare la vita di tutti i giorni.

    Quali sono oggi le sfide maggiori?

    Innanzitutto c’è la grande sfida della secolarizzazione. Ricordo che il cardinale Wuerl, relatore del Sinodo, parlò dello «tsunami della secolarizzazione», o meglio del secolarismo, cioè l’aspetto deteriore della secolarizzazione. Ma io ho l’impressione che le prime vittime di questo processo siano i giovani, per cui sono convinto che una delle sfide prioritarie del nuovo Papa sarà proprio l’attenzione ai giovani. Perciò spero e prego che venga eletto un Papa capace di raccogliere efficacemente l’eredità straordinaria di Benedetto XVI sul versante teologico magisteriale e di trasferirla efficacemente al mondo dei giovani, anche attraverso l’uso dei mass media e dei linguaggi tipicamente giovanili.

    Internet e i social network ad esempio?

    Si. Ma vorrei aggiungere che da salesiano ho trovato nel magistero di Benedetto XVI una particolare sintonia con la dottrina pedagogica di don Bosco. Tutti sanno che il sistema preventivo si basa su tre valori: la ragione, la religione e l’amorevolezza. A ben guardare il magistero di Benedetto XVI si concentra intorno a questi valori. Si pensi alla ragione allargata, e allargata agli orizzonti della fede, cioè alla religione e all’amorevolezza di cui parla don Bosco. Perciò spero in un Papa capace di raccogliere queste sintonie profonde con il mio fondatore e di tradurle in linee pedagogiche plausibili per un recupero alla Chiesa delle generazioni giovanili.

    Lei è dunque fiducioso in vista del Conclave?

    Pienamente. La Provvidenza non si smentisce. Mi ricordo benissimo quando fu proclamato in piazza San Pietro il nome di Wojtyla. Chi di noi immaginava che cosa sarebbe venuto dopo? Ma è la prova che chi conduce la Santa Chiesa di Dio è Dio stesso. Noi siamo nelle sue mani e le sue sono buone mani.

    FONTE: Avvenire

  • Dal Covolo rettore: Il Dolore Pietra Di Paragone Dell’Amore – Rai Radio 1

    Rai Radio 1, al programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera” la meditazione di Monsignor Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Dal Covolo: “Bisogna portare con coraggio la propria croce, sapendo che il dolore è la pietra di paragone dell’amore. Forse un giorno vedremo quanto ci sono state utili le persone che ci hanno fatto soffrire.”

    Mons Dal Covolo

    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 15 giugno del programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Un uomo era molto stanco delle sofferenze e delle pene che gli riservava la vita.

    Un bel giorno se ne lamentò con il Signore, che lo ascoltò pazientemente, e alla fine gli disse: “D’accordo! Domattina all’alba trovati nella piazza della chiesa. Là ogni anno c’è il mercato delle croci. Ce ne sono tante, di tutte le misure. Così potrai sceglierti quella che ti va meglio, perché – lo sai – ogni uomo deve portare la propria croce. Potrai lasciare giù la tua, che ti è così pesante e scomoda, per scegliere quella che ti va meglio…”.

    L’uomo, per paura di essere preceduto da altri, non dormì tutta la notte, e mentre era ancora buio giunse nella piazza della chiesa.

    Non c’era nessuno, e si vedeva poco. Appoggiò in un angolo la propria croce. Poi, andando avanti, intravide una grande raccolta di croci, piccole, grandi, sottili, grosse, alte, basse. Ce n’era per tutti i gusti, anche i più difficili.

    Tutto contento, l’uomo si mise pazientemente a cercare la croce più adatta a lui. Ma la faccenda non si rivelò affatto semplice: una croce era piccola, ma troppo ruvida; un’altra era leggera, ma scivolava, e si portava male; alcune croci erano maneggevoli, ma troppo pesanti; altre, magari leggere, erano nodose, o grandissime.

    Cercò a lungo, provando e riprovando un’infinità di croci.

    Quando ormai disperava di trovare quella adatta, ne vide in un canto una che poteva proprio andar bene. La provò, ed era quella giusta per lui, non molto pesante, levigata, abbastanza piccola.

    La prese e se ne uscì dalla piazza, tutto felice.

    Intanto s’era fatto giorno. E così, alle prime luci del sole, l’uomo si accorse: aveva ripreso la sua croce di prima.

    Bisogna portare con coraggio la propria croce, sapendo che il dolore è la pietra di paragone dell’amore. Forse un giorno vedremo quanto ci sono state utili le persone che ci hanno fatto soffrire.

    FONTE: Zenit

  • Dal Covolo rettore: Riflessione su “Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Rai Radio 1, nella puntata del 1° giugno 2014 del programma di informazione religiosa “Ascolta si fa sera”, la riflessione di Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense. Il Rettore Dal Covolo: “Gesù ci ricorda che il senso pieno della vita non è racchiuso nelle cose di quaggiù. Oggi il Signore ci dice che il senso vero di ciò che noi vediamo ed esperimentiamo quaggiù ce lo dà proprio quello che non vediamo, ma che siamo invitati a credere”.

    Dal Covolo_Rettore

    Pubblichiamo la meditazione di monsignor Enrico dal Covolo, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per la puntata di domenica 1 giugno del programma di informazione religiosa ”Ascolta si fa sera” di Rai Radio 1.

    Celebriamo oggi l’ascensione di Gesù al cielo.
    Domenica scorsa vi ho parlato dei sentieri che conducono alla mèta. Oggi la mèta ce la mostra Gesù Cristo stesso.

    La sua mèta è oltre questa terra (anche se non conviene “fisicizzare” troppo il discorso). Gesù ci ricorda che il senso pieno della vita non è racchiuso nelle cose di quaggiù.
    A questo punto ritornano le domande di sempre: e allora, perché sono al mondo? Perché lavoro, mi impegno, soffro? Perché c’è la morte? C’è qualche cosa dopo la morte? E se sì, che cosa? …
    Oggi il Signore ci dice che il senso vero di ciò che noi vediamo ed esperimentiamo quaggiù ce lo dà proprio quello che non vediamo, ma che siamo invitati a credere.

    C’è una vita che va oltre la morte, e a quella vita noi ci prepariamo ogni giorno.
    I santi ne sono i testimoni. Che senso avrebbe avuto la grande festa delle canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, se non fosse proprio per questo, che essi ci hanno preceduto nel cielo dei santi?

    Raccontano che qualche centinaio di anni fa viveva un frate, molto amato dai suoi confratelli, di nome Giovanni Soto. Ormai era vicino alla morte.
    All’improvviso, con voce flebile, egli chiese ai confratelli che circondavano il suo letto, di portargli un ago. Tutti restarono sorpresi che fra Giovanni volesse un ago proprio in quel momento; ma il desiderio di un morente si esaudisce sempre, e così glielo portarono senza discutere.

    Allora fra Giovanni, con mano tremante, alzò in alto quell’ago, e disse: “Ecco la mia chiave del cielo!”. Perché faceva il sarto della comunità, e per tanti anni aveva lavorato con zelo a quel mestiere. Facendo bene il suo dovere di ogni giorno, aveva raggiunto le vette della santità.

    Anche noi – se compiremo con dedizione e umiltà i nostri doveri quotidiani, senza lasciarci imprigionare dalle cose di quaggiù –, anche noi ascenderemo al cielo, e vivremo per sempre nella gloria di Dio.

    FONTE: Zenit