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  • Uil Polizia in Autocentro tra mobbing e poliziotti addestrati a metà


    Dopo la verifica semestrale l’associazione di categoria fa emergere alcuni elementi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza dei cittadini

    Roma – Si è svolto l’altro giorno, presso l’Autocentro della Polizia di Stato capitolino, l’incontro finalizzato alla verifica afferente al primo semestre dell’anno in corso, in ottemperanza ai dettami imposti dall’articolazione normativa dell’Accordo Nazionale Quadro del 31 luglio 2009.

    Il consesso, a cui hanno partecipato i sindacati più rappresentativi dell’amministrazione della pubblica sicurezza, ha fatto emergere una sostanziale e unanime espressione di apprezzamento per ciò che attiene all’adempienza contrattuale inerente alle codifiche dell’apparato prescrittivo in esame. I rappresentanti della Uil Polizia presenti, pur manifestando una lapalissiana associazione al corale positivismo valutativo rispetto al commendevole impegno palesato dalla direzione, nella persona del dottor Nicola Moschella, e registrando, a tutta prima, un deciso cambio di orientamento nella concretizzazione gestionale attuale, con riferimento a quella di un passato poco lontano, hanno fatto sentire la propria voce, come da consolidato copione, nel far emergere alcune congiunture espletative, con l’intento di sollecitare un impulso correttivo, nell’interesse del personale, dell’amministrazione e del parenchima sociale.

    A iniziare dall’aggiornamento professionale, a cui è stato dato ampio spazio e che ha fatto incassare al direttore della struttura i legittimi elogi, ma che paradossalmente presenta, pur senza responsabilità locale, una grave lacuna esecutiva alla voce dell’addestramento al tiro, che risulta orfano delle esercitazioni con quella che tecnicamente viene indicata come arma lunga, leggi mitra, tanto da svilire di fatto lo straordinario impegno messo in atto. Infatti i poliziotti dell’Autocentro, come del resto quelli di altri reparti, a causa dell’indisponibilità di poligoni idonei, non svolgono da tempo questo tipo di pratica preparatoria e preventiva in relazione a plausibili eventi emergenziali, pur ricevendo più volte in dotazione l’arma in questione per l’espletamento dei servizi di istituto. Va da sé che ciò genera inevitabilmente una condizione di oggettivo pericolo per l’operatore, per i colleghi e anche per i cittadini che potrebbero ritrovarsi a cercare protezione in un contesto in cui chi raffigura l’emblema della loro garanzia di incolumità non possiede i requisiti tecnici necessari per adempiere i doveri istituzionali a cui è preposto.

    Altro punto su cui la Uil Polizia, con il fondamentale sostegno della confederata organizzazione Anip, si è preoccupata di indirizzare i sensori percettivi della riflessione dei presenti è la gestione dei cambi turno obbligatori, disposti per esigenze indifferibili d’ufficio. Ebbene, dalla griglia fornita in visione dalla direzione è emersa ictu oculi una certa difformità nella distribuzione di tale istituto, con dipendenti che, alla luce dei fatti, sono stati sottoposti d’imperio a tale disagio lavorativo in misura di gran lunga maggiore rispetto ad altri. Allo scopo di ottenere la possibilità di una messa a fuoco più nitida nella disamina della circostanza e per poter disporre di parametri valutativi più adeguati e opportuni, i rappresentanti delle due sigle associate hanno formulato istanza affinché tale personale venga menzionato nel futuro tra i riquadri di un prospetto tabellare più completo, dove si possa agevolmente individuare la suddivisione per uffici di appartenenza.

    Non è sfuggita alla Uil Polizia l’esternazione concettuale riferita alla “protezione sociale e benessere”, che ha prodotto una manifestazione di sincera lode nei confronti del dottor Moschella per quanto esposto in merito nell’atto di convocazione laddove si enuncia che “il benessere del personale è fattore importante per consentire una serena e proficua convivenza lavorativa”. Tale scritto assume un particolare significato nel contesto Autocentro, in quanto sancisce una netta inversione di tendenza rispetto a un passato piuttosto recente, quando più volte in vari atti giudiziari (esposti alla Procura della Repubblica, ricorsi al Tar, ecc.) ha fatto la sua comparsa la parola “mobbing”, collegata a riferite espressioni comportamentali, di estrema gravità in caso di riscontri di oggettiva veridicità, confortate da una litica e corposa piattaforma documentale, a cui forse non è stata dedicata la giusta attenzione da parte dai precedenti rappresentanti di vertice, nonostante gli impianti normativi in merito imponessero il contrario. La sigla sindacale in questione sostiene di credere fermamente nella genuinità della, purtroppo nuova, linea dettata, e di offrire la massima collaborazione affinché questi principi di imprescindibile importanza per l’apparato istituzionale vengano rispettati, propugnando con vigore ogni azione volta a contrastare eventuali tentativi di vanificare e svilire il significato di tale dichiarazione di intenti, per evitare che si riduca a un mero esercizio retorico.

    In un contesto dibattimentale improntato su un sereno e proficuo confronto tra le parti non si può fare a meno di rilevare l’imbarazzante sovrapposizione di ruoli che ha visto come protagonista uno dei rappresentanti sindacali presenti, che in Autocentro occupa lo scranno di responsabile di quello che in tutti gli uffici di polizia, e non, viene generalmente denominato Ufficio del personale o delle risorse umane, ma che nella fattispecie conserva l’anacronistica e desueta denominazione di Ufficio Comando, retaggio di una matrice militare ormai da lungo tempo superata. Il sindacalista in questione, nel corso di tutto l’incontro si è esibito in un simpatico, ma inopportuno balletto di inversione di ruoli, travalicando con disarmante e ineffabile disinvoltura lo steccato delle funzioni assembleari e conferendo ai suoi reiterati interventi un’inevitabile peculiarità confusionaria in un’estrinsecazione di distorsioni concettuali sovrapposte, tanto da rendere il più delle volte molto arduo discernere le espressioni verbali formulate a nome dell’amministrazione o dell’associazione di categoria rappresentata.

    In conclusione, ha generato notevoli perplessità nei rappresentanti della Uil Polizia l’assoluta assenza di adesione da parte del personale dell’Autocentro all’istituto del lavoro straordinario programmato, a cui l’ultimo Accordo Nazionale Quadro ha riservato, su base volontaria, il 40 % del monte ore totale del lavoro extra, a fronte del 20 % del precedente assetto normativo di riferimento per i dipendenti della Polizia di Stato. Il dato è alquanto singolare e l’anomalia, nonostante il concreto impegno da parte del direttore Moschella a incentivarne la partecipazione, disegna l’incredibile profilo di un ufficio di polizia assolutamente orfano di una cultura orientata in tal senso. La circostanza è resa ancora più atipica dal fatto che la struttura di cui si parla è collocata professionalmente in una canonicità lavorativa di stampo burocratico e quindi, fatte salve contingenze occasionali, improntata su un’attività istituzionale perfettamente programmabile e non investita da pressanti impulsi di inderogabilità. Tale teorizzazione ideale è confortata tra l’altro da quanto dichiarato espressamente dal dottor Moschella che, palesando il suo rammarico per il fallimento progettuale connesso alla mancata adesione dei dipendenti, ha sottolineato che nei precedenti reparti da lui diretti era riuscito a destinare a tale istituto addirittura il 50 e anche il 60%, cosa perfettamente in linea con l’input ministeriale, espresso a mezzo di una circolare esplicativa, che sollecita i dirigenti a dare il maggiore impulso possibile alla diffusione e formazione di una coscienza in tal senso, come apoditticamente previsto dal dettato normativo di riferimento che affida alla discrezionalità di chi dirige l’eventuale ampliamento dell’aliquota oraria da incanalare verso il programmato oltre la fissata cifra del 40%. Da una spontanea ponderazione improntata su una logica deduttiva rispetto a quanto focalizzato, non si comprende come il monte ore totale, messo centralmente a disposizione per essere dedicato al lavoro straordinario, che consta di 645 giri di lancette, venga utilizzato interamente per esigenze di servizio indifferibili. Infatti da una disamina anche sommaria del materiale documentale prodotto dalla direzione e dalla discussione consumatasi al tavolo dibattimentale, emergono lapalissiane incongruenze se si pensa che anche l’aliquota del 40% destinata inizialmente al programmato viene convertita per essere utilizzata come quota per servizio obbligatorio. E se invece ci fossero delle adesioni all’istituto del programmato le esigenze indifferibili verrebbero meno oppure l’Autocentro non riuscirebbe ad espletare in toto le emergenze operative che ora vengono garantite presumibilmente dalla presenza di un numero più alto di ore a cui poter accedere? Tra l’altro non va trascurato che il lavoro straordinario effettuato per esigenze inderogabili d’ufficio va abbondantemente oltre quello che risulta dal già citato monte ore, in quanto molto tempo lavorato in eccedenza, una volta sforato il tetto prefissato, non viene retribuito, ma va a collocarsi nel patrimonio personale di ore da poter fruire come riposo compensativo. La Uil Polizia, poiché dallo scenario emerso ci si imbatte nella nebulosa palude di una tangibile indeterminatezza, auspica che sulla situazione evidenziata vengano tracciati contorni più nitidi, anche tramite l’esercizio di un più meticoloso controllo sull’accesso allo straordinario obbligatorio, per poter soddisfare le esigenze riflessive degli spontanei interrogativi sorti, che attendono risposte certe ed esaustive.

  • L’Italia dei Diritti svela il mistero delle microspie nell’ufficio della Polverini


    Il movimento è venuto in possesso di un documento redatto dai sindacati e indirizzato a varie autorità istituzionali, da cui risulterebbero particolari scabrosi sulla vicenda

    Roma – Il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, dopo aver preso visione, assieme ai responsabili laziali, del documento redatto congiuntamente da Cgil, Cisl e UIL e inviato alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini, ai responsabili della sicurezza della giunta regionale, al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, al questore Francesco Tagliente, al Nucleo Ispettivo della Guardia di Finanza e al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, ha deciso di divulgare rilevanti informazioni e raccontare cosa sarebbe successo nei palazzi della Regione alcuni giorni prima dell’uscita della notizia sul ritrovamento di cimici negli uffici della governatrice del Lazio.

    Infatti, potrebbe non sussistere mistero per quanto riguarda la vicenda delle microspie negli uffici della Polverini anzi, appare inquietante il fatto che molti siano a conoscenza di questioni quantomeno scottanti. Al punto che i tre sindacati abbiano comunicato alle autorità preposte a tutti i livelli accadimenti clamorosi, che sarebbero avvenuti all’interno della sede della giunta regionale in via Rosa Raimondi Garibaldi. Come evidenziato nelle carte, le circostanze avrebbero avuto luogo il 3 e il 18 marzo scorsi. Nottetempo i vigilantes della ‘Roma Union Security’, sarebbero stati distolti dai compiti di controllo, con il pretesto di una riunione durata ben tre ore, da un tenente e da un appuntato dell’istituto privato di appartenenza che, successivamente, avrebbero fatto accedere nel palazzo quattro persone sconosciute. Tali soggetti, come recita il documento, dopo essere venuti in possesso delle chiavi di alcuni uffici, si sarebbero introdotti nei piani della presidenza della giunta regionale e della vicepresidenza per agire indisturbati, in modo illegittimo, per circa 2 ore.

    Non è possibile affermare con certezza cosa sia accaduto davvero all’interno degli uffici, se quel movimento sarebbe servito per collocare le microspie ritrovate o se “semplicemente” si sarebbe approfittato dell’intrusione per visionare fascicoli di particolare importanza. In ogni caso resta da chiarire come sarebbe stato possibile allontanare il personale dai compiti istituzionali, operando una grave intromissione con un atto illecito. Dal documento si evidenzia inoltre che le guardie, che avrebbero chiesto spiegazioni sulla vicenda alla società, sarebbero state trasferite ad altra sede e allontanate dai rispettivi compiti, sebbene la stessa azienda avrebbe risposto loro che “i fatti avvenuti erano stati regolarmente disposti dal vertice aziendale”. Circostanza che getterebbe ulteriori ombre sulla vicenda.

    Il commento su quanto divulgato dal movimento extraparlamentare viene affidato a Carmine Calardo , viceresponsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti : “Va premesso che non sappiamo se Lotito, presidente della ‘Roma Union Security’, sia al corrente o se abbia lui stesso dato ordine di fare questa azione deprecabile, contraria a ogni decenza, ad ogni regola di convivenza libera. Un’azione di spionaggio al limine della criminalità. Sicuramente Lotito però è responsabile di aver messo a capo delle sue società persone con un’etica alquanto discutibile. La Polverini – dichiara Celardo – è vittima di una faida interna agli amici della destra, che si stanno scannando per spartirsi questa torta. Noi come Italia dei Diritti, abbiamo già denunciato riguardo ai servizi di vigilanza, manovre al limite della criminalità. Quanto letto nelle carte, non fa che avvalorare la mia sensazione, ovvero che c’è un assalto alla diligenza, si stanno scannando per dividersi gli appalti alla faccia dell’onestà, contravvenendo a tutte le regole alla base di una libera concorrenza. Ci aspettiamo dalla Polverini – conclude l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – , visto che ha taciuto precedentemente, una risposta chiara e precisa, una netta presa di posizione . La governatrice deve dimostrare chiaramente a tutti i cittadini, come intende amministrare questa regione. I fatti sono pulizia e onestà non chiacchiere”.

  • Alitalia con le ali spezzate, chiara posizione di De Pierro


    L’euforia e la felicità in seguito alla notizia del ritiro dalle trattative della Cai, la cordata italiana presentatasi per salvare Alitalia, sono state presto dimenticate.
    I canti e balli delle hostess e dei dipendenti Alitalia riuniti nello slargo del Centro equipaggi dello scalo di Fiumicino in un attimo hanno ceduto il posto alle preoccupazioni e ai timori verso un futuro che ora appare difficile e incerto. Il ritiro della Cai è la cronaca di un disastro annunciato scandito da mesi e mesi di contrattazioni, polemiche, accordi siglati e poche ore dopo saltati. “Siamo di fronte ad un tragico tsunami sociale – ha dichiarato il presidente del movimento dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro – Italia dei Diritti non si è pronunciata finora, ma arrivati a questo punto è d’obbligo un intervento. La crisi che i tanti dipendenti Alitalia stanno vivendo oggi, affonda le radici nella cattiva gestione dei governi che si sono succeduti nel tempo. Dopo dieci anni di ripetuti tentativi di rilancio della compagnia aerea di bandiera da parte di manager super pagati che hanno tutti fallito, si è giunti a questa situazione e i costi sociali purtroppo si stanno abbattendo sui lavoratori e indirettamente anche sull’economia di tutto il paese”. La situazione appare preoccupante. Da una parte il rifiuto unanime del negoziato. Dall’altra i pensieri alle famiglie, al mutuo, alle responsabilità. “Gli organi deputati, e parlo quindi del governo centrale, delle amministrazioni locali – ha concluso il presidente De Pierro – nonché dei sindacati, devono intervenire al più presto per evitare l’apocalisse. L’attuale governo negli ultimi tentativi ha favorito molto gli interessi del nord tralasciando quelli del Lazio; ma questo non è soltanto un gioco di numeri. Il rischio è per circa 9.000 unità, la maggior parte residenti a Roma e provincia, persone fisiche con le loro relative famiglie e con i problemi della loro quotidianità nella vita sociale. Persone che devono essere tutelate”.