Tag: assenteismo

  • Investigazioni aziendali: tutelare l’impresa è mestiere da detective

    Casi continui e sospetti di assenteismo, concorrenza sleale, spionaggio industriale, marchi e brevetti sempre a rischio di plagio: le imprese di qualsiasi campo si trovano oggi a dover affrontare problemi non da poco che possono costituire, specie se non risolti in tempo, ostacoli notevoli non solo al successo aziendale, ma anche a un naturale e sereno svolgimento delle attività.

    Affidarsi a un’agenzia di investigazioni è un metodo di cui un numero crescente di aziende sta scoprendo la validità e la sicurezza, soprattutto in termini di legittimità legale: quando infatti un’azienda, per auto-tutelarsi, deve addentrarsi in questioni come la verifica delle credenziali di un neoassunto o di una persona da assumere per posti di particolare responsabilità per cui è necessario instaurare da subito un reale rapporto di fiducia, oppure accertarsi che un dipendente o un collaboratore esterno non violi i patti di non concorrenza, l’incertezza su cosa sia legittimo e cosa no, sul confine tra legalità e illegalità, è all’ordine del giorno.

    Per questo le investigazioni aziendali devono essere necessariamente affidate ai professionisti del settore, ai cosiddetti detective che sono per prima cosa conoscitori del diritto e pertanto possono stabilire di volta in volta, caso per caso, le modalità, legittime di fronte alla legge vigente, con cui proteggere il marchio di un’azienda, le sue attività interne ed esterne; i servizi investigativi, poi, non solo possono adottare meccanismi di difesa dell’impresa: a uno spionaggio industriale fatto da un concorrente con metodi che cadono nell’illegalità, l’agenzia investigativa può rispondere con un controspionaggio che rientri nei confini della legalità, riuscendo così nel doppio intento di certificare in sede penale l’azione illegittima del concorrente e di carpire in maniera del tutto legittima informazioni importanti sui propri competitors.

    Tutelare l’impresa è davvero oggi mestiere di detective, o meglio di esperti del diritto e delle leggi vigenti.

  • De Pierro, mobbing causa un terzo delle malattie nel pubblico impiego


    Roma – “Dopo l’entrata in vigore dell’ormai famoso decreto Brunetta ci siamo attivati con il movimento per evidenziare tutti i fattori influenti negativamente sul personale al quale il provvedimento è rivolto.
    Non sappiamo, ma alla luce dei fatti riteniamo di no, se il ministro Brunetta sia a conoscenza di un fenomeno denominato mobbing che, purtroppo in maniera molto diffusa, affligge parte del personale della Pubblica Amministrazione”. Parole pesanti quelle pronunciate da Antonello De Pierro, presidente del movimento Italia dei Diritti, che hanno come unico bersaglio il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, reo di una politica propagandistica di caccia alle streghe (valga su tutte la lotta ai “fannulloni”), ma ignaro o peggio ancora del tutto indifferente ai reali problemi che attanagliano l’amministrazione pubblica, troppo spesso protagonista di episodi spiacevoli. Tra questi la pratica del mobbing sul posto di lavoro.

    Afferma De Pierro, da sempre sensibile e attento a portare alla luce questi esempi di cattiva governance: “Dalla nostra inchiesta, fatta di sondaggi e interviste, è emerso che parte delle patologie lamentate dai dipendenti traggono origine dalla pressione psicologica e dalle vessazioni subite sul luogo di lavoro. A tutto ciò – prosegue – va aggiunto anche un discreto numero di disturbi che gli impiegati sono costretti a volte ad accusare per sfuggire ai deprecabili e biasimevoli comportamenti legati al fenomeno in questione”.

    Altro aspetto inquietante della vicenda riguarda le azioni mobbizzanti a cui molto spesso sono sottoposti i rappresentanti delle forze dell’ordine, anche in virtù dei delicatissimi compiti a cui devono adempiere nell’esercizio del proprio mestiere: “Non è un caso – chiarisce De Pierro – che nell’Arma dei Carabinieri si registrino numerosi casi di suicidio. Dalla nostra inchiesta sono emersi soprusi che definirei agghiaccianti e che spesso i malcapitati non denunciano per paura di ritorsioni o per la complessità che comporta una citazione in giudizio su questo tema. Tra l’altro, il mobbing spesso va ad agire sulle condizioni psico-fisiche: per chi ha in dotazione un’arma è sempre un rischio dichiarare tali patologie per ovvi motivi di opportunità che metterebbero in discussione il mantenimento stesso del posto di lavoro”.

    Dai risultati in possesso dell’Italia dei Diritti, ottenuti con una specifica inchiesta, si desume un dato allarmante: circa un terzo delle patologie lamentate dagli impiegati della P.A. è causato direttamente o indirettamente dal mobbing. “Noi come movimento – sottolinea il presidente De Pierro – chiediamo al ministro Brunetta di prendere in considerazione e approfondire tale fenomeno, e successivamente attivarsi affinché venga, se non debellato, almeno arginato il più possibile. Tra quegli impiegati «fannulloni» che sono stati lo slogan propagandistico della campagna di Brunetta figurano persone che quotidianamente vengono a contatto e in contrasto con superiori o pari grado che hanno seri disturbi dei tratti di personalità. Pertanto con il loro atteggiamento condizionano pesantemente il buon funzionamento della Pubblica Amministrazione”. Chiaro il riferimento al mobbing verticale o bossing che si esercita quando l’attività persecutoria è condotta da un superiore verso un subordinato per screditarlo e costringerlo alle dimissioni.

    “Auspico – conclude polemicamente De Pierro – che il ministro si renda conto del doppio disagio a cui viene sottoposto un dipendente vessato da un lato dai mobber e dall’altro da un accanimento deciso dello Stato nel penalizzare l’evolversi clinico delle patologie accusate, un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione ma che sembrerebbe, in questo frangente, palesemente disatteso”.