Tag: afghanistan

  • L’Afghanistan è a Bergamo, dove la brace arde!

    L’ Afghanistan come non lo ha mai raccontato nessuno

    a BERGAMO, il 3 ottobre 2012

    La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sull’Afghanistan raccontata da chi si è introdotto nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. È la sostanza di cui è fatto L’inferno chiamato Afghanistan, il nuovo libro dello scrittore Giuseppe Bresciani, in cui si raccontano tre mesi vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi, con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere l’affresco di una realtà che conosciamo superficialmente, attraverso i reportage dei giornalisti embedded e per fondere nel crogiolo della scrittura molteplici pietre preziose. L’inferno chiamato Afghanistan è un libro difficile da inquadrare ma che si legge tutto d’un fiato. È un mosaico narrativo che prende forma in virtù di tessere vivacissime su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è il loro insieme a configurare la storia. Il racconto è attuale, coinvolgente. Ci mostra la vita e la morte e di entrambe è testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Le parole squarciano l’omertà e scuotono le coscienze. Come un plettro, la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare. L’indifferenza non è più plausibile.

    L’inferno chiamato Afghanistan sarà presentato a BERGAMO, presso Il Caffè letterario di via San Bernardino 53, il 10 ottobre alle ore 20,30.

    Dialogherà con l’autore, il giornalista Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo.

  • L’Afghanistan a Monza

    La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sull’Afghanistan raccontata da chi si è introdotto nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. È la sostanza di cui è fatto L’inferno chiamato Afghanistan, il nuovo libro dello scrittore comasco Giuseppe Bresciani, in cui si raccontano tre mesi vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi, con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere l’affresco di una realtà che conosciamo superficialmente, attraverso i reportage dei giornalisti embedded e per fondere nel crogiolo della scrittura molteplici pietre preziose. L’inferno chiamato Afghanistan è un libro difficile da inquadrare ma che si legge tutto d’un fiato. È un mosaico narrativo che prende forma in virtù di tessere vivacissime su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è il loro insieme a configurare la storia. Il racconto è attuale, coinvolgente. Ci mostra la vita e la morte e di entrambe è testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Le parole squarciano l’omertà e scuotono le coscienze. Come un plettro, la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare.

    L’inferno chiamato Afghanistan sarà presentato a Monza, presso la Sala Congressi del Cittadino di Monza e Brianza, in via Longhi 3, alle ore 21:00. Dialogherà con l’autore: Giorgio Bardaglio, direttore del Cittadino di MB

  • L’Afghanistan a Como

    L’ Afghanistan come non lo ha mai raccontato nessuno

    a COMO, il 3 settembre 2012

    La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sull’Afghanistan raccontata da chi si è introdotto nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. È la sostanza di cui è fatto il nuovo libro dello scrittore comasco Giuseppe Bresciani: L’inferno chiamato Afghanistan. Vi si narrano tre mesi vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi, con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere l’affresco di una realtà che conosciamo superficialmente, attraverso i reportage dei giornalisti embedded e per fondere nel crogiolo della scrittura molteplici pietre preziose. L’inferno chiamato Afghanistan è un libro difficile da inquadrare ma che si legge tutto d’un fiato. È un mosaico narrativo che prende forma in virtù di tessere vivacissime su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è il loro insieme a configurare la storia. Il racconto è attuale, coinvolgente. Ci mostra la vita e la morte e di entrambe è testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Le parole squarciano l’omertà e scuotono le coscienze. Come un plettro, la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare.

    Giuseppe Bresciani, ex imprenditore umanista e libero pensatore che ama osservare in maniera disincantata ma partecipe la commedia umana, di cui sa fissare gli aspetti più intimi e particolari, ha raccontato l’Afghanistan come nessuno prima di lui aveva fatto. E ci indica che l’indifferenza non è plausibile.

    L’inferno chiamato Afghanistan sarà presentato a COMO, Villa Olmo, lunedì 3 settembre alle ore 17,00, all’interno della rassegna PAROLARIO.

    Dialogherà con l’autore: Bruno Profazio, Vicedirettore de La Provincia.

  • Missione di pace o di guerra?

    La missione di pace è un contingente che fa capo all’ONU con lo scopo di riportare la pace nel paese dove è stata violata, è un braccio armato chiamato per mantenere la sicurezza internazionale.

    La decisione di inviare una missione di pace spetta al segretario generale dell’ONU con delega del Consiglio di Sicurezza in base alla situazione politica del paese. Ai soldati, è fatto obbligo di non sparare salvo per legittima difesa, la loro missione prevede accordi di riconciliazione democratica per una stabilità politica.

    Le missioni di pace, infatti, intervengono dopo che è stata eliminata la minaccia che ha compromesso la pace nel paese. L’esercito partecipa perché quella popolazione possa avere un futuro migliore e si riprenda economicamente e politicamente. I soldati schierati al fronte compiono azioni di sostegno alla popolazione come inaugurare nuove scuole o ospedali, sempre in base alle direttive della missione di pace.

    L’Italia è coinvolta nella missione di pace in Afghanistan dal 2001. La nostra nazione entra con le sue forze armate in Afghanistan esattamente dal 18 novembre 2001, in seguito all’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre, in aiuto a Bush e agli USA che iniziano la loro crociata contro Bin Laden. Il 15 marzo 2003 l’Italia lascia partire 1000 soldati per sei mesi come contingente Nato. Nel 2007 si spostano a Herat e nel 2011 Osama Bin Laden è ucciso in Pakistan da un contingente americano.

    L’Italia, in missione in Afghanistan dal 2001, ha un contingente costituito da membri delle Forze armate, della Marina, dell’Aeronautica, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di finanza. Durante la missione hanno perso la vita cinquantuno militari italiani. Ultimo, il 25 giugno 2012 ha perso la vita il carabiniere scelto Manuele Braj, a causa di un’esplosione nel campo di addestramento della polizia afgana. Il 31 dicembre 2010 a seguito di un colpo d’arma da fuoco perde la vita il Caporalmaggiore Matteo Miotto. Il 28 febbraio 2011, dopo l’esplosione di un ordigno è deceduto il tenente Massimo Ranzani. L’8 gennaio 2011, in uno scontro a fuoco muore il 1° Caporal Maggiore Luca Sanna. Il 12 luglio 2011, per l’esplosione di un ordigno improvvisato muore il Primo Caporal maggiore Roberto Marchini, paracadutista. Il 25 luglio 2011, un militare italiano, David Tobini, decede in uno scontro a fuoco. Il 24 marzo, il sergente dell’esercito Michele Silvestri perde la vita a seguito di un attacco con colpi di mortaio.

    Nonostante le vittime e i rischi che una guerra comporta le domande di arruolamento nelle forze armate italiane aumentano velocemente, e alcuni ragazzi giovani decidono di affidarsi a dei centri specializzati nella preparazione ai concorsi militari, come nel caso del centro di preparazione dei concorsi militari online di Cassino; quindi appena entrati nel corpo danno la loro disponibilità a partecipare alle missioni estere. Altri, per essere sicuri che il proprio reparto decida di partire in missione si arruolano nell’esercito come VFP1 (volontario a ferma prefissata) per un anno, conclusosi tale periodo accedono al concorso VPF4 per 4 anni e una volta assegnati a un reparto, partono.

    Le vittime aumentano di giorno in giorno, non solo i nostri soldati, ma soprattutto civili e guerriglieri improvvisati, donne e bambini. La guerra fa inevitabilmente vittime, è un rischio da considerare, per questo, probabilmente, diviene lecita la domanda: è una missione di pace o di guerra?

    Articolo a cura di Stefania Mazzucato
    Prima Posizione Srl – Web marketing agency

  • L’Afghanistan come non lo ha mai raccontato nessuno

    La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sull’Afghanistan raccontata da chi si è introdotto nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. È la sostanza di cui è fatto il nuovo libro di Giuseppe Bresciani: L’inferno chiamato Afghanistan. Vi si narrano tre mesi vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi, con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere l’affresco di una realtà che conosciamo superficialmente, attraverso i reportage dei giornalisti embedded e per fondere nel crogiolo della scrittura molteplici pietre preziose. L’inferno chiamato Afghanistan è un libro difficile da inquadrare ma che si legge tutto d’un fiato. È un mosaico narrativo che prende forma in virtù di tessere vivacissime su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è il loro insieme a configurare la storia. Il racconto è attuale, coinvolgente. Ci mostra la vita e la morte e di entrambe è testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Le parole squarciano l’omertà e scuotono le coscienze. Come un plettro, la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare.

    Giuseppe Bresciani, ex imprenditore umanista e libero pensatore che ama osservare in maniera disincantata ma partecipe la commedia umana, di cui sa fissare gli aspetti più intimi e particolari, ha raccontato l’Afghanistan come nessuno prima di lui aveva fatto. E ci indica che l’indifferenza non è plausibile.

    L’inferno chiamato Afghanistan, edito da Lampi di Stampa nell’aprile 2012.

    Prezzo al pubblico: € 14,90.

    Codice IBSN 978-88-488-1409-6.

  • Giornalisti afghani in visita a Tarquinia

    Giornalisti afghani visitano Tarquinia. Il sindaco Mauro Mazzola il 12 novembre ha accolto al palazzo comunale 4 giornaliste e 2 giornalisti di Herat che stanno svolgendo in Italia un corso di reportage giornalistico organizzato da Rai World con la Struttura Selezione e Formazione della Rai presso le testate giornalistiche di Saxa Rubra (Roma) e alla Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano, con inserimento nelle redazioni del Corriere della Sera e dell’Avvenire. Il primo cittadino ha portato i saluti dell’Amministrazione e ha donato al gruppo libri sulla storia della città e stampe della Sala degli Affreschi. Ad accompagnare i giovani il consigliere dell’Università Agraria Daniele Ricci, la reporter di Rainews24 Carlotta Ricci, e il dott. Matteo Vergani dell’Università Cattolica di Milano. «Ho accolto con molto piacere questi ragazzi e ragazze che rappresentano il futuro del loro Paese. – ha detto il sindaco Mazzola – Un Paese, l’Afghanistan, che spero possa avviarsi in tempi rapidi sulla strada della democrazia e diventare protagonista della storia mondiale». Il gruppo ha visitato i principali monumenti del centro storico e il litorale per poter vedere il mare, rimanendo affascinato dalla bellezza del patrimonio storico e artistico di Tarquinia e dal paesaggio della Maremma laziale.

  • 1500 i morti della missione di pace italiana in Afghanistan, De Pierro indignato

    “E’ l’ennesima conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, che i nostri militari in Afghanistan non sono impegnati in una missione di pace bensì si trovano coinvolti nel pieno di un conflitto senza esclusione di colpi”.

    Questo il duro commento del presidente dell’Italia dei Diritti, Antonello De Pierro, in seguito a quanto emerso dalla scottante inchiesta del settimanale L’espresso circa le taciute e numerose vittime dei soldati italiani in “missione di pace” in Afghanistan che avrebbero ucciso tra i 1200 e 1500 talebani. Per riportare l’armonia le nostre truppe si servirebbero di “diplomatiche” azioni militari giornaliere con l’utilizzo di mezzi pesanti quali ad esempio cingolati Dardo, autoblindo pesanti Freccia ed elicotteri Mangusta armati con cannoncini. Altro dato sul quale non esistono versioni ufficiali è quello relativo ai prigionieri che in teoria non sarebbero mai stati catturati dagli italiani perché sarebbero stati consegnati ai marines o ai rappresentanti del governo di Kabul. Circa il senso sulla natura dell’incarico delle nostre Forze Armate, aspro l’affondo di De Pierro che chiosa: “Il fatto di aver ucciso, sembra, circa 1500 talebani per fortuna senza vittime tra i civili, oltre ai purtroppo numerosi nostri soldati che hanno perso la vita, ci deve far riflettere sull’opportunità della nostra presenza militare in quelle terre così martoriate. Se nel 2003 erano in loco alcune centinaia di nostri soldati e se alla fine dell’anno in corso è prevista la partecipazione di circa 4000 unità, oltre a rivedere l’utilità della nostra missione non possiamo ignorare gli altissimi costi che questa comporta per le languenti casse dello Stato soprattutto in un periodo di piena crisi economica. Tra l’altro noi dell’Italia dei Diritti – prosegue stizzito De Pierro – vorremmo un’assunzione di responsabilità da parte di questo Governo ed evitare di piangere ancora dei morti tra le nostre file. Per parlarci chiaro il nostro punto di vista è che i militari italiani non fanno parte di alcuna missione di pace ma sono lì per difendere grossi interessi internazionali. I nostri uomini e le nostre donne in divisa vengono sacrificati sull’altare affaristico di chi si arricchisce sulla loro pelle, nella maggior parte dei casi sulle speranze e le aspirazioni di giovani che rischiano la vita per una paga più elevata in vista di un futuro migliore. Tutto ciò ci sembra veramente meschino, vorremmo almeno che, invece di far giacere tutte le informazioni in un assurdo silenzio, gli italiani fossero messi a conoscenza sulla verità dei fatti anche se siamo consapevoli che i nostri desideri s’infrangono sugli scogli dell’utopia”. Vista la rilevanza dell’inchiesta, l’Italia dei Diritti ha provato a contattare l’ufficio di Gabinetto del Ministero della Difesa per conoscere la posizione del Ministro La Russa in relazione a quanto emerso dall’indagine giornalistica. Il portavoce ci ha fatto sapere che qualora il Ministro avrebbe fornito delle dichiarazioni in merito, ce lo avrebbero comunicato. All’ufficio stampa dell’Italia dei Diritti non è giunta ancora nessuna nota, nonostante l’urgenza di una risposta che una simile inchiesta richiederebbe. “Gradiremmo – conclude De Pierro – che il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, prima di dedicarsi alle sue pur legittime sortite mondane, riferisca in Parlamento su quella che è la situazione reale delle nostre missioni, tengo a precisare, di guerra, senza ammorbidirla con mistificazioni di convenienza auspicando la previsione di un progetto di ritiro delle nostre truppe”.

  • De Pierro commenta accuse del Times ai Servizi italiani

    Roma – “ Auspico che la vicenda sia una montatura, anche se il Times è una testata riconosciuta per autorevolezza e serietà professionale e quindi dubito che possa muovere in modo completamente gratuito accuse così gravi”.

    Con questa frase Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti, si è espresso sull’ipotesi formulata dal quotidiano della City che i Servizi Segreti italiani abbiano versato dei soldi alle milizie talebane per scongiurare attacchi ai nostri soldati e pacificare così le aree presidiate dal contingente. “ La gravità del fatto ipotizzato – ha chiosato De Pierro – è tale che il Governo dovrebbe rispondere immediatamente al Parlamento e cercare di produrre davanti al’opinione pubblica una corposa piattaforma probatoria con cui fugare anche il minimo dubbio di veridicità delle accuse rivolte. Qualora l’esecutivo non riuscisse a garantire la da noi sinceramente sperata dimostrazione di infondatezza di quanto affermato dal quotidiano, ci troveremmo di fronte ad un crisi gravissima tanto più perché parrebbe che se fosse confermata la versione, ciò sarebbe all’origine del decesso di dieci soldati francesi. In tal caso un governo responsabile e con il minimo senso istituzionale avrebbe l’obbligo morale di dimettersi solo per il fatto di non riuscire a dimostrare il contrario. Chiaramente se ci fossero delle responsabilità accertate, dovrà essere l’autorità giudiziaria a fare piena luce senza sconti agli eventuali colpevoli che dovrebbero essere allontanati definitivamente da ogni attività istituzionale”.