Categoria: Scienza e Tecnologia

  • Emanuela Casti, ricercatrice in geografia e in teoria della cartografia

    Emanuela Casti, ricercatrice in geografia e in teoria della cartografia

    Emanuela Casti, ricercatrice in geografia e in teoria della cartografia

    Emanuela Casti (nata nel 1950 a Mira, Venezia, Italia) è una geografa italiana e una teorica della cartografia. Professore ordinario all’Università di Bergamo  nel 2004 Casti ha fondato il Diathesis Cartographic Lab, un laboratorio permanente dedicato all’analisi territoriale, all’innovazione cartografica e alla sperimentazione. Un noto innovatore nel campo della cartografia teorica, Casti ha formalizzato una teoria semiotica delle mappe geografiche.

    Emanuela Casti - Ricercatrice in geografia e cartografia

    Carriera accademica

    Dopo essersi laureata all’Università di Padova con una tesi sull’evoluzione storica della cartografia a Mantova, la professoressa Casti ha iniziato la sua ricerca accademica nel 1983, quando è stata nominata ricercatrice presso la stessa università. Casti è diventata professore associato presso l’Università di Bergamo nel 1992 e professore ordinario nel 2001. Ha anche insegnato corsi, conferenze e seminari presso altre istituzioni accademiche sia in Italia ( Università di Torino ) che all’estero ( EPFL – École Polytechnique Fédérale de Lausanne , Parigi VII – Parigi – Diderot).
    Dalla data della sua fondazione fino alla sua conclusione ufficiale nel 2012, la professoressa Casti è stato membro del Collegio dei Docenti per il dottorato di ricerca in “Geografia dello sviluppo e delle dinamiche urbane-regionali” (Geografia dello sviluppo e di dinamica urbano-regionale). È stata coinvolta in gruppi di ricerca sia a livello nazionale (con collegamenti attivi con la rivista italiana Terra d’Africa) che a livello internazionale (all’interno della rete Eidolon). Casti è anche membro di molte importanti società italiane ( AGeI , SGI , RGI, AIIGI) e gruppi di lavoro internazionali (UGI, ICA ).




    Dopo aver iniziato la sua carriera come specialista nella cartografia storica veneziana, Casti ha ampliato la portata della sua ricerca per abbracciare vari periodi storici. Ha analizzato a fondo il ruolo delle mappe nella regione italiana della Lombardia nel Rinascimento e nei primi tempi moderni; ha affrontato temi chiave della cartografia coloniale italiana e francese e studiato esempi preistorici di mappatura incisa su roccia in Valcamonica (Valle Camonica, Italia).
    Lungi dall’essere considerati semplici artefatti storici, questi esempi cartografici hanno fornito una solida base per l’analisi empirica e applicata. Sulla base di tali mappe, la professoressa Casti ha sviluppato la sua teoria della semiosi cartografica.
    Casti ha anche usato la stessa teoria per far luce sui prodotti e sul potenziale comunicativo e pragmatico della mappatura digitale, GIS e WebGIS, con particolare attenzione alla mappatura partecipativa a sostegno della governance locale. Individuando i complessi meccanismi in atto in una mappa geografica, la ricerca di Casti ha messo in evidenza i legami tra cartografia e geografia e le discrepanze tra mappe tradizionali e digitali.

    L’Africa è stata a lungo oggetto privilegiato delle numerose indagini in loco del professor Casti, ben più di trenta dal 1992. In questo contesto, ha condotto ricerche applicate sulla protezione ambientale e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, lavorando nell’ambito dei programmi dell’UE, della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) e UNESCO . In particolare, Casti ha partecipato a progetti per la gestione delle zone cuscinetto delle aree protette nell’Africa occidentale: vale a dire il progetto di collaborazione 2002-2005 con il centro di ricerca francese CIRAD di Montpellier che coinvolge la Riserva della biosfera transfrontaliera del Niger, Benin e Burkina Faso; e la collaborazione 2006-2009 con il centro universitario di eccellenza 2iE- Institut International d’Ingéniérie de l’Eau e de l’Environnement di Ouagadougou – Unità di protezione e conservazione dell’Arly in Burkina Faso.

    La Prof. Casti attualmente persegue la sua linea di ricerca teorica e applicata nel campo della cartografia, dedicandosi anche alla pianificazione urbana e alla valorizzazione e sviluppo territoriale. Attraverso la creazione di sistemi di mappatura partecipativa tra il 2012 e il 2013, Casti ha guidato il processo partecipativo per l’applicazione della città italiana di Bergamo come Capitale europea della cultura (Bergamo Open Mapping 2019) e, negli anni 2014-2015, il processo partecipativo per la rivitalizzazione degli spazi pubblici a Bergamo (BG Public Space).

    Nel 2012, con l’obiettivo di dare il via alla rigenerazione dei territori attraverso un approccio basato sul turismo, Casti ha promosso e implementato una rete europea di città a grappolo (comprendente Bergamo, Beauvais, Cambridge, Charleroi, Girona, Lubecca, Santander); tutte le città di medie dimensioni, situate in aree urbane, con un’università e un aeroporto serviti da compagnie aeree a basso costo (Progetto intitolato: Centralità dei territori, verso la rigenerazione di Bergamo in una rete europea).




    Principali risultati teorici: La teoria della semiosi cartografica

    La professoressa Casti ha elaborato la teoria della semiosi cartografica nel 1998, quando ha anche pubblicato il suo primo libro teorico L’ordine del mondo e la sua rappresentazione, tradotto in inglese nel 2005 con il titolo Reality as Representation. La semiotica della cartografia e la generazione del significato.
    La teoria di Casti si trova all’interno dell’area di ricerca chiamata “cartografia postmoderna“, inaugurata da John B. Harley nel 1989 e sviluppata nel primo decennio del 21 ° secolo con contributi di Emanuela Casti, Jeremy Crampton, Martin Dodge, Rob Kitchin, John Pickles , Denis Wood.
    L’ipotesi di base della ricerca postmoderna è un interrogatorio sull’oggettività e la neutralità delle mappe, e più specificamente un interrogatorio sulla natura scientifica delle metriche euclidee.
    Di conseguenza, le mappe non sono viste come semplici “specchi della realtà”, ma piuttosto come strumenti attraverso i quali la realtà viene modellata.
    Il contributo chiave di Casti sta nell’aver abbracciato questa ipotesi iniziale come trampolino per articolare una teoria in grado di investigare la costruzione e i meccanismi comunicativi delle mappe.
    Spostando il focus dell’interesse dalle mappe come strumenti per la mediazione del territorio alle mappe come operatori che influenzano attivamente la gamma di attività che si possono implementare sui territori, la teoria di Casti ha indicato le aree in cui è necessaria un’azione per assumere il controllo dei risultati comunicativi di Mappatura.
    Supponendo una simbiosi tra territorio e mappatura, Casti definisce in modo definitivo le mappe come complessi atti denonazionali, sulla base dei quali gli individui si appropriano del territorio intellettualmente e simbolicamente ordinando il mondo.
    Le mappe dovrebbero essere prese come esempi di “metasemiosi” – o “semiosi di secondo livello”,
    Il professor Casti esplora la transizione da una mappatura topografica, creata da agenzie governative, per aprire la cartografia, prodotta in collaborazione dalle persone (e collegata a una nuova idea di corografia).
    Quest’ultimo ha il potenziale per diventare un concetto altamente praticabile, da utilizzare come operatore per aiutare i cittadini a pensare e progettare il proprio spazio di vita e a comprendere il mondo attuale.
    In particolare, Casti sostiene che, in virtù delle sue caratteristiche altamente interattive, la nuova mappatura digitale (in particolare WebGIS ) apre nuovi scenari e pone la cybercartografia come disciplina privilegiata per il recupero e la promozione del significato sociale del territorio in tutte le sue forme (paesaggio e ambiente ).




    La strategia SIGAP e la mappatura partecipativa

    La strategia SIGAP (Sistemi di informazione geografica per aree protette / Azione partecipativa) è una metodologia di ricerca che adotta la semiosi cartografica e verifica il suo effettivo campo di applicazione. Raccoglie concetti presentati da agenzie internazionali – come “sostenibilità”, “partecipazione alla conservazione” e li trasforma in strumenti operativi per la pianificazione territoriale e ambientale.
    Testata in vari contesti nazionali e internazionali per quanto riguarda una varietà di problemi (migrazione, protezione ambientale, pianificazione del paesaggio, sistemi turistici, rigenerazione urbana, ecc.), La metodologia SIGAP implementa la gamma tipica di competenze basate sulla geografia nel campo dell’applicazione ricerca.
    Come tale, coinvolge tutte le fasi dell’analisi: l’adozione di una teoria che informa la metodologia del territorio; interazione con gli abitanti locali per la lettura dei dati; costruzione di modelli interpretativi e loro visualizzazione cartografica.
    In ciascuna di queste fasi, la cartografia assume capacità diverse a seconda dell’obiettivo da perseguire. Il prodotto finale è un sistema multimediale interattivo.




    S-Low Tourism

    Casti usa la frase “s-Low Tourism” per sottolineare l’assenza di una chiara rottura concettuale tra la nozione di lentezza e la nozione di velocità.
    In effetti, il suo acronimo si riferisce sia al “lento” come prerequisito per un’esperienza consapevole del territorio, sia alle compagnie aeree a basso costo che hanno rivoluzionato il modo in cui pensiamo ai viaggi aerei, come qualcosa di diverso da un viaggio, qualcosa basato sulla velocità e sicurezza.
    Da un lato, il viaggio aereo è aumentato, è più intenso e di solito copre un periodo di tempo più breve: è alla base di uno stile di vita attuale, per cui le destinazioni turistiche non vengono più analizzate sulla base di indicatori convenzionali.
    Allo stesso tempo, tuttavia, la nozione di sostenibilità applicata alla pianificazione territoriale ha ampiamente dimostrato che il turismo è una forza trainante per le comunità locali, che concepiscono e presentano il proprio spazio non solo come meta di vacanza ma come luogo da vivere nelle sue caratteristiche sociali, culturali e ambientali.
    In un salto di prospettiva, il turismo cessa di essere una semplice forza trainante per lo sviluppo economico e diventa un’opportunità per la rigenerazione regionale, al fine di produrre sviluppo sociale attraverso il recupero di un senso del luogo, vale a dire del valore chiave di territorio.
    Questo è un tipo di rigenerazione che si concentra sulle risorse culturali e naturali dei territori, ora rese disponibili online per un nuovo tipo di turista che è intriso di tecnologia dell’informazione e abituato a nuove modalità di viaggio.
    Questo nuovo turistaviaggiatore cerca un’esperienza di viaggio basata su un apprezzamento lento, sulla mobilità ecologica, ambientale e verde. Eppure, allo stesso tempo, la mobilità deve essere veloce affinché i viaggiatori possano sperimentare più destinazioni tematiche che condividono caratteristiche culturali comparabili.
    A livello locale, questo nuovo turismo si basa sulla valorizzazione dei progetti di piccole imprese, della tecnologia intelligente e della partecipazione dei cittadini.
    A livello internazionale, deve basarsi su una sinergia tra istituzioni pubbliche e private, volta a promuovere politiche comuni per lo sviluppo del turismo e dell’accessibilità.




    Il metodo RIFO

    Il metodo deriva da uno studio di monitoraggio su aree in disuso e obsolete (edifici costruiti tra il 1950 e il 1980) in Lombardia.
    Si basa su tre presupposti: la simbiosi tra rigenerazione del territorio e ristrutturazione urbana; uno spostamento dell’attenzione che coinvolge le “città” non più viste come strutture territoriali ma come siti che incarnano uno stile di vita ecologico; la prospettiva di una ristrutturazione circolare delle aree dismesse e fuori produzione, con la partecipazione attiva degli abitanti locali.

    Emanuela Casti - Metodo Rifo
    Operativamente, questo metodo mira a sostituire gli edifici obsoleti (in termini di sicurezza, risparmio energetico, nuove forme di vita e servizi igienico-sanitari) con nuovi edifici che soddisfano le attuali esigenze di vita e allo stesso tempo recuperano lo spazio sprecato.
    Infatti, pur mantenendo lo stesso volume per gli edifici, il metodo RIFO espande anche l’uso dello spazio sotterraneo e prevede quindi una riduzione della superficie occupata dalle aree coperte, con la possibilità di liberare terra per un uso successivo come parchi e aree verdi .
    RIFO prevede un processo circolare di demolizione e ricostruzione di aree obsolete e in disuso, e quindi comporta il trasferimento di abitanti che vivono in vecchi edifici in affitto all’interno dello stesso distretto. Tale trasferimento a corto raggio mira alla ristrutturazione inclusiva attuando strategie partecipative nelle fasi di pianificazione, garantendo un ruolo attivo per gli abitanti locali all’intero processo di demolizione e costruzione.

    Una metodologia partecipativa – la strategia SIGAP – recupera il capitale spaziale, vale a dire l’insieme di conoscenze e abilità degli abitanti che gestiscono attivamente i luoghi in cui vivono. SIGAP fa anche luce sull’uso di risorse spaziali presenti nelle aree RIFO pubbliche (servizi pubblici, accessibilità, patrimonio naturale); rileva priorità e criticità (fattori di inquinamento, necessità di spazi verdi, disagio sociale e sicurezza) e recupera i valori stratificati attribuiti ai siti.

    FONTE: en.wikipedia.org/wiki/Emanuela_Casti
    IMMAGINE: wikipedia.org | pixabay.com

  • La rivoluzione dei plantoidi

    La rivoluzione dei plantoidi

    La rivoluzione dei plantoidi

    I robot di solito sono ispirati da esseri umani e animali. Ma la prossima frontiera sono i plantoidi, i robot delle piante che si muovono ed esplorano l’ambiente con sensori intelligenti. La ricercatrice Barbara Mazzolai ha sviluppato la tecnologia dei plantoidi.

    Le viti della regione italiana della Toscana hanno fornito ispirazione ai ricercatori con sede a Pontedera, vicino a Pisa, che hanno sviluppato il primo robot morbido che imita il comportamento dei viticci. Il dispositivo artificiale, realizzato con il comune PET di plastica, può rannicchiarsi e arrampicarsi su un supporto per garantire la propria posizione, proprio come fanno le viti.

    robot plantoidi
    Questo è il secondo robot di impianto creato dal team di ricerca internazionale del Center for Micro-BioRobotics presso l’ Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) guidato da Barbara Mazzolai, biologa con dottorato di ricerca. in ingegneria.

    Nel 2015 hanno sviluppato il primo plantoide. Ha foglie sensibili e radici intelligenti che copiano tali caratteristiche vegetali come ottenere nutrienti ed evitare il pericolo senza occhi o muscoli. Le punte delle radici delle piante hanno sensori che tracciano luce, umidità, temperatura e nutrizione. Per muoversi nel suolo, devono crescere, aggiungendo cellule alla loro struttura. Per riprodurre questa crescita, il plantoide utilizza una stampante 3D.

    Mazzolai afferma: “Questa è una rivoluzione nella robotica, perché il robot può creare il proprio corpo e muoversi verso un altro stimolo di interesse utilizzando le tecnologie di produzione. Quindi strato per strato, è il robot che costruisce il suo corpo”.

    Oltre al suo utilizzo per il monitoraggio ambientale nel suolo, questo robot può essere un endoscopio flessibile e in crescita in un corpo umano o persino un esploratore di mondi alieni, grazie alla sua capacità di scavare, impiantarsi e adattarsi a nuove condizioni esterne.

    Mazzolai afferma: “In futuro avremo piante rampicanti . Questo è un nuovo progetto chiamato GrowBot . Devono muoversi contro la gravità e non con la gravità. Quindi la sfida è quella di generare materiali più adatti, forse più flessibili per questo, pur avendo un meccanismo per consentire al robot di muoversi contro gravità. ”

    Il viticcio artificiale funziona attraverso lo stesso processo fisico di trasporto dell’acqua nelle piante. Nella parte inferiore del robot è presente un tubo in polisulfone contenente un liquido con particelle cariche elettricamente (ioni). Agisce come una membrana osmotica. Questo tubo si snoda tra strati di tessuti in fibra di carbonio che funzionano come elettrodi. Quando l’unità è collegata a una batteria da 1,3 volt, questi ioni sono attratti dalla superficie del tessuto flessibile, dove si attaccano. Le particelle in movimento fanno fluire il liquido e, di conseguenza, il viticcio avvia un movimento a spirale. Il robot può anche eseguire il movimento opposto quando la batteria è staccata.

    La capacità delle viti di adattarsi all’ambiente viene copiata dal robot, aprendo la strada a una serie di applicazioni, tra cui supporti ortopedici indossabili e flessibili che si adattano alle esigenze di un paziente in riabilitazione e viticci dotati di sensori o telecamere per monitorare l’inquinamento o salvare le persone.

    FONTE: phys.org
    AUTORE: Loredana Pianta

  • Surface Andromeda, Microsoft conferma l’esistenza

    Surface Andromeda, Microsoft conferma l’esistenza

    Surface Andromeda di Microsoft

    Microsoft conferma l’esistenza del Surface Andromeda che sarà un dispositivo tascabile che rivoluzionerà il settore mobile.
    Surface Andromeda esiste e la conferma della sua esistenza arriva direttamente da Microsoft. La casa di Redmond ha lavorato a questo misterioso dispositivo per almeno due anni e di lui sono emersi nel tempo diversi brevetti che hanno permesso di capire a grandi linee come sarebbe stato strutturato. Adesso, The Verge è riuscito a mettere le mani su di un memo interno del gigante del software che non solo conferma l’esistenza di questo prodotto ma che afferma che sarà anche “tascabile”.
    Surface Andromeda
    Il memo, scritto da Panos Pay in persona, evidenzia come Surface Andromeda andrà a creare una categoria di dispositivi “nuova e dirompente” che addirittura influenzerà la roadmap complessiva della famiglia dei prodotti Surface e che renderà meno nitido il confine tra un PC ed un dispositivo mobile. Nel memo è chiaramente evidenziato come il Surface Andromeda disporrà di un nuovo form factor innovativo sia dal punto di vista hardware che software e che sarà in grado di offrire un’esperienza d’uso davvero versatile e personale. Purtroppo, il memo non aggiunge molti altri dettagli e quindi questo dispositivo rimane sempre avvolto nel mistero. Tuttavia, secondo The Verge, tutti i prototipi sino ad ora sviluppati risulterebbero molto simili ai concept emersi nel corso dei mesi.

    Il Surface Andromeda, dunque, dovrebbe disporre di un doppio schermo pieghevole touch e di un pennino grazie al quale si potrà interagire sugli schermi. Sicuramente sarà un prodotto votato al business e dovrebbe anche essere dotato della variante modulare di Windows 10.

    Non è chiaro, inoltre, se il Surface Andromeda disporrà di un processore Intel o di una soluzione ARM. Microsoft vede Andromeda anche come una risposta ai suoi fallimenti con i dispositivi Windows Phone. Tuttavia, la fonte rivela anche che Microsoft potrebbe staccare la spina a questo progetto in ogni momento se non lo considerasse maturo per il debutto.

    Sicuramente nel corso dei prossimi mesi se ne saprà di più visto che il debutto sarebbe atteso entro la fine dell’anno.

    FONTE: webnews.it